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domenica 4 settembre 2016

Sono solo un ricordo, un romanzo d'amore. Perché i sentimenti non conoscono genere o sesso

Dal blog di Babette legge per voi, C.K.Harp parla del suo romanzo d'esordio nella narrativa lgbt. Perché lo pseudonimo? Perché proprio ora? Cosa cambia, rispetto ai miei romanzi precedenti?




Ci sono storie che nascono in fretta, in un lampo. C’è l’idea, ci si dorme una notte sopra e tac: al mattino successivo tutto è chiaro, in ordine, predisposto. I personaggi parlano e tu, che sei il loro tramite – si dice – scrivi, narri.
Ma non tutte le storie sono così, non tutti i personaggi sono semplici da decifrare e delineare. Ci sono romanzi che impiegano anni per sedimentarsi, per prendere forma e senso. Ci sono romanzi, addirittura, che richiedono un lavoro interiore, un cambio di rotta, una rivoluzione copernicana.
Questo è ciò che è accaduto a me, proprio questo. E sono diventata C. K. Harp pur di dar vita a questo romanzo e a tanti altri che cercavano una chiave diversa da quella che finora ho utilizzato.
“Sono solo un ricordo” è nato quattro anni fa, nella sala della nuova casa da scapolo di mio nonno. Scapolo per forza, mia nonna era già andata via pochi anni prima, lasciandolo distrutto e desideroso di seguirla a breve. E in preda al Parkinson e alla demenza che galoppava neanche fosse un purosangue.
La storia di Ty e Richard non esisteva, allora, così come non esisteva del tutto la mia passione per la letteratura LGBT, ma c’era l’idea. Perché odiavo il fatto di non riconoscere più quella persona che giocava a carte con me sul tavolo dopo pranzo. Odiavo non ritrovare il suo cipiglio burbero. Mi spiazzava il fatto che mi chiedesse di tenergli la mano prima di dormire, o che fossimo io e mia madre ad accudirlo. O mia zia, o il badante… Mi divertiva quando lo sentivo “sbroccare” all’improvviso, lo ammetto, perché era una cosa talmente surreale che guardavo mia madre e non potevo fare a meno di ridacchiare. Si ride, a volte, quando non si riesce a spiegare la realtà…
Come quella volta in cui si girò e chiese a mia madre: “Te ricordi quanno annavamo a cercà l’oro a Villa Gordiani? C’avevo 5 anni e te me tenevi la mano”.
In quel periodo mi chiedevo spesso quanto fosse presente in lui la malattia, quanto invece la lucidità di sapersi infermo. Pensava al suo grande amore? Ripensava ai giorni in cui aveva incontrato mia nonna alla fontanella e aveva sentito “quer friccico ner core”?
L’idea, ripeto, c’era, ma la capacità di svilupparla, farne qualcosa di diverso da un racconto, no. E intanto riflettevo, vivevo, vedevo le parole sfumare e lo sguardo di mio nonno farsi più vacuo. Era la vita, ma era la prima volta che mi soffermavo a chiedermi come operasse fino in fondo.
Poi di Spartaco e Rosa non è rimasto che il ricordo, la forza, l’amore. Soprattutto l’amore, l’uno per l’altra. Per me è sempre stato impossibile pensare a uno senza considerare l’altra. Così continua a essere ancora adesso.
Volevo testimoniare quel sentimento, quel legame che valicava tempo e spazio, ma ero frustrata perché non trovavo la giusta chiave di lettura per interpretare il bisogno che sentivo dentro.
Sono passati anni, il pensiero è rimasto, ma le necessità di scrittura sono mutate, si sono piegate, hanno seguito linee a volte diverse da quelle che volevo. Insomma, sono andata avanti col tarlo che mi rodeva il cervello.
Poi ho scoperto la letteratura LGBT, le grandi storie d’amore tra uomini e tra donne, e in un colpo solo mi si è aperto un mondo. E la trama.
Ma non ero pronta, non ancora. Avevo bisogno di maturare, non potevo improvvisare. In fondo venivo da realtà completamente diverse, dove l’amore era amore, certo, ma stracolmo di cliché che mi andavano stretti e limitavano. Così ho iniziato a scrivere altro, è nato C.K.Harp, ho dato sfogo alla vena thriller che mi aveva sempre pungolata, ho preso una pausa.
Ho preso una pausa: lunga. Sono giunta sulla soglia della grande distribuzione, c’è una R, ora, sul mio curriculum, che non rinnego e che mi ha aperto porte insospettabili, ma… Ma non è quello che voglio. Ovvero, non come lo voglio.
E proprio da questa consapevolezza è nato “Sono solo un ricordo”, hanno preso forma Ty e Richard, si è sviluppata la loro storia, la loro unione.
Ho narrato l’amore, ma anche la vita, le sue complicanze, i suoi risvolti non sempre piacevoli, perché come cantava Mariella “Così è la vita, che ci sospende, con i suoi fili inconfondibili, il suo cuore palpitante, e il nostro sangue che si rapprende”.
La vita non è solo una fiaba rosa in cui immergersi, per quanto risulti bellissimo – anche per me – perdersi a volte in risvolti privi di drammi e pianti. Nella realtà c’è sempre un “ma”, e trovo che l’amore, quello vero, passi per sfide e colpi da sopportare e superare, e che non conosca colori o generi d’appartenenza, solo strade. Strade parallele che ogni tanto, per volere di qualcosa o qualcuno, si raccordano e uniscono.


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venerdì 6 novembre 2015

Volevo solo te: i personaggi #1

Manca poco, ragazzi, una manciata di giorni.
A cosa?
Al cartaceo, al digitale... Volevo solo te è ormai una realtà e lo sarà per chiunque vorrà leggere una storia d'amore possibile in un periodo dimenticato da molti. Ma non da tutti, chiaro.

In ogni caso bando alle ciance, di storia ne abbiamo parlato fin troppo negli ultimi periodi (non credete... tornerò!) quindi direi di passare a presentare i personaggi principali che vi terranno compagnia nelle prossime settimane.
Parlare di tutti, oggi, sarebbe impensabile. Tanto il romanzo è breve quanto la psicologia di ogni singola persona ritratta tra le pagine è immensa. 
Inizieremo con calma e, oserei dire, dal più bello di tutti. L'ho creato io, so di che parlo. 
Partire "col botto"? E perché no? In fondo di un libro si può prendere ciò che si vuole e girarlo a proprio piacimento con la forza dell'immaginazione. La bellezza che risiede nella lettura coinvolge anche e soprattutto questo aspetto.
Be', che dire... Buon viaggio ;)

Fausto




Era lui ed era più bello di come lo avesse ricordato per tutta la notte. Il torso nudo riluceva sotto i raggi torridi del sole quasi allo zenit e i pantaloni gli cadevano larghi oltre le ginocchia, ma non sulle cosce, tornite, possenti e chiaramente intuibili sotto la stoffa leggera e aderente. Aveva un torace scolpito, tale da fare invidia alle statue che solo una volta Flora aveva visto in Piazza Venezia, e le braccia richiamavano pensieri oltremodo peccaminosi e dediti alla lussuria più sfrenata, di cui lei non conosceva nulla, ma che immaginava con la forza del desiderio appena natole in petto. Temette di morire di crepacuore, tanto quello correva forsennato fino alle tempie. Notò un sorriso buono, largo e sensuale dipingersi sul volto bronzeo del ragazzo e udì un coro di angeli, che nella realtà altro non era che il chiacchiericcio divertito delle donne di fianco a loro


