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domenica 8 novembre 2015

I personaggi di Volevo solo te: post #2

In occasione dell'uscita in digitale del mio nuovo romanzo, non posso esimervi dal farvi conoscere il personaggio più delicato, particolare e così colmo di sfaccettature da meritare, forse uno spin off (già in mente, lo ammetto) in un prossimo futuro. Non potrei farne a meno, la sua vita è troppo importante per non essere divulgata.
Di chi sto parlando?
Bene, la prendo alla larga.
Tempo fa vi ho parlato dei lupanari, i vecchi bordelli della capitale in cui il sesso a pagamento altro non era che la normalità. In questi luoghi non era difficile incontrare personalità di spicco o poveracci, ma una costante rimaneva, come una luce intensa e mai prossima alla morte: tutte le donne impiegate a dar piacere a chi si avventurava nelle loro stanze.


Miss Gioconda, quell'attrice non protagonista che, a mio modesto parere, merita un premio dalla critica, si colloca in un contesto simile, avulso dalle dinamiche della storia tra Flora e Fausto, eppure strettamente collegata a essi non sapendone assolutamente nulla. Credo sia uno dei personaggi più riusciti di tutta l'opera e per tanti motivi che spero possiate cogliere voi stessi dalla lettura.
Ma non vi svelerò la personalità di questa grande donna con parole inventate al momento: sarà direttamente la sua voce a parlarvi. Perché Miss Gioconda non deve nulla a nessuno se non a se stessa!

Miss Gioconda


«Ti aspettavo, maschio, Puntuale come sempre.»
Gioconda era lì, seduta su una sedia, davanti alla grande madia, con una gamba accavallata sull'altra e una mano tra i capelli. Una camicia di seta si apriva sbottonata sul seno, rivelando i capezzoli rosei che svettavano turgidi, lisci e brillanti nel trucco che era solita cospargervi sopra. Una collana di perle scendeva nell'incavo tra le due piccole colline, seducenti senza essere prorompenti Non che Renzo non adorasse sprofondare in un seno florido, ma riconosceva il potere della seduzione quando lo vedeva... Una gonna cortissima celava a malapena i riccioli del pube lasciati nudi dalle mutandine che giacevano tra le unghie laccate di rosso e che la donna sventolava nella mano libera. Le gambe erano fasciate da calze velate nere trattenute da reggicalze la cui corsa finiva sotto il gonnellino. Gioconda si leccò le labbra lasciate naturali e ammiccò, seducente.



«Non fare la stupida, ora» sibilò al suo riflesso, impedendo alle lacrime di rompere gli argini. Portò la sigaretta alle labbra, guardandosi, e aspirò una lunga boccata di fumo. Chiuse gli occhi poi buttò fuori la voluta azzurrognola che si perse tra i raggi del sole filtranti dalle imposte chiuse. Lì era sempre tutto chiuso, ma non le sue cosce. No, quelle dovevano rimanere aperte per tutti. Si leccò un labbro, sollevando un sopracciglio e sbatté le palpebre in un'espressione conturbante. Era abituata a fingere, lo avrebbe fatto fino alla morte. A breve Lucille avrebbe iniziato a chiederle spiegazioni circa le sue lunghe assenze e allora avrebbe dovuto inventare qualcosa. Qualsiasi cosa, pur di non ammettere la “vita”. Non si vergognava del suo lavoro, ma non voleva assolutamente che sua figlia ne seguisse le orme. Somigliava così tanto a suo padre... Si alzò, furente con se stessa, quindi spense la sigaretta nel posacenere e si spogliò. Quando rimase completamente nuda arrischiò uno sguardo verso lo specchio, ammirandosi.
«Come mi vesto, oggi?» cinguettò al suo riflesso, l'ombra della donna inquieta che era stata fino a pochi istanti prima nella luce del suo sguardo.


Oggi esce Volevo solo te (clicca sul titolo per scaricarlo direttamente da Amazon) in formato digitale. In attesa della su versione cartacea, potete iniziare la lettura, immergendovi nella magia!

