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martedì 3 maggio 2016

Cristallo: come tutto ha avuto inizio

Il 1 maggio è uscita la seconda edizione di Cristallo, romanzo con il quale sono rientrata, tre anni fa, di nuovo in pista con la scrittura. Certo, lo avevo fatto in febbraio con l'Inferno di Rebecca, molto simile per tematiche, in realtà, ma era Cristallo il testo che davvero mi rendeva libera.
Rimettersi in gioco dopo sei anni non era facile, soprattutto al pensiero di aver mollato quando avevo tutte le carte in regola per arrivare molto prima a un traguardo voluto. Ma sentivo di doverlo fare, di volerlo fare. Perché avevo mollato? Ne parlo spesso, ma non spiego mai.
Lasciai tutto, nel 2009, e fu per vivere il calvario descritto in Cristallo. Non tutto, certo, ma una buona parte. Tra il 2013 e il 2014 ho scritto la prima versione Cristallo, oggi esco con la seconda edizione. Più matura, più realistica, ben più forte. Prima non ero pronta, adesso sì.

Scrivere per me era davvero un sogno, come per tutte le ragazzine che coltivano il desiderio di raccontare storie, e il giorno in cui mio padre entrò in ufficio con la copia del mio primo libro, Dacon, facendomi una sorpresa inattesa, ricordo che mi illuminai. Per poco, sì, ma lo feci. Perché avevo visto l'amore e la fierezza negli occhi di chi davvero mi voleva bene. Capirlo era praticamente impossibile, ma percepirlo invece sì. La realtà era che il mio cuore, la mia testa, cercavano altro: altre conferme, altrui festeggiamenti. Una stima rincorsa nel tempo, un'accettazione di quella che ero per come ero.
Che  non arrivarono.
Mai.
Chi scrive sa quanto sia importante il sostegno della propria famiglia. Se non altro, del partner, quando si ha (e quando non si ha, in alcuni casi, è molto meglio, credetemi). Se quello che si riceve, specialmente durante i primi passi nella scrittura, è disprezzo e invidia, per quanto la passione sia forte, si tenderà a mollare tutto, a tralasciare le proprie inclinazioni, a credere di non valere nulla, di non fare, in fondo, chissà cosa.


Ora so, a distanza di anni, che la ritrosia di chi mi era accanto, che sperimentai sulla mia pelle, fu soltanto la proiezione di un'invidia cocente, della sensazione di inferiorità che ha portato poi a tutto ciò che ho vissuto... Inferiorità non mia, ma di chi mi faceva sentire tale. Allora, però, non lo sapevo, non lo capivo, non volevo accettarlo. Nella prima versione di Cristallo si parla di "una nota stonata in fondo a quella melodia che sembrava amore" ed è proprio così che andavano le cose. Sapevo, ma non volevo vedere, ascoltare, sentire, accettare.
Quando uscii con Astri di paura la situazione era già peggiorata ed erano trascorsi solo pochi mesi dalla pubblicazione di Dacon. Avevo perso ogni slancio, ogni desiderio, e seppur riscontrassi i miglioramenti, le critiche positive, una popolarità insperata, la vita mi portava altrove.
Lui mi portava altrove. E Cristallo cominciava a scrivere le proprie pagine, in maniera autonoma, come uno spettro che segue ogni tuo passo, in silenzio, delineando per te una strada impervia.

I sei anni che seguirono furono l'incubo, il baratro, l'inferno. Non me ne vergogno più, ora, ma non lo avrei mai ammesso prima. Non me ne vergogno perché non voglio vergognarmene, non perché ci sia l'istinto reale, in me, di rivalsa o accettazione. Ci faccio i conti ogni giorno, ormai il cristallo infranto dei miei 20 anni è parte di me, si ricompone pezzo pezzo andando avanti.
Ma c'è un pensiero che mi pungola e che non mi lascia in pace, ed è lo stesso che mi ha spinta a scrivere il romanzo che racconta una storia uguale a tante altre, inascoltata perché inutile per molti.
Vedere i miei genitori arrabattarsi per trovare una soluzione ai miei cambiamenti, all'epoca, mi logorava, mi deprimeva, mi faceva infuriare. Non è facile per chi vive l'inferno, non è facile per chi ne è spettatore inerme.