«Sei venuta, allora» si sentì apostrofare da dietro le spalle, a bassa voce; una mano le sfiorò il braccio delicatamente. Il cuore le balzò in gola battendo all'impazzata, ma non osò muoversi. Lasciò che Fausto le si avvicinasse ancora di più, aderendo il corpo al suo.
Chiuse gli occhi, tentando di respirare per non svenire dalla gioia. Poteva sentire il respiro calmo del ragazzo lambirle l'orecchio destro, le sue braccia forti cingerle la vita, il cuore di lui suonare all'unisono col suo in una danza arcana e misteriosamente veloce.
«Non sai che regalo sia per me vederti qui. Non riesco a non pensarti dal primo giorno in cui ti ho vista» le sussurrò, scostandole i capelli dal collo e posandovi le labbra. Flora trattenne il fiato, mentre un liquido caldo le inumidiva le cosce nude. L'unico ostacolo tra il suo corpo e il buio della notte era la leggerissima camicia con la quale era solita dormire. Avvertì l'erezione del ragazzo spingerle contro le natiche e il suo cuore accelerò ancora, come se fosse in grado di farlo senza ucciderla. Avvertì le labbra morbide di Fausto baciarle timidamente la base del collo, facendola rabbrividire  al punto che si sentì tanto sfrontata da offrirgli maggior spazio inclinando la testa di lato. Senza volerlo gemette e questo risultò un chiaro invito a proseguire. Le braccia del suo moro la cinsero ancora più stretta, mentre i baci si facevano più audaci, risalendo lungo la curva dolce che portava dritta alle sue labbra dischiuse. Flora temette di accasciarsi al suolo, perché le sue gambe divennero tanto molli da non reggere il suo peso senza tremare.


«Stai tremando» le baciò addosso Fausto, e lei fu in grado solo di annuire lentamente portando le mani sopra quelle di lui, ferme ancora sul ventre. Erano calde, forti, grandi quel tanto che sarebbe servito ad amarla come aveva sognato durante le settimane passate. Si morse il labbro, desiderando fare la stessa cosa con la bocca di lui, tanto che si fece audace e mosse il volto verso la sua direzione. E lo trovò, pronto, conturbante, lo sguardo brillante nella luce della luna piena. Si fissarono e Flora seppe che non c'erano discorsi da fare, parole da cercare, frasi a effetto da cantare. Le loro labbra si cercarono nello stesso momento e si trovarono, di conseguenza, iniziando a rincorrersi in un gioco sconosciuto a entrambi, ma naturale come lo era bere. Flora fu la prima a dischiudere le sue, anelando qualcosa di più. Fausto rispose prontamente, leccandole via il sapore del timore, della vergogna, del piacere di saperlo vicino. E d'un tratto i loro corpi immobili presero vita, desiderando di comune accordo una vicinanza diversa

* Foto Web

lunedì 3 novembre 2014

Candy Apple di Nora Noir


Candy Apple
Elisa è una ballerina di danza classica, ferma in maniera statica nell'abitudine di apparire come gli altri vorrebbero fosse. Alberto è invece un chitarrista metal, un tipo alla mano, superficiale come può esserlo un uomo fatto di trent'anni suonati alle prese con la Londra rockeggiante dei nostri anni. Entrambi, come spesso accade, prede e vittime del caso, dell'incerto corso di eventi che, talvolta, concertano per far quadrare situazioni all'apparenza senza senso. In una galleria i due si incontreranno e scontreranno un po' come accade tra Licia e Mirco in un giorno di pioggia e così...
Torna Nora Noir, torna l'erotismo sensuale di una delle scrittrici più promettenti del panorama emergente italiano. Dopo la Serva di Vienna, l'autrice dal capello nero corvino ci presenta un titolo completamente diverso per genere, stile e linguaggio. Candy Apple è dolce e succoso proprio come il frutto, decisamente croccante nei dialoghi, fragrante nell'aroma degli amplessi dosati ed eccitanti, e candita negli aspetti psicologici che si intravedono ma che non appesantiscono una trama semplice e piacevole. Quello di Nora è un romanzo breve, contraddistinto da un doppio punto di vista dal quale è possibile carpire ogni aspetto della vicenda, senza avere quei fastidiosi "buchi"nell'interpretazione dei sentimenti dei vari personaggi. Leggendolo, in effetti, mi è tornato in mente un cartone che andava molto di moda durante gli anni della mia adolescenza (l'altro ieri, per la cronaca!). L'anime in questione si chiamava Lui/Lei e narrava le vicende di due giovani liceali giapponesi. Nora sembra aver estrapolato lo stile innovativo e simpatico di questo cartone per trasporlo in letteratura rinnovandone, però, la classicità con un linguaggio colloquiale che non stride per nulla, ma che anzi accompagna il lettore rendendolo partecipe della storia in maniera calzante e incalzante. Si sentono forti contaminazioni di letture contemporanee, delle quali l'autrice da mostra di saper imparare e mettere in pratica le lezioni, ma unisce a questo uno studio mirato di generi artistici lontani, ma non sempre, dal mondo della scrittura. Si parla in maniera consapevole di rock metal, in Candy Apple, e lo si fa riuscendo ad attrarre il lettore verso questo genere musicale per nulla commerciale. Personalmente ho sempre sentito parlare dei Nightwish senza cercare qualche loro canzone, cosa che invece ho fatto per immedesimarmi ancora meglio con Alberto e le sue fantasie. E devo dire che a me è sembrato davvero di entrare nel tinello di Nigel e vedere l'artista alle prese con le sue "croste", ho passeggiato con Elisa e Alberto per le strade londinesi, ammirato il balletto di danza dove Jennifer sgomitava per essere notata, ho bevuto con i ragazzi nel pub e vissuto l'incontro con Paul nella galleria artistica. Insomma, ho vissuto Candy Apple solo grazie allo stile frizzante di Nora, che ha saputo utilizzare il frasario tipico del nord Italia in maniera superba. Come le ho riferito privatamente "mi sono piaciuti un casino i suoi dialoghi e il modo in cui fa parlare i personaggi nei monologhi introspettivi". Sì, perché al di là della favola narrata, ci sono parti che sondano l'animo umano alle prese con decisioni difficili, con cambiamenti di vita non prestabiliti o previsti. Particolarmente toccante la lotta che Elisa fa con il suo subconscio per evadere dallo schema limitante che prevede il suo ferreo autocontrollo. I dubbi dell'amore, il pensiero del tradimento, i malintesi tipici di un amore appena sbocciato privo della complicità propria di un rapporto ben collaudato e, pertanto, prerogativa quasi esclusiva dei ragazzi nel pieno della ricerca di una propria stabilità e maturità mentale. Nora mi ha catturata e sedotta in vari punti, specialmente quando poi il romanzo è iniziato a vertere laddove lei è maestra: l'erotismo. Le scene sono descritte minuziosamente pur rimanendo dense di una classe inusuale. Nora emoziona sapendo di poterlo fare con parole prive di volgarità asperse, penetrando la mente del lettore e insinuandosi in essa con ferma e dolce determinazione.
Insomma... Se non avete ancora compreso il da farsi: comprate e leggete Candy Apple, mordete di gusto e poi conservate il torsolo per rendere partecipi anche i vostri amici. Senza passaparola noi autori non siamo nessuno. Senza lettori non abbiamo ragione di esistere, mentre Nora Noir merita di essere affermata!

http://www.amazon.it/Candy-Apple-Nora-Noir-ebook/dp/B00OYU2CS0/ref=pd_sim_kinc_3?ie=UTF8&refRID=0HP3Q1FANX68H4A4X62E

martedì 28 ottobre 2014

Halloween on read!