*Foto Web

giovedì 22 ottobre 2015

I lupanari... i luoghi di perdizione dell'Italia di una volta

Secondo voi è proprio vero il detto "si stava meglio quando si stava peggio"?
Non lo so, ma so di certo che le persone che "bazzicavano" gli anni 30 lo avrebbero pensato. Per la libertà che si respirava. Ovviamente parlo di quella maschile. Il femminismo iniziava le sue strenue lotte, ma con l'avvento del fascismo era sedato e ridimensionato a ogni tentativo di protesta.
E veniamo a noi...
I lupanari, le famose case chiuse.
Ovviamente non erano presenti solo a Roma e, forse, i più famosi luoghi di perdizione non erano neanche propri della capitale, eppure erano una solida realtà, pronta a realizzare i sogni dei giovanotti "di primo pelo" e distendere i pensieri dei signori più "maturi". E, per quanto recarsi in quelle case non fosse uso rispettoso verso la moglie, era pratica normale frequentarli, oltretutto ben più antica degli anni 30, come sappiamo. D'altronde non si è forse sempre detto che la meretrice è il mestiere più antico del mondo? Caligola lo sa bene!


A Roma erano in voga i bordelli de la Suburra, oppure nei dintorni del Circo Massimo, ma ce n'erano di minori sparsi per tutti i quartieri della città. Sapete perché si chiamavano bordelli? Perché inizialmente erano luoghi costituiti in villini situati ai bordi della città. Sotto il periodo del fascio, Mussolini dispose che attorno a ognuno di essi venisse eretto un muro, detto "del pudore", non più alto di dieci metri: piccolo paravento per una pratica vecchia quasi quanto l'antica Roma. Ma le rimostranze per i lupanari erano già iniziate e quella fu una maniera dittatoriale per mettere a tacere qualsiasi recriminazione in merito.

Tutto era perfettamente organizzato: la toeletta, gli asciugamani in dotazione per potersi concedere l'igiene richiesta prima di usufruire dei servizi, e poi i prezzi, anche scontati, a seconda delle necessità del momento.
Ma sapete una cosa? Come accade oggi, con internet e i siti gratuiti  nei quali è possibile perdersi e trovare quel guizzo in più di cui alcuni hanno bisogno per "ritemprarsi", anche allora esisteva chi non aveva il denaro necessario per approfittare di quella che per noi, in epoca moderna, appare come una strana libertà sessuale. I cosiddetti "flanellatori", coloro che non pagavano, ma semplicemente sostavano nella "hall" del lupanare respirando il clima lezioso e lussurioso del luogo, ovviamente mal visti dalle varie gestrici che pretendevano l'obolo anche solo per guardare.
Ovvio no?
Ed ecco che una semplice ricerca su internet ci riporta di colpo a quegli anni, con pannelli e immagini così spinte, per come immaginiamo quell'epoca, da lasciarci stupiti e farci anche spuntare un sorriso di incredula ammirazione.
C'è chi dice che una volta le persone erano bigotte, che al giorno d'oggi si ha molta più libertà di allora... Ma sarà proprio così?



giovedì 24 aprile 2014

Non c'è notte tanto lunga che tu non possa camminare ancora nel sole di Valerio Giovetti

Non c'è notte tanto lunga che tu non possa camminare ancora nel sole


Finalmente il giorno della laurea è giunto. Ha studiato, è preparata e pronta a sostenere l'esame che l'ammetterà di diritto nella schiera dei vari dottori che popolano il nostro paese. Amelia si guarda alla specchio, termina di truccare l'occhio con la matita nera e pensa che, in fondo, tutto quella situazione non le interessa. Tutto è al di fuori della sua vita, del suo pensiero. Ha un marito. Ha una storia disastrata e disagiata alle spalle. È una vittima e non sarà certamente una laurea a colmare i numerosi vuoti che l'esistenza le ha inferto negli anni. Finalmente il giorno della laurea è giunto ed è anche terminato, perché è pronta, ora, a far ritorno a casa. O forse non proprio a casa. Accetta di bere un drink con un professore, Gianni Michelini, appena conosciuto, ma non è nel pieno delle sue facoltà mentali, no? No. In effetti quando squilla il cellulare, al tavolino del bar dove sta sostando con l'uomo, in attesa delle loro bevande, Amelia si desta, si alza e, dopo essere andata in bagno, se ne va. Solo un suo anello, appoggiato distrattamente sul tavolino, ricorda a Gianni, il professore, che lei è effettivamente esistita. Amelia scompare, ma nessuno sembra prestarvi attenzione, mentre Gianni ha perduto da poco sua figlia e, stranamente, viene folgorato da tale evento. Il tutto prende inizio da qui.