Questo pensiero non mi abbandona, nonostante siano trascorsi anni, perché vedo che la storia si ripete di continuo, in case estranee, in famiglie lontane chilometri, in quella del vicino...
Eppure io ho vissuto tutto questo: ho una responsabilità, no?
Come posso far capire, io, cosa significhi annullarsi e aspettarsi, nel contempo, il salvataggio? Come posso spiegare cosa sia l'essere in balia di una persona e desiderare ancor più violenza, amore, disprezzo, tregua... pace?
L'unico mezzo che ho trovato per fare tutto questo è stato scrivere parte della mia storia,mescolarla ad altre, mantenendo il file rouge dei miei pensieri, delle mie sensazioni. Perché ora non sono più una ragazzina, adesso sono una donna, sposata, con un bambino. Sono madre. Ho un bagaglio di esperienze, sulle spalle, tale da consentirmi un coming out responsabile.
Eppure sono sempre Federica, la ragazzina di 20 anni che, nel suo monolocale, davanti al computer, cercava una maniera per tirare fuori i propri mostri senza riuscirci. Perché i mostri erano quelli della sua anima, non quelli fittizi di una pagina di fumetto.

E ci sarebbe tanto altro da dire... Ma Cristallo è lì che vi aspetta ed è un buon punto di inizio per cominciare un serio dialogo, se volete. Se vorrete.

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martedì 11 marzo 2014

Perversa di Valter Padovani

Perversa
Martina si prepara a tornare a casa dopo una giornata di lavoro. Nonostante il traffico, gli ostacoli durante il ritorno, la sua eccitazione è ai massimi livelli. Luca, finalmente, sta tornando da uno dei suoi soliti viaggi e le ha promesso una sorpresa davvero entusiasmante. Le ha imposto che vestiario indossare, promettendole di non rimanere delusa. E Martina non solo crede ciecamente alle parole del fidanzato, ma non vede l'ora di saggiare fino a che punto si sia spinta, questa volta, la vasta fantasia dell'uomo. Giunta a casa la sorpresa avrà inizio, anche se...
Letto in mezz'ora, “Perversa” costituisce una gradevolissima parentesi per distendere le membra, la mente e il sorriso. Dal linguaggio mai volgare, ricercato, alcune volte, e dai tratti spinti ma giusti, questo breve racconto si fa leggere con grazia e semplicità. Non conoscevo l'autore, prima di questo suo scritto, né la casa editrice che lo ha pubblicato -Eros e Cultura-, se non per i sonetti di Xlater di cui ho parlato nei giorni scorsi, ma devo dire che la cura, l'ottimo editing e la sapienza con il quale la narrazione è presentata al lettore merita quei pochi centesimi di euro spesi. Un lavoro di qualità, sia da parte dell'autore che da parte dell'editore, “Perversa” è una storia godibile, dalla facilissima fruizione, che mette in luce l'indubbio talento dell'autore nello scrivere e dal finale fantasioso, per nulla scontato, che spiazza e, sinceramente, fa anche sorridere, nonostante il sorriso non sia proprio la reazione che ci si aspetterebbe nella realtà davanti alla prospettiva presentata. Consigliatissimo!  

sabato 8 marzo 2014

La festa della donna? No, proclamazione dei suoi diritti!

La confusione sulle origini della ricorrenza e l'ufficializzazione dell'ONU[modifica | modifica sorgente]