Ragazzuoli, per Halloween le autrici italiane self si sono messe una mano sulla coscienza e hanno deciso di venire incontro a noi lettori e lettrici compulsivi... Tutti i loro e-book a 0.99!!! Poi non vi lamentate che la cultura costa troppo, eh? Ah... la stragrande maggioranze di questi titoli io li ho letti e ve li consiglio stra vivamente!!!



http://www.mariealbes.com/official-blog/entry/halloween-on-read-2014-trick-or-sale-2014.html — con Alessandra Paoloni, Miriam Rizzo, Marie Albes e altri 46



giovedì 15 maggio 2014

Pieno di Luna di Enrica M. Corradini


Dettagli prodotto

Altiero è un professore universitario stimato dagli studenti, dalla comunità che sovente lo onora di qualche insigne carica per vari meriti, adorato dai colleghi e dalle sue vicine di casa e amiche d'infanzia. Altiero è un uomo, prima di essere un professore, e a suo tempo è stato marito, padre e nonno. Il problema fondamentale è, forse, rammentare il tempo in cui la sua vita conobbe il suo vero senso di appartenenza, il reale significato della presenza nel mondo. Che sia, questo senso, proprio della prima, della seconda o della terza dimensione. Che padre è stato? E che marito? Possibile che per anni non abbia mai avvertito la necessità di indagare, di capire, di comprendere le necessità che la famiglia da lui formata gli richiedeva quale tributo d'amore? Amore... Forse è quella scintilla che inizia a ricordare, nel cuore prima ancora che nella mente, tramite l'ideogramma “Luna d'autunno” concessa dalla Società Trasparenze. Ideogramma così valido e rilassante, dato quello che l'ha pagato, da fargli dimenticare l'ansietà del passato pur riportandolo in auge nel presente. Ideogramma pur sempre ideato dall'uomo e per questo soggetto ad avaria, proprio come la mente di Altiero, ormai lla prossima deriva.

Inizialmente titubante, ho tentennato nella lettura di questo racconto lungo di un'autrice che, per giunta, non conoscevo, Enrica M. Corradini. Non amo la fantascienza e molto raramente mi propongo di leggerne, per la poca attrattiva che ne consegue e che mi spinge, sovente, all'abbandono. Beh, devo dire che con Pieno di Luna ho iniziato, continuato e terminato la lettura in un continuo spasmo di sorpresa e riflessione. Del tutto spiazzata, sono giunta al termine del racconto con la bocca spalancata, febbrilmente alla ricerca di segnali, in internet, che portassero alle stesse conclusioni da me raggiunte. Per soddisfazione di aver compreso, per resa di giustizia a un racconto davvero complesso e ben scritto, per assonanza e affinità mentale tra scrittore e lettore. Ebbene, come sovente capita, l'autrice, purtroppo, non è abbastanza conosciuta da raggiungere un pubblico in grado di apprezzarla nella maniera in cui dovrebbe. Molti pochi i commenti racimolati, devo dire comunque positivi, ma fin troppo esigui e non esaustivi come avrei voluto. Per la prima volta, da quando leggo esordienti ed emergenti, ho provato l'impulso di voler conoscere l'autore del libro in modo tale da poter conferire con lui circa il significato di determinati passi. Seppur inizialmente Pieno di Luna si delinei quale opera di fantascienza, infatti, ben presto diventa un racconto intimistico, atto a indagare nei meandri della mente umana, della memoria perduta, dei giochi che la coscienza compie pur di preservare un minimo di sanità psicologica al fine di non soccombere al dolore e alla tristezza. La Corradini testimonia quanto possa diventare intenso e forte il senso di solitudine dovuto alla morte dei propri cari, specialmente se colmi di rimorsi per occasioni perdute, affetti non donati e non palesati, tempo perduto alla ricerca di sé a discapito della dimostrazione di sentimenti condivisi ma dimenticati. La famiglia rappresenta, come nella realtà del lettore, una piccola società concentrata tra poche persone e in uno spazio ristretto come una casa, forse per questo anche più difficile da amministrare e tenere da conto. Sovente i vari membri della piccola comunità che ognuno di noi ha, per scelta o appartenenza diretta, si allontanano ed estraniano alla ricerca del proprio spazio, per lasciar respirare il proprio ego e non soffocare sotto parole d'amore o gesti che alla lunga divengono anche fastidiosi. Il problema dell'indipendenza è il senso di vuoto e di colpa che si viene a creare quando proprio quei familiari lasciano il mondo terreno senza preavviso, oppure in maniera tale da non consentire un'adeguata resa dei conti, un momento in più per poter dire il “ti voglio bene” perduto nei meandri del proprio ego. Ed è qui che, credo, venga a collocarsi la storia di Altiero. Strutturato come una sorta di 1984 di Orwell, Pieno di Luna è ciò che non desidera apparire. Se superficialmente è un racconto di fantascienza, con tre dimensioni, rapporti familiari vissuti e difficili, tendente a dimostrare quanto la vita di un anziano solo sia difficoltosa, perché accerchiato da ricordi non sempre positivi, Pieno di Luna racconta anche altro. Mi sono trovata a chiedermi, durante la lettura, se la realtà descritta fosse come appariva o se si trattasse di una sorta di “The Others” dove i morti non sono morti e i vivi non sono i vivi. Se la realtà per come la conosciamo non fosse vera, ma un ideogramma, come la Luna d'inverno di Altiero, atta a far vivere all'uomo un'esistenza differente da quella vera? E se invece la seconda o terza dimensione descritte dalla Corradini non fossero meri particolari di un racconto di fantascienza, ma l'idealizzazione della coscienza e della veglia? Oppure, ancora, si trattassero della sanità mentale contrapposta a una malattia atta a modificare le linee guida di un mondo che conosciamo solo per abitudine e non per esperienza pura, perché privi degli strumenti adatti a discernerne le potenzialità volute dalla natura? La Corradini ha creato, nel suo Pieno di Luna, un universo talmente fitto e intricato, mediante una storia che desidera essere più semplice di quella che è, che il termine della lettura segna l'inizio di interrogativi millenari, ostici, scomodi ma avvincenti e superlativi. Pieno di Luna non è un'opera semplice, ma rientra decisamente nella sfera di quei piccoli capolavori che ci si chiede come nascano e come si sviluppino. Desiderosi di leggere qualcosa di davvero innovativo e dannatamente interessante? La Corradini e il suo Pieno di Luna fa per voi!

giovedì 8 maggio 2014

Il Veleno del cuore di Barbara Risoli



IL VELENO DEL CUORE (Le avventure di Venanzio ed Eufrasia)