Strano romanzo, questo di Giovetti, “Non c'è notte tanto lunga che tu non possa camminare ancora nel sole”. Un romanzo dal titolo lungo ma dallo scorrere breve, scorrevole e affatto tedioso. La vicenda, pur partendo dal punto di vista di Amelia, ben presto si snoda tramite i gesti e i pensieri di Gianni, uomo profondamente colpito dalla brutalità che, alle volte, la vita è capace di infliggere a ignari esseri viventi. La perdita della propria figlia, del proprio sangue; il termine del proprio matrimonio in conseguenza di un evento scioccante come questo; il rifugiarsi in una religione non tanto per la comunità su cui è incentrata ma per la presenza univoca di un essere superiore in grado di governare le leggi del mondo. Forse Anna, la figlia di Gianni, ora, è da qualsiasi parte nel mondo a osservarlo, a guidare i suoi passi, o solamente a sfiorargli la mano nei momenti bui. Non è forse questo il pensiero che accompagna chi vive abbandonato dai propri affetti in maniera repentina, inaspettata e, a volte, brutale? Anna non è morta per una malattia, seppure anche questa comporti pensieri e tormenti, ma per una tragica fatalità che aumenta il senso di angoscia del padre, seppur egli tenti disperatamente, anche inconsciamente, di non pensarci. Ed è forse per questo motivo che Gianni decide di gettarsi a capofitto lungo la tortuosa strada della ricerca di Amelia, della sua salvezza, intuendone un dolore latente, strisciante. Dovuto alla solitudine, alle brutture di cui è stata fatta oggetto da un destino crudele che, a volte, si diverte ad accanirsi verso animi fragili. In questo romanzo molteplici sono le sotto trame che si diramano, sviluppandosi attorno alla narrazione centrale che è quella della ricerca di una persona scomparsa, ma anche del proprio animo. Forse, mediante gli altri, ognuno di noi ricerca una parte di se stesso. Per essere migliore, per comprendere in fondo cosa il nostro subconscio voglia comunicare al mondo. Indagando in una società variegata e dalle numerose chiavi di lettura, popolata dall'omosessualità come dall'omofobia, dalla velata pedofilia alla tanto osannata ricerca del bene, Gianni scopre di essere profondamente chiuso in se stesso. Trincerato dietro la routine che ostenta come una bandiera, la ricerca alla volta di Amelia rende possibile una sua introspezione. Dopo la separazione dalla moglie, infatti, l'uomo vive lasciandosi vivere, non essendo lui stesso l'artefice delle proprie giornate e delle proprie scelte. Rifiutando, come sovente accade alle persone toccate da gravi disgrazie o semplicemente dalla fine di relazioni che rappresentavano il loro normale iter giornaliero, qualsiasi contatto con il sesso opposto, con l'avventura, con ciò che rende solitamente una vita degna di esser vissuta. Non esistono relazioni, seppur di breve durata, perdurano tabù forti e costrizioni mentali che limitano ciò che dovrebbe esser vissuto con spontaneità priva di vergogna. Come, invece, dimostra di saper fare l'amico di Gianni, Andrea. Considerato per alcuni versi immaturo, Andrea rappresenta nel contempo l'angelo e il diavolo della coscienza di Gianni, o di tutti noi, volendo ampliare lo spettro d'indagine. Andrea sa e vuole divertirsi, ma è vittima di preconcetti latenti in ogni persona, nonostante questa si ostini a considerarsi migliore del prossimo. Numerosi i personaggi di Giovetti, ognuno però con una propria personalità e con un proprio ruolo ben definito, atto a testimoniare parte della società italiana in cui si vive. Forte si evince il contrasto tra i vecchi ancora in vita, quelli legati alla vecchia generazione fatta di politica e critica, carica di preconcetti e per nulla indulgente verso il diverso, e le persone che popolano il mondo moderno, così vario nell'accettazione del proprio io. In ogni paese vi sono tali concetti, sempre più evidenti nelle piccole frazioni di città. Ma tale contrasto è poi proprio solo di questo tempo? Oppure è una peculiarità riscontrabile nel mondo intero e nella storia passata e futura? I giovani di oggi saranno gli anziani di domani e i concetti che noi consideriamo moderni e pregni di significato all'avanguardia, saranno i pensieri obsoleti che insulteranno le menti giovanili del futuro. In fondo la vita è un cane in perenne corsa verso la propria coda, alla ricerca costante del dolore di azzannarla e la gioia di farlo. Gianni lo comprende, Amelia ne è ben cosciente, così come tutti noi, in fondo. Giovetti crea un mondo reale, nel suo “Non c'è notte tanto lunga...” e il significato del suo titolo così lungo e ostico, all'apparenza, risulta chiaro nelle ultime battute del romanzo. Un romanzo da leggere per indagare l'animo umano, comprendere qualcosa in più di se stessi e del mondo che circonda noi tutti, spingendo alla riflessione e all'accettazione del prossimo senza calcolare il proprio benessere. Perché tramite il bene, quello diviene conseguenza naturale.