La connotazione fortemente politica della Giornata della donna, l'isolamento politico della Russia e del movimento comunista e, infine, le vicende della seconda guerra mondiale, contribuirono alla perdita della memoria storica delle reali origini della manifestazione. Così, nel secondo dopoguerra, cominciarono a circolare fantasiose versioni, secondo le quali l'8 marzo avrebbe ricordato la morte di centinaia di operaie nel rogo di una inesistente fabbrica di camicie Cotton o Cottons avvenuto nel 1908 a New York[9], facendo probabilmente confusione con una tragedia realmente verificatasi in quella città il 25 marzo 1911, l'incendio della fabbrica Triangle, nella quale morirono 146 lavoratori (123 donne e 23 uomini[10], in gran parte giovani immigrate di origine italiana ed ebraica[11]). Altre versioni citavano la violenta repressione poliziesca di una presunta manifestazione sindacale di operaie tessili tenutasi a New York nel 1857[12], mentre altre ancora riferivano di scioperi o incidenti avvenuti a Chicago, a Boston o a New York.
Nonostante le ricerche effettuate da diverse femministe tra la fine degli anni settanta e gli ottanta abbiano dimostrato l'erroneità di queste ricostruzioni, le stesse sono ancora diffuse sia tra i mass media che nella propaganda delle organizzazioni sindacali.[7][13][14][15]
Con la risoluzione 3010 (XXVII) del 18 dicembre 1972[16], ricordando i 25 anni trascorsi dalla prima sessione della Commissione sulla condizione delle Donne (svolta a Lake Success, nella Contea di Nassau, tra il 10 ed il 24 febbraio 1947), l'ONU proclamò il 1975 "Anno Internazionale delle Donne". Questo venne seguito, il 15 dicembre 1975, dalla proclamazione del "Decennio delle Nazioni Unite per le donne: equità, sviluppo e pace" ("United Nations Decade for Women: Equality, Development and Peace", 1976-1985), tramite la risoluzione 3520 (XXX)[17]. Il 16 dicembre 1977, con la risoluzione 32/142 [18] l'Assemblea generale delle Nazioni Unite propose ad ogni paese, nel rispetto delle tradizioni storiche e dei costumi locali, di dichiarare un giorno all'anno "Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale" ("United Nations Day for Women's Rights and International Peace") e di comunicare la decisione presa al Segretario generale. Adottando questa risoluzione, l'Assemblea riconobbe il ruolo della donna negli sforzi di pace e riconobbe l'urgenza di porre fine a ogni discriminazione e di aumentare gli appoggi a una piena e paritaria partecipazione delle donne alla vita civile e sociale del loro paese. L'8 marzo, che già veniva festeggiato in diversi paesi, divenne la data ufficiale di molte nazioni.  Cit. Wikipedia

Ora, a fronte di tutto ciò, non riesco a comprendere l'avversione morale che si legge nella rete riguardo l'8 marzo. Si giudica l'operato di talune donne che, approfittando di tale data, si riuniscono per festeggiare, andare nei locali, guardare anche streap di ballerini. Perché? Non solo vengono additate come mignotte, ma vengono anche fatte oggetto di ulteriori discriminazioni, come se quelle quotidiane non bastassero. A cercar bene nelle menti, nessuna sa bene quale sia l'origine di tale avvenimento, credendo fermamente che sia un'istituzione nata così, tanto per foprnire alla donna un motivo in più per rendersi ridicola. LA DONNA NON E' RIDICOLA, E questo andrebbe detto non solo a tanti uomini, ma anche a tante donne, artefici primarie di tantissime discriminazioni volte a sbeffeggiare persone dello stesso sesso. Nonostante le parole, l'indignazione, la sofferenza che si prova alla vista di una donna resa vittima di violenza, si è comunque sempre pronti a giudicare secondo canoni imposti dalla morale. Perché la realtà è che la donna vive una costante condizione di inferiorità e sudditanza verso tutto il mondo, anche se si proclama fiera, anche se è certa di essere una "donna di mondo". Lo provano i compromessi, le accettazioni di buon grado, tutte le parole di scherno che si accettano da altri, la gogna mediatiche di molte. Fin quando non si capirà e comprenderà che l'uomo e la donna sono EFFETTIVAMENTE persone simili, con differenti modi di pensare, non si cesserà mai di vedere la violenza perpetrata. Purtroppo molti non sanno che la violenza può essere non solo fisica, ma anche psicologica. Il condizionamento, l'annullamento, il silenzio, il costante accettare di venir meno i propri diritti, la propria libertà di pensiero, l'unico giorno in cui si festeggia la femminilità. Perché boicottare l'unico avvenimento nell'anno atto a esaltare la fifura femminile? Per ricordare tutte le donne fatte vittime di abuso? Non si rende loro giustizia in questo modo, perché è un ulteriore maniera di sotterrare la cosa, di seppellire un diritto inalienabile e troppe volte calpestato. Si deve fare in modo di gridare, in questo e in tutti gli altri giorni, il proprio bisogno di affermazione, senza farsi guerre inutili e sterili una contro l'altra per falso moralismo. Se un uomo va in un locale a vedere streap va tutto bene, se a farlo è una donna si grida alla mignotta. NON E' COSì! Svegliatevi donne, scendete in strada e gridate la vostra frustrazione, difendendo ora e sempre i diritti che ci riguardano, non additando chi ha deciso di festeggiare questo o un altro giorno in maniera differente dalla vostra. Festeggiare è un diritto, divertirsi anche, soprattutto per chi non ne ha avuta la possibilità, soprattutto per chi non ha ancora la possibilità di farlo. C'è bisogno di aiutare le donne in difficoltà, ma non nascondendosi, ma portando alla luce la nostra femminilità non avendo paura di essere giudicate. Per finire segnalo il numero antiviolenze, QUALSIASI TIPO DI VIOLENZA, che è il 1522 
E se volete festeggiare, fatelo!