Sposa del suo amato. Eufrasia freme, nel suo vestito bianco vaporoso, arrossisce e incede lungo la navata. Finalmente il coronamento di un sogno, finalmente l'amore dell'uomo che ha desiderato, agognato dal profondo fin dal primo istante, combattendo e lottando, come un puma attaccato alla propria preda. Gli occhi neri, come il felino, la donna è pronta al passo ultimo di una guerra d'amore contro suo padre, unico ostacolo al suo sogno. Specchia il suo sentimento negli occhi di Aldo, soldato umile dell'esercito francese, colui che le ha rubato il cuore, che le ha catturato l'anima, e ciò che sente è... Solo rancore, tacito fastidio e profondo astio. Non sente più nessun amore per lui. Lì davanti a tutti, davanti al parroco, alla sua famiglia, agli invitati, Eufrasia dichiara il suo diniego a un'unione voluta, forse, solo per l'ottenimento del rispetto da parte di un padre rude, severo e autoritario. Colui che aveva sempre disprezzato la sua unione. Forse se Aldo avesse combattuto per la loro relazione, come aveva del resto fatto lei durante tutto quel tempo, invece di limitarsi ad accettare lo sforzo altrui prendendo a piene mani una felicità piovuta dal cielo ma mai guadagnata... Eufrasia scappa, gettando disonore sulla casata di appartenenza, generando la rabbia improvvisa del genitore, cavalcando alla disperata ricerca di una soluzione al vuoto che sente forte lacerarle le viscere e stillare lacrime amare. E Venanzio la attende. Oh si, Venanzio sembra sapere esattamente dove trovarla, come prenderla, in quale maniera concupirla. E lo farà, anche con un nuovo nome, anche con una rinnovata identità. Perché Venanzio Sauvage è un assassino, è un ladro, ma è anche colui che riuscirà a scalfire la corazza di pietra che Eufrasia costruirà, come una maschera sul suo volto, pur di non soccombere alla tristezza e al fato.
Francia 1788, primo periodo di instabilità, formazione del Terzo Stato, assurgere della borghesia a una sorta di potere che porterà, successivamente, alla rivoluzione che tutto modificherà del paese nostro cugino. Francia tumultuosa, dove ognuno inizia a guardare ai propri interessi, in cui i prezzi dei beni di prima necessità iniziano ad aumentare in favore di una regalità ottusa e negligente. La nobiltà inizia a subire i primi cedimenti davanti alla ragione di Stato, conscia, forse, dell'imminente catastrofe che troverà il suo culmine nell'anno del 79.
Francia rivoluzionaria.

La Francia di Risoli Barbara. Non esiste, un'autrice più corretta di questa, a mio avviso, per descrivere un periodo storico dal quale ella stessa sembra esser appena uscita. Con la grazia del linguaggio che la contraddistingue e la maestria nell'intessere trame fitte dall'imprevedibile epilogo, torna la scrittrice dell'Onda Scarlatta e della Stella d'Oro con una duologia ricca di sentimento e pieno coinvolgimento emotivo. Come in passato, anche ora la Risoli riesce a emozionare, catturare, vincere titubanze e scalfire cuori duri come pietre. Sciogliendo nodi storici perduti in favore dei finali che ben tutti conosciamo, la Risoli si addentra nei suoi regni perfettamente padrona di ogni angolo delle città di cui narra, cucendo trame talmente reali da riuscire a instillare dubbi di veridicità. Con un suo stile ben delineato, mai differente e per questo simile a una sorta di impronta digitale che dichiara l'autenticità come un marchio di fabbrica, l'autrice narra di amore, passione, alterigia e sotterfugi propri di secoli passati che potrebbero benissimo essere moderni e contemporanei. I rapporti familiari astiosi, ma dai legami indissolubili del sangue e del cuore; gli amori sbocciati improvvisamente, senza rigore o significato apparenti, talmente giusti da destare scalpore nelle altrui menti... Questi sono soltanto alcuni dei temi ricorrenti tra le pagine descritte dalla Risoli nei suoi romanzi che, seppur in maniera differente, tenta sempre, riuscendoci, di gettare acqua su un fuoco di sentimenti che sovente divampa laddove non si trova dialogo alcuno tra le parti. Quanto astio e incomprensione ha generato, nel tempo, il mancato confronto tra conoscenti, parenti o familiari? Quanti quei rapporti distrutti in favore di uno stupido orgoglio atto a proteggere una parte che l'uomo troppo spesso considera intoccabile, ovvero il proprio intimo fragile e incantato? E cosa può creare la sofferenza dell'oscuro, del non sapere, l'ignoranza di un sentimento agognato e mai sperimentato? Magari, poi, per paura di un'ulteriore sofferenza. Magari per mero pudore o vile accondiscendenza. Ora molti fatti narrati tra le pagine del Veleno del cuore risultano anacronistici. Non vi sono più genitori che, per via di un possibile disonore, decidono di sacrificare la felicità e la libertà del proprio figlio. Non rinchiudendo questi, comunque, in un convento votandolo a una vita di castità e santità non voluta. Ma riflettendo bene, nonostante le dinamiche nettamente differenti nel tempo, i risultati non sono poi così tanto differenti. Infatti troppo spesso, ancora, si sentono storie di giovani suicidi per paura e codardia nell'accettare un rimprovero, una punizione o semplicemente uno sguardo che potrebbe sottolineare una delusione cocente. È questo forse, al di là di tutto il resto, il messaggio puro che la Risoli lancia tramite la sua prima opera: il dialogo. Non vi è ostacolo più grande per il raggiungimento della felicità nell'unica vita che ci è concesso vivere se non la mancanza di contatto con il prossimo. Le paure di un confronto possono essere molteplici, ma l'importanza di instaurare un rapporto sincero, seppur duro, con i propri figli serve proprio a non imbattersi in situazioni dal finale tragico e incontrovertibile. Se devo esser sincera ciò che adoro dei romanzi di Barbara è proprio la voglia di trasmettere concetti profondi attraverso quelle che sembrano semplici storie di amori storici, comunque perfettamente descritti e narrati. Lasciatemi dire, infatti, che Venanzio non disattende affatto le aspettative, conoscendo i canoni amati dall'autrice, così come fanno la loro figura i personaggi maschili secondari. Come nell'Onda ricorre la figura del lavoratore che, pur non avendo la perfezione intrinseca, guadagna la propria fortuna tramite il sudore della fronte. Vi è poi la figura del padre autoritario, che pur non trovando da subito l'empatia con il lettore, si svela per l'essere umano che in fondo è, con i propri sentimenti celati e le proprie fragilità degne di un genitore catturato e avvinto dalla quotidianità a discapito del valore più alto della famiglia, che comunque è sempre pronto a recuperare nei momenti di maggior sconforto. Le donne, come sempre nei romanzi della Risoli, poi, danno il senso della forza d'animo, dell'indipendenza e dell'assoluta capacità di riuscita nei momenti bui della propria vita senza il bisogno necessario di terzi per il raggiungimento della propria felicità. L'uomo, per le donne della Risoli, è semplicemente l'arricchimento della vita, il particolare necessario alla felicità perfetta, ma non il mezzo per il quale questa viene ottenuta. La fortuna la si costruisce con le proprie mani, che si tratti di uomo o donna, indistintamente. Plaudendo un'ulteriore volta alla bravura di un'autrice a mio avviso degna delle luci della ribalta, mi appresto a leggere il secondo volume della duologia che conclude le vicende di Eufrasia e Venanzio, augurandomi che nel frattempo qualche casa editrice scopra davvero chi è Risoli Barbara. Un'autrice italiana destinata agli scaffali delle librerie e non agli e-book autoprodotti su Amazon.