giovedì 17 aprile 2014

Rivelazioni di Letizia Draghi


Rivelazioni (Senza sfumature)


Alessia attende fiduciosa, seduta al tavolino del bar, che si presenti la donna raffinata che le ha commissionato il suo prossimo lavoro. Una nuova sala di genere erotico. Che tipo sarà? E, soprattutto, quali saranno i temi sui quali la futura architetta dovrà concentrarsi per replicare il successo ottenuto con la sala delle punizioni di Martini? Incinta, ancora non si sa se del suo Volto d'Angelo o del suo precedente amante, Alessia Delfini vivrà nuove ed esaltanti avventure del tutto fuori dall'ordinario. Più di ogni altra cosa, fuori totalmente dagli schemi mentali con i quali è sempre cresciuta e vissuta. Letizia Draghi, già conosciuta al pubblico lettore con le sue precedenti opere edite da Delos, torna a narrare le vicissitudini della sua eroina, ormai diventata una sorta di immagine cult della collana “senza sfumature”. Anche questa volta, come lo è stato nelle precedenti, mediante la frizzantezza del linguaggio e la classe priva di volgarità anche nelle scene più calde, la Draghi indaga l'animo umano rivelando quanto i tabù limitino il vero essere di un individuo. Come ne “La sala delle Punizioni”, ma ancor di più in Bodysushi, l'autrice svela quanto i comportamenti e i caratteri individuali, sovente mal giudicati da una morale a volte pesante, siano essenziali e parti integranti della società moderna. Nonostante non siano di dominio pubblico, infatti, molte di quelle che vengono chiamate perversioni sono stili di vita propri di moltissime coppie. I ruoli ben definiti in ambito sessuale, così come i giochi che da essi possono scaturire in un susseguirsi di piaceri sconosciuti ma non per questo condannabili, sono atti a testimoniare quanto nessuno abbia il diritto di giudicare il prossimo, libero e padrone, invece, di esternare in piena libertà la propria pulsione latente. La Draghi, a tal proposito, è bene attenta a usare dei distinguo ben chiari tra i vari ruoli che la società bigotta vede come perversione derivante da qualsivoglia trauma esistenziale. Vi sono, infatti, moltissime coppie che trovano la loro perfetta dimensione in giochi che non sempre incontrano il favore e il gusto degli altri, non rivelando, però al contempo, il fatto che essi stessi siano condannabili o esecrabili dal punto di vista sociale e morale. E un punto di assoluta importanza lo si evince nel momento in cui si spiega perfettamente la differenza tra pulsioni sessuali tra persone consenzienti e perversioni vere e proprie di chi prova gusto e piacere nella violenza e nell'utilizzo della propria forza ai danni di individui più deboli. Gioco sessuale, quindi, non equivale a violenza carnale o egemonia del più potente. La verità nuda e cruda, come il racconto stesso lascia intuire, è che in Italia ancora non vi è quella libertà sessuale che invece sembra imperare in altri stati. Forse per cultura, forse solo per rispetto altrui. Non significa che il sesso tradizionale non abbia la sua valenza, ma si testimonia come anche quello cosiddetto “alternativo” possa e debba trovare la propria connotazione e collocazione legittimata nell'universo moderno così all'avanguardia per tantissime altre cose. Aldilà del fattore sessuale e delle varie scene erotiche che, come sempre, vengono descritte in maniera molto sofisticata dall'autrice, “Rivelazioni” rimane una bella storia d'amore da scoprire e dalla quale lasciarsi trasportare. Sergey rimane l'uomo russo dal fascino incorruttibile e Alessia la solita anima romantica, ammansita forse un poco per via della dolce attesa del piccolo che comincia a crescere nel suo grembo. Di rilevanza assoluta la tenerezza che dal racconto emerge, come a testimoniare che nel sesso non vi è nulla di “sporco” o innaturale e che una gravidanza non ne pregiudica in alcuna maniera l'atto che, d'altronde, proprio alla nuova vita ha condotto in precedenza. Molti gli spunti di riflessione, quindi, come in ogni racconto di Letizia, nonché momenti ilari e scanzonati che, assieme alle componenti erotiche fanno di “Rivelazioni” un nuovo racconto perfettamente in linea con la collana erotica più gettonata del momento, ovvero quella della Delos Digital “Senza Sfumature”.