mercoledì 26 febbraio 2014

L'Inferno di Rebecca - edizioni Damster - un romanzo mio!




Oggi parlerò dell'Inferno di Rebecca. Non per vana gloria. Non per farmi pubblicità, anche se sarebbe del tutto normale, trattandosi del mio libro, ma perché voglio spiegare il contenuto del romanzo, non lasciando al lettore l'arduo compito di farlo o di comprenderne il significato non facile. Negli ultimi tempi si parla moltissimo della violenza sulle donne, della loro sudditanza di fronte ad aggressori in grado di manipolare e aggirare una mente che, fino all'incontro con lui, era sana e colma, sicuramente, di una gioia di vivere pari a quella degli altri. La violenza, non solo fisica, ma soprattutto quella psicologica, si insinua nella mente della vittima, comincia a logorarne le pareti e a scavare una voragine dalla quale risulta quasi impossibile risalire. La coercizione di un essere che si ritiene inferiore,, perché magari avvinto da un sentimento che dovrebbe essere amore ma, nel più delle volte, si tramuta in una sottomissione totale, reca all'aggressore un potere difficile da scalfire. Il carnefice inizia a sentirsi Dio in casa, tra le pareti, continuando a subissare la propria compagnia con cattiverie gratuite, accentuando un'insicurezza nata proprio dalle sue parole. Nessuno è al riparo da tale giogo, e nonostante si pensi che le vittime designate debbano essere donne deboli, inclini a un comportamento simile, molto spesso con un passato triste, ci si deve ricredere. La realtà è che l'arma del fascino e dell'amore è molto più forte di un carattere, se utilizzato con l'intenzione di brandire e fare male. Rebecca è una persona indubbiamente normale, prima di conoscere Stefano, con la propria vita d'adolescente e le inclinazioni sessuali proprie di una ragazza della sua età. Stefano, invece, si dimostra una persona disturbata, dalla spiccata perversione sessuale, affetto probabilmente da quella che si potrebbe definire satiriasi. La sua curiosità verso l'oscuro lo porterà nelle mani di demoni potenti, in grado di esaudire i suoi desideri sessuali nuocendo gravemente a tutti coloro con i quali verrà in contatto, facendolo sentire onnipotente e sprezzante delle regole. Ma i demoni delle regole le hanno e, nonostante si stia parlando del male puro, atto a soverchiare la coscienza umana a qualsiasi costo, le regole devono essere rispettate, pena la morte. Ma non una morte indolore, priva di sofferenze. Una morte al “Monaco di Lewis”, alla “Doria Gray”, atta a punire insubordinazioni, atta a far comprendere cosa significhi vendere la propria anima in favore della realizzazione del proprio ego. E metaforicamente, la morte è atta a provare come la violenza generi violenza. Perché di questo si parla, nell'Inferno di Rebecca. Di violenza, di squallore, di sesso perverso, di sottomissione. Esistono personaggi positivi? Si, ma come nella realtà di chi vive una violenza, non emerge. Tutto il mondo sembra ignaro alla sua sofferenza. Quale scappatoia, se non rifugiarsi in un mondo fatto di dualismi, dove il proprio doppio è in grado di agire per proprio conto? L'unica via di salvezza sembra la pazzia. Se di pazzia si può parlare. La realtà dell'Inferno è il voler sondare e spiegare come una persona, apparentemente sana e lucida, possa essere soggiogata dalla scaltrezza e furbizia di un'altra, magari dotata semplicemente di una personalità più forte. L'inferno è un intreccio di vite di esperienze, di sensazioni e, in taluni casi, di una normalità sconcertante. Volete scoprire un mondo sotterraneo che, ultimamente miete vittime come mosche? Leggete L'Inferno di Rebecca. Ma non se avete uno stomaco debole. Perché i demoni sanno essere lussuriosi, ma l'essere umano è capace di una fantasia ancora più feroce e lubrica.
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lunedì 17 febbraio 2014