lunedì 5 maggio 2014

Reborn di Miriam Mastrovito


Reborn

Martina e Andrea sono morti da due anni, ma il ricordo che Elga conserva di loro è vivo e presente in ogni suo giorno. Anche dopo il coma, soprattutto da quando è tornata a casa, vivendo tra le stesse mura che hanno conosciuto la felicità dei loro giorni assieme. Martina, la sua bimba dai capelli ramati e boccolosi, e Andrea, marito esemplare e dall'amore profondo, erano tutto ciò che rendeva le giornate di Elga degne di esser vissute. Martina, più di Andrea, in effetti. Ed è per questo che la donna continua, imperterrita, a perseguire nella tradizione di festeggiare il compleanno della sua bimba, confezionandole le bambole che tante ha amato e farcendo le torte che era solita divorare, felice e contenta nell'amore che le era stato riservato. Portare avanti quella tradizione è un po' come continuare ad averla vicina. E la bambola reborn dai capelli neri e gli occhi azzurri che le ha confezionato quest anno è semplicemente meravigliosa, tanto che Elga quasi immagina l'espressione estasiata della bimba nello scartare la scatola di velluto in cui è incartata. Questo evento non avverrà mai, ma Elga trae conforto solo dal pensiero dell'immaginazione, l'unica cosa che gli è rimasta da vivere in una realtà scomoda e densa di solitudine. Non ha chiesto lei di rimanere incolume all'incidente. E non ha chiesto lei di avere una sorta di stalker che la segue ovunque vada, inconsapevole, forse, del dramma che la sta logorando da due anni e che non accenna minimamente a regredire. Perché Elga è sola e vuole rimanere tale. Nessun amico, né conoscente, né parente a girarle intorno. Solo lei e il suo universo fatto di bottega e bambole reborn. Ma la notte del compleanno di Martina accade qualcosa. Elga, nel sonno, avverte davvero la presenza di Martina e, nonostante il terrore che l'evento evoca, piange di gioia, anche se il profumo che avverte non sia della sua bambina. No, non è di zucchero filato misto a vaniglia. Somiglia all'odore della terra bagnata. Ma non importa, in fondo. La manina che le stringe il braccio nel buio è reale, è della sua piccola, non è immaginazione. Non è immaginazione...

Strisciante, vagamente soffocante e decisamente inquietante. Ecco come inizia uno degli horror moderni più belli tra quelli letti ultimamente. Perché Reborn è un horror, è bello ed è decisamente un romanzo da leggere, godere e divorare. Non può esser letto centellinando pagine, non ne da possibilità alcuna. Fin dall'inizio ne appare chiaro il fascino, non lasciando adito a dubbi di sorta. Una bambola... Cosa c'è di più inquietante di una bambola? Solo una bambina sconosciuta che penetra in casa scardinando ogni certezza fin a quel momento acquisita. Non è un caso che la maggior parte dei film horror di successo abbiano per protagonisti bambole e bambini. Ma questa mia affermazione non vuole assolutamente lasciar intendere una trama scontata o priva di originalità, al contrario. Proprio per la dura prova in cui si cimenta Miriam Mastrovito, talentuosissima autrice poliedrica emergente che ho imparato a conoscere nel tempo, fin dai suoi albori con “L'ultimo rap”, il romanzo Reborn rappresenta una perla che credo abbia davvero il dovere di figurare in alto nelle classifiche. Il linguaggio estremamente colto ma mai ridondante, lo stile narrativo sciolto e capace di avvincere e catturare, i personaggi credibili e perfettamente descritti affascinano il lettore rendendolo vittima di un'assuefazione dalla quale è quasi impossibile fuggire. Si odia, si ama, ci si emoziona e si spera: Reborn è un caleidoscopio di sensazioni molteplici. Al di là, poi, dell'aspetto orrorifico dell'opera, oltretutto, ciò che è mirabile è l'alto tasso di riflessioni a cui è portato il lettore durante il procedere della storia narrata. Il libero arbitrio, l'ineluttabilità degli eventi e l'esistenza di Dio contrapposta a un Caos in grado di far credere cose del tutto prive di fondamenta sono solo alcuni degli argomenti importanti trattati. L'amore familiare, poi, viene smembrato e analizzato in maniera quasi chirurgica, svelando dinamiche impossibili da descrivere ma reali, purtroppo attuali e per nulla facili da digerire. Le violenze sui minori, la psicologia infantile e le fratture di una mente messa alla prova dal fato fanno da cornice, infine, a un romanzo completo, ben scritto e dannatamente giusto. L'ho adorato, non ho molto altro da dire, anche perché rischierei di anticipare scene ed eventi che hanno l'obbligo di esser letti. Mirabile la scena della bambina colta da doppia personalità nella sua stanza, il fotogramma alla IT in cui il bacio d'amore diventa un bacio d'orrore... L'ho divorato in un giorno e mezzo e, dico la verità, ho provato quasi la voglia di averlo scritto io! È raro mi accada una cosa simile, ma sono sincera. La Mastrovito ha dato prova di essere una grande autrice e non vedo l'ora di leggere un suo nuovo horror, decisamente un genere in cui questa meravigliosa scrittrice sa muoversi davvero con grazia e inaudito talento.