giovedì 3 aprile 2014

I colori che ho dentro di Nadia Boccacci




Gemma è una donna. Fragile, introversa, ferita e, per certi versi, anche umiliata da una vita che non le ha concesso sconti. Mai, neanche una volta. Il destino, infatti, l'ha voluta abbandonata a pochi anni dalla nascita dall'unica figura in grado, e con il dovere, di impartire i primi passi nella vita. Un abbandono ingiusto, portatore di infinite patologie psicologiche che determineranno gran parte della personalità fragile della donna nel corso della sua esistenza. Perché un solo genitore non può bastare nell'asservire a un compito arduo come quello di condurre una nuova vita verso la luce la fiducia e la consapevolezza di sé tra gli altri. Un padre non può, da solo, sostituire entrambe le figure di cui un bimbo avrebbe bisogno per crescere nella maniera più sana possibile, non se l'abbandono è stato caratterizzato da un'egoistica voglia di fuga piuttosto che un'improvvisa morte, per molti versi decisamente più digeribile a un cuore in tumulto. Gemma è fragile, e come una tela di un quadro, lascia che i colori ne determinino gli stati d'animo, cercando di gettare luce su comportamenti ed emozioni che sola, forse, non sarebbe in grado di spiegare o analizzare. Ogni situazione, quindi, e ogni forte emozione assumono la tonalità che meglio si avvicina, per assonanza, a ciò che più scuote l'animo della donna, determinandone, come un caleidoscopio, le sfumature tramite le quali è possibile interpretarne la giusta scala di valutazione per poterle rimanere accanto. Ma non è semplice e soltanto un animo affine, profondamente empatico, può riuscire nell'impresa di rendere felice Gemma, preda, suo malgrado, di un'insicurezza latente che la rende simile a una bandiera scossa dal vento impetuoso del fato. Un fato, come nell'antichità, inteso come destino. E sarà attraverso i giorni e i colori di cui questi si tingeranno che Gemma percorrerà le fasi della sua vita, in maniera intimistica e psicologica, tentando differenti vie per vivere in maniera migliore, piena e, perché no? Appagante. Non è corretto lasciare al destino il potere di determinare la propria esistenza, specialmente se ogni singolo tassello della vita sembra voler dar vita a un imprevisto dopo l'altro atto alla sottomissione della felicità in favore di un dolore pressante e impossibile da contrastare. La Boccacci, con il suo “I colori che ho dentro” guida, attraverso due diversi modi di narrare, il lettore in un viaggio profondamente intimistico con il chiaro intento di trasmettere un messaggio di speranza, ben lontano dal profondo stress emotivo al quale tutti siamo a rischio di affacciarci. La vita moderna è frenetica, ricca di incongruenze, di pensieri nefasti e situazioni prive di felicità. Risulta, quindi, fin troppo semplice il desiderio di controllo, la necessità di programmare un futuro che sembra quasi prestabilito, per tentare di non soccombere, per cercare di rimanere a galla. Perché se si lascia al nero la capacità di avvolgere la propria anima, la depressione è possibile e, in maniera inquietante, unica colpevole di una fine debole e prova di lotta. La Boccacci, forse attingendo a situazioni ed esperienze personali, data la nota fortemente intimistica della narrazione, lancia un messaggio di speranza per tutti coloro che hanno bisogno di credere nella riuscita della propria personalità, e lo fa in maniera semplice, adottando un linguaggio estremamente chiaro e diretto, lineare e scorrevole, privo di dialoghi ridondanti o astrusi. “I colori che ho dentro” è un romanzo che si lascia scoprire, pagina dopo pagina, rivelando storie di amori intensi, probabili, fin troppo reali e, in alcuni casi, dannatamente sbagliati. Sbagliati ma che aiutano, se non riescono a essere letali, a comprendere cosa davvero è importante, quale dovrebbe essere il cammino verso la felice realizzazione dei propri sogni. Non rinunciando al proprio io, senza scendere a compromessi con un modo differente di essere. Soprattutto, senza cedere alla necessità, quasi impossibile da ignorare, di programmare anche l'amore, anche l'ansia, anche ciò che dovrebbe risultare estremamente semplice per ognuno di noi: vivere.