Zona d'ombra di Emiliana de Vico


Zona d'ombra: 7 (Senza sfumature)


Vivienne è sola. Di nuovo. Alexander Cambi è stato un miraggio, una dolorosa meteora nel suo mondo fatto di solitudine e dolore altrui. Non ha voglia di amare, non più. Il tradimento emotivo dell'uomo l'ha travolta, facendola piombare in un'insicurezza che dovrebbe essere propria dei suoi assistiti, non sua. Ma in fondo nessuno è al riparo dalla tristezza e dal dolore, pur conoscendo questi sentimenti nel profondo, pur avendo guardato negli occhi la solitudine, la violenza di un amore perverso. Ma Vivienne è ignara del fatto che il futuro è un libro oscuro nel quale sono scritti destini involontari, provenienti quasi da mondi paralleli. Sexy Law, o più semplicemente Oliver, arriva come un turbine nelle sue giornate, scombinando le sue certezze con le sue zone d'ombra, visibili, latenti, dolorose. Ero incerta, all'inizio, avendo timore di leggere una sorta di replica del primo episodio. Sono stata sorpresa, travolta io stessa dalle emozioni che la De Vico ha trasmesso, così intense da mettere, quasi, in secondo piano l'erotismo, descritto in maniera strategica e spiazzante, come era stato nel primo episodio. Nessuna replica, ma un'intensità tale da spingere a indagare il proprio animo. Fino a quanto si è disposti a donare di sé stessi in favore di un amore totalizzante? La violenza psicologica, molte volte, sa essere più subdola e penetrante di quella fisica, spingendo un individuo ad annullare la propria identità in funzione del proprio aguzzino, di cui non si percepisce la pericolosità. Mai. La forza di Emiliana sta nel testimoniare e nel provare che la violenza non è propria solo degli uomini, intesi come maschi. La violenza può essere perpetrata su chiunque, in un turbinio di ricatti capaci di evirare, uccidere, annientare la volontà della vittima. Con “Zone d'ombra”, di nuovo, la De Vico dimostra la sua sapienza, in ambito psicologico, spingendo però il lettore ad arrivare con le proprie capacità alla soluzione di un bandolo intricato quanto può esserlo una mente distorta dal dolore. Vivienne è toccata da una violenza data dal tradimento della fiducia riposta, mentre Oliver è vittima di un tipo di coercizione forzata, mentale, invisibile, ma latente. Come sovente accade, con le grandi penne che si ha la fortuna di leggere ogni tanto, l'erotismo eccitante è un trait d'union tra la psicologia e l'amore. La mente umana sa essere complicata, ostica e decisamente ottusa, se permeata da sentimenti poco usuali, e da ciò che la morale considera insensato e sbagliato. Non posso andare oltre, nelle considerazioni, perché rischierei di rivelare troppo di un racconto che desidera essere letto perché meritevole di rimanere nella mente e nella coscienza di tutti, come bandiera, specialmente in questi periodi bui in cui la violenza sulle donne è criticamente presente in Italia e nel mondo, inneggiante alla libertà dell'individuo e alla propria dignità nell'essere vivo. Link di seguito, non posso che battere le mani ad Emiliana, rinnovando i miei complimenti

sabato 8 febbraio 2014

Un racconto erotico horror... pubblicarlo? Ma si, fa parte di me!