sabato 3 maggio 2014

Anime nere di Andrea Biondi


Anime nere


Anime nere. Nere come il nazismo che sembra perdurare all'infinito, dopo il suo avvento. Nere come il desiderio di riscatto, di giustizia, di libertà che, sovente, rischia di passare il confine sottile del lecito. Nere, come l'orrore in cui i morti non muoiono e hanno bisogno di altro sangue, altra carne e altro delirio per soccombere finalmente, in un rantolo di pace. Forse. Perché nessuno sa davvero se la pace sia poi per i vivi o per i morti. Romano sembra saperlo molto bene, alla guida del suo strano gruppo di... Cosa, amici? Soldati? Compagni? Ci troviamo negli anni cinquanta apocalittici di una Rimini immaginaria, contorta, stramba. Dannatamente nera, come lo sono le anime dei sopravvissuti che tentano invano di continuare a sperare. I nazisti non sono andati via e la guerra, il più grande e catastrofico conflitto che il mondo abbia mai conosciuto in epoca moderna, sembra voler perdurare all'infinito. Romano, il Pelloni, l'Elisa, la Sara... Persino un prete che suona tanto come il giustiziere mascherato. Ma non in chiave comica o tragicamente seriosa. Mascherato del volere di un Dio che sembra essersi dimenticato degli uomini. Come riflette Romano, in effetti, questo Dio sembra aver ecceduto, nella sua sete di giustizia. Non si può distruggere il mondo per creare dalla sue ceneri qualcosa di più sensato. Non è giusto per chi vive, ignaro delle brutture proprie di alcune dinamiche lontane, adatte ai potenti e ai guerrieri e non alla gente comunque, ai contadini, agli umili lavoratori. E il libero arbitrio, in fondo, è semplicemente un'accozzaglia di parole senza senso alcuno. Perché non esiste. Perché qualcuno di potente, forse Dio, forse il demonio, forse qualcun altro, ha già predisposto ogni cosa per gli uomini. E all'umanità non resta che tentare di sopravvivere. Torna Andrea Biondi, torna il suo modo scanzonato di raccontare la vita , complice un'ironia contagiosa che riesce a far ridere e sorridere anche nelle situazioni più delicate e tragiche. Questa volta non siamo alle prese con il thriller riminese di Due, bensì con un horror ben strutturato e decisamente fuori dalle righe. Ambientato nella tanto amata Romagna, Anime nere narra di un immaginario passato costellato da zombie, nazisti golem fatti d'acciaio e fumo, e di un gruppo scapestrato di gente unita dal fato e pronta, forse, ad affrontare una guerra ancor più dura di quella raccontata sui libri di storia reale. Il lettore è spesso portato a chiedersi se scenari di tale stranezza, in fondo, siano stati possibili. Si è sempre ipotizzata un'intelligenza scientifica nel nazismo in grado di creare cose che ancora oggi soltanto immaginiamo. Addirittura si è sempre ipotizzato il ritrovamento del Graal, di una possibile sinergia tra nazisti e alieni, del connubio tra satanismo e occultismo correlato alle SS. In fondo la Thule e tutti i gruppi esoterici, mossi dal culto della magia nera, non sono stati inventati in epoca moderna. Sono esistiti, così come è esistita gente fermamente convinta di poter dominare tali scienze e ascendere al potere mondiale con l'aiuto del demonio. E cosa c'è di più demoniaco degli zombie? Morti viventi che continuano a camminare sulla terra alla ricerca di carne fresca da spolpare. Ma gli zombie non sono poi tutti i morti che son rimasti sulle coscienze di molti aguzzini e che continuano a vivere nelle loro menti, infestandone le sinapsi, pronti a divorarne gli scarni ricordi al fine ultimo di una pazzia meritata? I nazisti, ipotizzati come enormi macchine da guerra, cattivi fino al midollo, inarrestabili nel loro acciaio, dai lineamenti vagamente umani... Non sono forse l'immagine che la storia ha donato loro, supportata da quell'accento così duro e gutturale da incutere timore solo al minimo suono? Non hanno forse dato sempre l'impressione, questi personaggi terrorifici, di essere persone inviate solo per perpetrare una distruzione di massa? Cattivi, neri e terribilmente inumani, i nazisti non hanno sempre dato l'idea di catastrofe? Forse è per questo che la maggior parte degli horror moderni vengono ambientati nell'epoca della seconda guerra mondiale. Perché sono gli scenari e la cattiveria a rendere la storia così terribilmente densa di paura. Non esiste uomo nero più inquietante del nazismo. Ed è un fatto. Così come non esiste forma più vicina alla resistenza del primo partigiano, colui che ebbe l'idea di resistere all'invasore e combattere per la pace e la libertà del prossimo. Ed è questo che fanno Romano e i suoi, pur con i loro difetti, pur con le loro pulsioni umane. Perché, in fondo, di esseri umani si tratta. E così, mentre i morti tornano a camminare sulla terra, pronti a divorare i peccatori in maniera indistinta, come un tristo mietitore incapace di discernere il buono dal cattivo, Andrea Biondi fornisce la prova di essere un autore poliedrico, capace di scrivere e descrivere la vita in chiave naturalistica in ogni genere, pur attenendosi al suo già collaudato metodo di narrazione acuto, scanzonato, sagace e anche un po' gigione. Nonostante la chiave horror, infatti, la lettura procede scorrevole. I dialoghi sono freschi, reali, privi di ridondanze e temuti punti morti. Naturali. Inoltre le descrizioni rendono bene l' idea, scritte come in una sceneggiatura, con tanto di introduzioni “in dissolvenza – esterno - notte” in grado di mostrare e non solo narrare. Il romanzo Anime Nere, in effetti, è stato tratto dalla sceneggiatura di una web series, sempre a opera di Biondi, che sta riscuotendo notevolissimo successo non solo in ambiente italiano, bensì oltreoceano. Candidato al film festival di Los Angeles, infatti, la web series Inglorius Hunterz, ha recentemente vinto il titolo come Best Visual Effect al Rome Web Awards e conta di arrivare lontano, molto lontano. Come, del resto, il romanzo...  

lunedì 28 aprile 2014

Finché suocera non ci separi (Cara, ti odio!) di Corinne Savarese


Finché suocera non ci separi!




Annabella è stata debellata. La sua egemonia distrutta, infranta, persa in mille pezzi dissolti nell'aria, come le ceneri del nemico. Finalmente Daphne e Andrea, sposi, si lasciano andare ai bagordi del viaggio di nozze, alle bellezze della vita di coppia, alla fantasticheria derivante dall'esaltazione del momento. È tutto un tripudio di ricchi premi e cotillons, al ritorno in casa: la loro casa. Andrea, galvanizzato dal ritorno, Daphne distrutta dal viaggio; i due si abbandonano sul letto, pronti per un riposo. Un unico particolare da sbrigare prima di lasciarsi andare al meritato ristoro dopo tanto gozzovigliare: controllare i messaggi in segreteria. Ed è lì che il gelo cala, paralizzando gli arti di Andrea, forse inconsapevolmente conscio del dramma che si sta per consumare entro le mura domestiche. Il sipario cade rovinosamente a terra, travolgendo gli attori coinvolti nella commedia “Daphne e Andrea, the revenge”. Perché Clarissa e Giustino stanno per arrivare. Clarissa e Giustino. Due nomi, una promessa. “Tesoro, amore della mamma, arriveremo per conoscere la tua sposa!” E sarà come l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo abbi pietà di noi. E saranno le piaghe d'Egitto senza il caldo torrido del sole africano. No, niente Africa. Clarissa viene dai Caraibi con furore, altroché città e governanti. Psicoterapeuta affermata, con tanto di lacché al seguito, Giustino suo marito, per l'appunto, Clarissa sarà la suocera che qualsiasi nuora vorrebbe infilzata stile bambolina voodoo da mille spilli più uno, tanta è la sua tracotanza nell'essere in ogni dove, in ogni momento. Un dio sceso in terra. Ma uno di quelli che ti fanno rimpiangere di essere ancora vivo e di non esserti estinto assieme ai dinosauri durante l'era glaciale.