venerdì 14 marzo 2014

Luci rosse riflesse nel tempo di Marco Rossi Lecce





C'è una strana donna seduta tutti i pomeriggi al bar frequentato da Marco. Una donna dai tratti e dai lineamenti delicati, eppure decisi, tali da far intuire una bellezza mozzafiato perduta, ma non del tutto sopita dagli anni. La donna è anziana, è solita bere un bicchiere di vino bianco e leggere un libro. La donna è terribilmente interessante e Marco non riesce a non notarla, durante i suoi pomeriggi seduto allo stesso bar, al tavolino di fianco al suo. Spinto da una curiosità latente, l'uomo cercherà di trovare un appiglio, un pretesto, per fare in modo di entrare in contatto con quell'animo profondamente conturbante, in grado di destare curiosità al minimo battito di ciglia. E inaspettatamente la donna, accantonando il libro per un momento, presterà lui attenzione. Un'attenzione volta a scoperchiare un mondo perduto e interessante. Un mondo fatto di passione travolgente ed emozioni a fondo vissute. La donna, Sara, confiderà a Marco la sua vita, le sue gesta, riversando una memoria densa di immagini, suoni, colori e amori. Amori per gli altri, amori di altri, amori e passioni di e per sé stessa. Sara diverrà una fonte preziosa di vita, ma anche una sorta d'amante, per Marco, avvinto a doppio filo e attratto, senza apparente motivo, dal ricordo di ciò che non può conoscere, ma solo immaginare. Marco Rossi Lecce torna, dopo il suo “Gli anni confusi”, con un nuovo romanzo dalle note autobiografiche. Dal linguaggio accattivante, raramente spinto, descrive sapientemente la vita di una donna decisa a raccontare di sé, forse per svuotare l'anima, forse per solitudine, forse per semplice voglia di vicinanza. I personaggi del romanzo, tutti abbastanza credibili, si susseguono naturalmente, senza forzature, senza che il ritmo della storia risenta della moltitudine di immagini evocate o di frammenti storici narrati. Partendo da una Dresda degli anni '30, Rossi immerge il lettore in un viaggio lungo anni, passando per la Francia del '68, attraversando gli scontri armati della Roma degli anni '70 fino ad approdare, addirittura, a Bali, terra che, negli anni '80, conobbe i primi rudimenti del turismo ed espansione economica. Ma l'autore tratta anche i temi propri degli anni e dei luoghi da lui descritti, come la guerra e la deportazione, l'avvento della cocaina, la libertà sessuale e tutte le sue relative sfaccettature, non prive di cadute sociali di stile, per approdare, infine, nel mondo dell'industria cinematografica pornografica. Apparentemente fluido e semplice “Luci rosse riflesse nel tempo” tenta di spiegare, in davvero troppe poche pagine, il contesto storico e culturale dell'Europa post bellica, decifrando il moderno stile di vita del nuovo secolo. Pur riuscendoci in parte, facendo fede a connotati storici ben descritti che denotano non solo una ricerca accurata dell'autore, nonché la sua esperienza personale in taluni episodi, Luci rosse non riesce a impressionare fino in fondo. Attenendosi strettamente a narrare le vicende della donna, il romanzo non indaga fino in fondo nei sentimenti provati, non riuscendo, così, a creare la giusta empatia con il lettore verso le scene narrate, nonostante accarezzi la meta più volte. Favorendo una descrizione lineare di avvenimenti realmente accaduti, dei quali comunque è emerso tanto negli ultimi anni, Luci rosse perde un poco di entusiasmo privando il lettore di un emozione che, invece, richiede perché avvinto dai frammenti immaginati, lievemente accennati. Sara è una donna dalla carica esplosiva, capace di donare molto più di ciò che è riuscita, in effetti, a fare durante la narrazione, e non la salvano le descrizioni accurate dei suoi amplessi, che risentono comunque di un susseguirsi troppo ravvicinato nel tempo, perché troppo dettagliati ma privi di spessore emotivo. Ed è un vero peccato, perché si evince la passione, invece, propria dell'autore nel voler chiaramente raccontare una vita che lo ha affascinato e che vorrebbe affascinasse anche altri. Risulta un peccato, inoltre, perché il linguaggio non è mai volgare, estremamente scorrevole e ricco del talento proprio di chi riesce a insinuarsi in una mente inducendola a raggiungere la fine di un libro, sottilmente, senza spiazzare con enormi ed eclatanti colpi di scena, ma solo con la sapienza di una cultura latente e che è possibile evincere in ogni frase. Se, un giorno, l'autore decidesse di ampliare il suo romanzo, arricchendolo con ciò che veramente lo ha colpito, con ciò che davvero avrebbe voluto trasmettere, Luci rosse sarebbe davvero un romanzo impossibile da non leggere, per il linguaggio e per le vicende narrate, testimonianza di un bel mondo perduto e relegato ai ricordi di pochi. Nonostante l'empatia, comunque, ho letto questo romanzo in mezza giornata, segno evidente che la scrittura di Rossi Lecce è davvero buona, dannatamente “adulta”. Per una giovane come me, accanita lettrice, è possibile intravedere, tra le righe, l'esperienza di Marco e il suo profondo rispetto verso i temi trattati. Non c'è nulla da fare, la classe è classe e, nonostante lui voglia apparire un poco più greve, nella sua pagina facebook, per me rimane un gran signore e un valido autore. Curiosa di immergermi nella lettura del suo “Gli anni confusi” intanto invito tutti ad acquistare “Luci rosse riflesse nel tempo” romanzo erotico partecipante al contest indetto dalla casa editrice Damster edizioni ed acquistabile in tutti gli store on line. Seguendo il link riportato di seguito sarà possibili leggere le prime pagine del romanzo, votarlo e acquistarlo.