Proiettato verso l'infinito



A ben guardare, in fondo, non era poi tanto male. Il seno di una terza misura abbondante, le natiche sode e le labbra invitanti. Nel complesso non era da buttar via. Certo, i capelli biondi, poco puliti, e le unghie dallo smalto scrostato non erano certamente invitanti. Ma non odorava di cattivo, questo no. Le si avvicinò, lo sguardo lubrico, il pene duro nei pantaloni. Gli bastava così poco, ormai, per far si che l'eccitazione prendesse pieno potere dei suoi arti inferiori. Avvertì il classico pizzicore all'inguine, mentre il membro continuava a salire verso l'ombelico, sfiorando l'elastico delle mutande strette. Si sedette meglio sul sedile dov'era seduto, accostandosi ancora un poco alla ragazza. L'ondeggiare della metro aiutava il suo pene a distendersi, provocando una sorta di movimento propedeutico all'eccitamento progressivo. Un braccio sulla testiera del sedile di destra, si sporse a odorare la chioma poco fluente della ragazza. Ciò che sentì non era esattamente quel che avrebbe desiderato, d'altronde già il loro aspetto non gli aveva fatto sperare il contrario. Ma non importava. Lo sguardo gli cadde nuovamente sulla scollatura ampia della ragazza, ignara di essere diventata, d'un tratto, preda succulenta. Le cuffie del lettore mp3 alle orecchie, teneva gli occhi chiusi, battendo un piede a terra al ritmo incessante di quello che distinse come un rock duro. Duro, come il suo pene. Sorrise, sfiorando col ginocchio quello di lei. Solo quel contatto gli provocò una scarica di adrenalina pura e immaginò come sarebbe stato affondare le labbra nei seni prosperosi, infilare le dita nell'incavo delle cosce, leccando i capezzoli e risalendo, fino al mento. Si chiese, una mano a massaggiarsi il membro, come sarebbe stato insinuare la sua lingua tra le labbra lisce di lei, ascoltare il pulsare del suo pene nell'umida cavità del suo intimo, affondando una mano tra i capelli, afferrandole la nuca.
La ragazza aprì gli occhi, a controllare la fermata a cui erano giunti, e si accorse dell'estrema vicinanza all'uomo. Visibilmente imbarazzata, cercò di allontanarsi, accostandosi ancor più alla testiera. Erano soli nel vagone e la mano sul membro che ne massaggiava l'interno la spaventò ancor più del pensiero che le era sovvenuto alla mente. Lo osservò, cercando di respirare piano e di muoversi con estrema cautela. Non voleva che si destasse, non voleva attirare ancor di più la sua attenzione. Faceva caldo e i calzoncini che aveva indossato, per recarsi a lavoro, avevano fatto in modo che la pelle delle cosce si attaccasse al sedile. Cercò di alzarsi con estrema lentezza, ma avvertì un estremo dolore nel farlo. Troppo caldo, troppo calore. Timorosa di aver mosso troppa aria, si voltò a osservare il suo vicino. Non era brutto. Non era affatto brutto, e in un'altra circostanza gli avrebbe riservato un lungo sguardo, cercando una maniera per farsi abbordare. Ma non così, non con la sua mano che massaggiava l'evidente eccitamento che lei, o qualsiasi altra cosa, gli avevano procurato. Appoggiò la mano destra sul sedile a fianco e riprovò a muoversi, questa volta con più successo. Quel dannato trenino sembrava proiettato verso la fine del mondo. Non si fermava mai, in nessun posto, come fosse incantato. Avvertì la nausea bruciarle la gola, montandole direttamente dallo stomaco, mentre con orrore notava gli occhi cerulei dell'uomo aprirsi e guardarla. Lei non si era ancora mossa dal suo posto e la mano di lui, abbandonata alla testiera del suo sedile, dondolante al movimento ondulatorio del vagone, incombeva come un rapace sul suo seno. Si osservarono, il respiro di lei trattenuto nei polmoni, quello di lui corto. Un sorriso. La ragazza arrossì, immobile nel panico crescente.
Ora che la guardava la sua eccitazione era ancora più palpabile. Aveva gli occhi verdi. Peccato per i capelli poco curati, d'altronde fuori faceva un gran caldo e la giornata era volta al tramonto. O almeno credette fosse il momento del tramonto. La mano ancora a indugiare sull'inguine, si sentì umido delle poche gocce appena uscite. Le sorrise ancora, mostrando la sua dentatura perfetta. Sapeva di essere piacente, sapeva di potersi permettere qualunque ragazza avesse voluto. Ma possederne una, contro la sua volontà, madida del terrore procurato, era un afrodisiaco al quale non sapeva più rinunciare. Era come spararsi un ago in vena. Una volta provato non si era più in grado di rinunciarvi. Una droga, si, una droga. Sempre guardandola, spostò la sua mano sul seno, stringendo forte la carne tra le dita. La ragazza, colta di sorpresa, emise un gemito. Lui lo interpretò come piacere e la cosa non gli piacque. Si svestì del sorriso, appena indossato, e la afferrò per la vita con il braccio libero. La ragazza iniziò, lentamente, a reagire. Avvertì un pugno debole lanciatogli sulla spalla destra mentre se la portava a cavalcioni sulle cosce. Le afferrò le natiche con entrambi i palmi aperti e spinse l'intimo di lei verso la sua eccitazione pulsante. La ragazza gridò più forte, questa volta. Lui sorrise. Finalmente. Sibilò un invito a tacere, sporgendo le labbra scure in avanti, e la spinse nuovamente contro il suo bacino. La ragazza urlò, graffiandolo in faccia.
Bene. Il terrore, il panico strisciante, il veleno della paura le stava intossicando le vene. Si alzò di scatto, lei in braccio con le cosce ad avvolgerlo, e si gettò in terra, posizionandola sotto il proprio peso. Gemette di dolore.