Torna Corinne Savarese e tornano i personaggi di “Cara cognata ti odio!”, ancora più irriverenti, ancora più stressatamente spassosi. In questa nuova puntata della saga del momento, la Savarese si spinge oltre la semplice simpatia dimostrata nel primo libro della famiglia Borghi/Borgia. Strisciando sottile come una serpe nei meandri di un rapporto difficoltoso, quale quello tra suocera e nuora, l'autrice testimonia in maniera puntigliosa, puntuale, ficcante e terribilmente dissacrante quanto il proprio ego possa emergere ai danni del prossimo. Se in Cara cognata ti odio Annabella, sorella di Andrea, rappresentava l'ostacolo, l'elemento di disturbo, disturbata lei per prima da mille conflitti interni dovuti a un passato non propriamente sereno, in Finché suocera non ci separi Clarissa rappresenta l'incubo che nessuno vorrebbe vivere in terra. Rievocando quasi gli scenari apocalittici di Nightmare, la Savarese descrive in maniera assolutamente perfetta cosa siano capaci di fare il vizio, la tracotanza e la potenza di un ego smisurato abituato a ottenere tutto ciò si desideri mediante una scaltrezza quasi impossibile anche solo di immaginare. Apparentemente una commedia dell'assurdo, caratterizzata da personaggi astrusi e poco credibili, Finché suocera non ci separi narra, invece, proprio la realtà familiare di molti. Si è portati a pensare che alcune cose accadano soltanto nei film e nei libri, ma indagando in ogni famiglia è facile rendersi conto quanto, invece, molte volte le situazioni quotidiane riescano a superare di gran lunga il filo interminabile della fantasia. La violenza psicologica, quella vera, non appartiene soltanto ai rapporti uomo-donna, e non è una prerogativa di vite altrui, lontane dal proprio contesto sociale. La violenza domestica viene perpetrata in ogni dove, da qualsiasi persona e in ogni modo possibile. E per assurdo, la figura della suocera si presta in maniera disarmante a tale ruolo, perché forte di una posizione privilegiata rispetto alla nuora e al figlio. La suocera è grande, esperta, potente, colma di amore. Profondamente e attivamente mossa dalle sole parole “amore” e “aiuto”, infatti, tale figura può tranquillamente tessere e intrecciare rapporti, distruggerne di preesistenti, muovendo le fila di vite già collaudate e serene senza la sua presenza. Costantemente presente, la suocera può avvalersi del ricatto morale e affettivo nei confronti dei suoi sottoposti (in questo caso nuora e figlio) uscendo, da ogni situazione, quale vincitrice indiscussa da una battaglia che lei stessa ha creato e voluto, perpetrato e concluso, al solo fine di legittimare un ruolo in decadenza. Complici l'età, l'infrangersi di una maternità lontana, la dissolvenza di una giovinezza molto spesso sprecata per via di problemi causati probabilmente proprio da un predecessore simile a se stessa, la figura ingombrante della suocera è sfigurata, deformata, quasi fosse il riflesso di uno specchio nella casa degli orrori. Installandosi in una casa non sua, mediante scuse plausibili e prive di possibili recriminazioni altrui, la suocera entra e si insinua nel rapporto di coppia, corrodendolo dall'interno, gettando le basi per un disastro preannunciato. La Savarese, in questo frangente, pur mantenendo lo stile frizzate del primo libro, dimostra una maturità superiore nel suo riuscire a spiegare, con voce chiara e mai tentennante, le dinamiche proprie di una violenza che troppo spesso viene consumata all'interno di moltissime famiglie. Anche in questo caso, nonostante il lettore sia portato all'esasperazione, agognando una fine lenta e dolorosa nei confronti dell'aguzzino, l'autrice dimostra come la superiorità del perdono riesca a salvare una situazione disastrata e priva di apparente risoluzione. Il perdono è ciò che distingue la tracotanza dall'intelligenza. Il perdono è lo strumento che eleva l'essere umano vicino al divino, allontanandolo di netto dall'oscurità del meschino. Il perdono è ciò che permette la vera introspezione del prossimo e, in primo luogo, di se stessi, riuscendo a sanare vuoti incolmabili. Molto spesso rappresenta forse un cedimento, ma la comprensione è di gran lunga ciò che differenzia l'animale dall'essere pensante che cammina sulla terra anziché strisciare. Non tutti posseggono le facoltà elettive capaci e necessarie alla convivenza tra caratteri diametralmente opposti e ben distinti. Ma, come avviene in una coppia, il compromesso per una sana e pacifica unione è rigoroso e decisivo e molto spesso deve giungere dall'elemento più lungimirante e saggio, non necessariamente più debole. Nella concezione moderna di uomo, si è portati a pensare che l'elemento più forte sia in grado di vincere ogni battaglia e che qualsiasi forma di furbizia sia la chiave intrinseca alla vittoria. Ma cos'è, in fondo la vittoria? Il poter legittimare un sopruso? Il poter disporre a proprio piacimento della mente di un altro? Oppure il saper convivere e sorridere assieme agli altri, forti di ciò che proprio Dio ha insegnato mediante le sue parole? Quante persone, in società, cercano di passare per santi andando in chiesa ogni domenica, macchiandosi poi di delitti o soprusi atroci e deliranti? Senza riempirsi la bocca di inutili paroloni atti solo a dimostrare una bigottagine anacronistica e per nulla costruttiva, la Savarese dimostra come la bontà di un animo puro riesca a squarciare il buio rappresentato da un dolore divenuto nel tempo cattiveria. L'autrice, pur facendo ridere fino alle lacrime, quindi, riesce a trasmettere la voglia di riflessione, l'istinto a elevarsi, l'importanza di una bontà mai priva di onore e gloria. Al di là, comunque, della riflessione intrinseca e dell'aspetto intimistico del romanzo, finché suocera non ci separi è il degno seguito del suo predecessore. I personaggi si susseguono in spassosi quadretti, facendo indignare, infuriare, sbellicare dalle risate, quasi desiderando di avere il potere di penetrare tra le pagine e poter modificare alcune scene davvero esasperanti per quanto reali. Mediante questo romanzo si torna, in un certo senso, a quelle commedie delle corti reali antiche in cui il pubblico era portato a interagire con gli attori, incitandoli ad agire in maniere differenti, additando il cattivo di turno, puntando il pollice verso con tanto di “buuuh” a far da cornice. Corinne Savarese convince, di nuovo, confermando di quanto talento sia colma. Decisamente sprecata nel self publish, spero vivamente in un suo possibile contatto futuro da parte di scout di case editrici grandi, com'è già accaduto per altri talentuosi suoi predecessori. Il chick lit italiano ha una nuova stella, degna di brillare come una supernova nei cieli dell'editoria nazionale. E questa cometa fissa pronta a solcare tali cieli è Corinne Savarese e il suo Finché suocera non ci separi.

sabato 26 aprile 2014

L'inizio di una favola di Silvia Cossio


L'inizio di una favola


L'hotel Piccolo Friuli si appresta a cambiare dirigenza e, con esso, forse anche tutto il personale. Per lo meno i dubbi di Ilaria riguardano il suo posto di lavoro, improvvisamente a rischio, nonostante il suo capo abbia assicurato a tutti quanti che l'eventualità di un licenziamento è ben lungi dall'essere reale. D'altronde il signor Claudio è stato lungimirante, nel momento della cessione: perché mai investire in altro personale quando si può avere il meglio sulla piazza e già addestrato? Mancano pochissimi giorni all'incontro con l'anziano dirigente, il Signor Ramos, e il lavoro si svolge febbrile alla reception, tanto che Ilaria è costretta a dover rimettere al proprio posto un impaziente e stupendo sconosciuto. Stupendo è dir poco. Affascinante, dai profondissimi occhi neri, fisico statuario. Un dio sceso in terra... Il dio dell'albergo. Si, perché ben presto Ilaria scoprirà che il bellissimo sconosciuto altri non è che il figlio del nuovo dirigente. Un figlio dannatamente impossibile da ignorare e sfacciatamente attratto da lei. Tanto da...