martedì 11 marzo 2014

Perversa di Valter Padovani

Perversa
Martina si prepara a tornare a casa dopo una giornata di lavoro. Nonostante il traffico, gli ostacoli durante il ritorno, la sua eccitazione è ai massimi livelli. Luca, finalmente, sta tornando da uno dei suoi soliti viaggi e le ha promesso una sorpresa davvero entusiasmante. Le ha imposto che vestiario indossare, promettendole di non rimanere delusa. E Martina non solo crede ciecamente alle parole del fidanzato, ma non vede l'ora di saggiare fino a che punto si sia spinta, questa volta, la vasta fantasia dell'uomo. Giunta a casa la sorpresa avrà inizio, anche se...
Letto in mezz'ora, “Perversa” costituisce una gradevolissima parentesi per distendere le membra, la mente e il sorriso. Dal linguaggio mai volgare, ricercato, alcune volte, e dai tratti spinti ma giusti, questo breve racconto si fa leggere con grazia e semplicità. Non conoscevo l'autore, prima di questo suo scritto, né la casa editrice che lo ha pubblicato -Eros e Cultura-, se non per i sonetti di Xlater di cui ho parlato nei giorni scorsi, ma devo dire che la cura, l'ottimo editing e la sapienza con il quale la narrazione è presentata al lettore merita quei pochi centesimi di euro spesi. Un lavoro di qualità, sia da parte dell'autore che da parte dell'editore, “Perversa” è una storia godibile, dalla facilissima fruizione, che mette in luce l'indubbio talento dell'autore nello scrivere e dal finale fantasioso, per nulla scontato, che spiazza e, sinceramente, fa anche sorridere, nonostante il sorriso non sia proprio la reazione che ci si aspetterebbe nella realtà davanti alla prospettiva presentata. Consigliatissimo!