Bene. Portò una mano all'ampia scollatura e tirò la maglia verso il ventre, scoprendo un seno pieno. Si gettò, famelico, a divorarle il capezzo, succhiando avidamente, mentre con l'altra mano tentava di arginare i movimenti frenetici delle sue braccia, travolte dal panico. Non disgusto, panico irrazionale. Il seno in bocca e il collo della maglia bloccato sotto di esso, utilizzò la mano libera per slacciarsi i pantaloni, lasciando respirare il suo pene, desideroso di avventura. Poi abbassò quelli di lino di lei, non trovando alcuna resistenza. Lei gemeva, mugolava e urlava a tratti, come volesse richiamare l'attenzione di qualcuno. Nessuno, però, l'avrebbe ascoltata. Quel vagone era proiettato verso l'infinito e oltre. Un vagone fantasma, giunto alla fermata giusta nel momento giusto. Secondo i punti di vista, certo. D'un tratto la metro sussultò, cigolando sui binari. La ragazza, suo malgrado, sorrise, esclamando un singhiozzo umido di saliva e lacrime. Incurante, lui la penetrò, continuando a suggere dal suo seno scoperto, emettendo versi gutturali di un'oscenità rivoltante. La ragazza urlò il suo disgusto, nonostante sapesse che la salvezza era vicina, nonostante pregustasse il sangue zampillare dalla pelle lacerata di lui, una volta fatto preda dei pendolari. La metro si fermò, le porte del vagone si aprirono e salirono quattro uomini, tre donne, e cinque adolescenti. Nessuno la guardò, nessuno ne ascoltò le grida, insistenti, di aiuto. Le porte si richiusero, lei gettata a terra mossa dai colpi della violenza incalzanti, mentre gridava il dolore sordo e inascoltato. Lo sentì ridere, lo sentì gemere e avvertì la saliva colarle lungo un fianco. Poi, mentre i colpi di bacino si facevano più violenti e i loro gemiti riempivano lo spazio vuoto, sovrastando il tramestio del mezzo, l'uomo abbandonò il seno e portò la bocca al suo orecchio, mordicchiandole il lobo, viscido di sudore, per sussurrarle “Tesoro, non l'hai ancora capito? Questo vagone è proiettato verso l'infinito, e noi due siamo solo anime affini unite nella morte.” Lei sgranò gli occhi, la certezza di non aver colto la propria fine. Urlò, chiedendo un muto e inutile aiuto ai pendolari, mentre l'uomo le esplodeva dentro e riarmava le proprie forze per ricominciare da capo.