Silvia Cossio conduce per mano il lettore in una favola d'amore delle più belle e sentite, classica e nel contempo non troppo scontata. Rispettando i cliché del romance classico, la Cossio da sfoggio della sua bravura a catturare l'attenzione e a non farla mai cedere davanti a descrizioni tediose o prive di abbrivio. Per nulla timorosa di parlare un linguaggio colloquiale, privo però di qualsivoglia mancanza di stile, l'autrice intesse una trama frizzante, reale, accattivante ed estremamente moderna. Emoziona e sa di farlo, puntando i riflettori proprio sui punti salienti della vicenda, velando di pacata ironia quelli di minor spessore. Non conoscevo questa autrice, eppure dopo averla letta provo l'impulso irrefrenabile di andare a scovare e leggere altri suoi romanzi. Perché mi ha catturata, perché ha lasciato che evadessi dal mondo reale per immergermi in quello speciale di un'amore agognato da uomini e donne. Narrando della difficoltà che nel mondo moderno spesso si riscontra negli scapoli incalliti, non sempre così facoltosi come il nostro Jonas, di impegnarsi seriamente in una storia lasciando all'amore l'arduo compito di creare ordine e pace in un rapporto, la Cossio, fa emergere le differenze abissali e pur sempre vive tra gli spiriti femminili e maschili che, ahimé, continuano a essere agli antipodi gli uni dagli altri. Nonostante si continui a parlare dell'emancipazione femminile e di quanto le donne si siano sostituite agli uomini anche nel modo di intraprendere le relazioni interpersonali, si continua ad ascoltare storie di donne alle prese con uomini immaturi troppo timorosi di impegnare il proprio tempo in un amore, forse, troppo coinvolgente e colpevole di avvolgerlo e modificarlo dal profondo. Inoltre si affronta il tema della verginità oltre la maggiore età, argomento quasi dimenticato da molti, ma che, pur sembrando quasi un fatto anacronistico, è ancora ben presente nella società mondiale. Molte sono ancora le ragazze che tengono a valori intensi e puri quali la loro “prima volta” e la Cossio ha avuto l'intelligenza di porre tale argomento in primo piano, dimostrando quanto non sia ingenuità di alcuni pensare alla verginità in età adulta come a una chimera, bensì a un evento reale e possibile da riscontrare. Non è tutto sesso e dissolutezza, nonostante il mondo sia approdato nel 2014. I valori sono ancora ben presenti e molte donne sognano ancora l'arrivo del proprio principe azzurro, così come gli uomini ancora desiderano la donna acqua e sapone, anteponendo una personalità forte e caparbia alla mera bellezza fisica non supportata da altre qualità. Ritrovandomi a consigliare vivamente “L'inizio di una favola” e ripromettendo a me stessa il giuramento di cercare altri romanzi di questa promettentissima autrice, vi invito a sognare con Silvia Cossio, evadendo per un pomeriggio nelle suite dell'albergo Piccolo Friuli. Magari annaspando davanti a un paio di occhi neri, magari solo immergendo lo sguardo nei paesaggi suggestivi di una città, fin troppo ignorata in favore delle più famose “cugine”, quale è Udine. O semplicemente per puro spirito e desiderio di sognare a occhi aperti una favola ancora possibile. Forse per sempre possibile a chi è capace di non lasciare inaridire il proprio cuore, lanciando a briglie sciolte desiderio e passione.

mercoledì 16 aprile 2014

ll mistero di Owland di Ilaria Sandei

Il mistero di Owland (Fantasy Way)


Difficile, veramente troppo difficile vivere in una realtà come la sua, per Davide. Beh, il problema fondamentale è scaturito da quando i suoi genitori si sono separati. È da li che è iniziato tutto ed è li che, in un certo senso, tutto è terminato. L'affetto tra e dei suoi genitori, per esempio, è terminato. E anche la sua voglia di stare in casa, di lasciare che le mura domestiche lenissero ogni piccola sconfitta o esaltassero ogni infinitesimale vittoria. A scuola, poi, c'è Luca, il bullo, che non lo lascia un momento in pace. Insomma, sarebbe stupendo lasciare tutto, abbandonare i pensieri cattivi, trovare una sorta di mondo parallelo nel quale tuffarsi a capofitto, conoscendo amici veri, essendo coccolato dall'abbraccio e dal sorriso di adulti buoni e desiderosi solo il suo bene. E se tutto ciò fosse possibile? Se quello che sembra un semplice orologio avesse il potere di catapultare Davide in un universo distante, popolato da animali meccanici, per esempio? Come evolverebbe la sua vita? In meglio, sicuramente. Ma è davvero così? Lontano dai suoi affetti, dai suoi amici più intimi, dalle piccole sconfitte che, comunque, fanno parte della sua vita... Immerso, poi, in un mistero fitto che lo pone al centro di un'intricata e macabra storia in cui i bambini scompaiono improvvisamente dalla città di Owland... No, non può essere una situazione probabile, un evento possibile, eppure...

Ilaria Sandei, autrice classe 1994 crea, durante i suoi ultimi anni di liceo, un romanzo fantasy per ragazzi dalle tinte horror ben studiate e riesce, con “Il mistero di Owland”, a far appassionare un lettore adulto quasi si trattasse di una piccola Rowling in erba. Scettici? Beh, scordate ogni cliché del fantasy convenzionale moderno, creato sulla base di Tolkien e popolato dai soliti gnomi, hobbit e orchi. No, la Sandei ripesca il vecchio fantasy italiano, quello che per anni ha affascinato schiere e schiere di bambini, facendolo suo e riuscendo ad accattivare la simpatia del lettore con semplicità e acume. Il mondo fantastico degli animali, dei boschi inquietanti, delle piccole città parallele, della corsa contro il tempo. Un mondo nel quale fidarsi degli adulti è ancora possibile, in cui gli artigiani invitano i bambini nelle loro botteghe offrendo loro gioia e piccoli momenti di felicità, in cui un'amicizia è capace di nascere nel termine di pochissimi attimi, destinata con tutta probabilità a perdurare in eterno. La Sandei, in maniera travolgente e per nulla semplice, immerge il suo piccolo lettore nel mondo incantato di Owland, per nulla bello e fatato come l'isola che non c'è, nel quale avvengono omicidi, nel quale i bambini vengono rapiti da un folle e tramutati in animali meccanici, testimoniando come non bisogni fidarsi di nessuno, neanche in tenera età, e che nulla è mai per come appare. E nonostante la giovinezza di questa autrice, i temi trattati all'interno del Mistero di Owland sono chiari, diretti e molto profondi. Aldilà della bella storia che tesse l'autrice, infatti, vi è l'universo quasi accantonato del bambino in procinto di diventare adolescente. Le speranze e le sofferenze che ne popolano i giorni, infatti, tendono sempre a essere sottovalutate dagli adulti che, invece, dovrebbero prestare molta più attenzione agli indizi psicologici che i loro figli lanciano. Troppo spesso inclini a un egoismo non voluto ma quasi necessario, infatti, i genitori sono volentieri inclini a punire i propri figli per qualche parola di troppo, per quella che viene travisata e intesa come insubordinazione, magari causa effetto di un principio di ribellione adolescenziale dovuto al carattere o agli ormoni in subbuglio. Beh, molto spesso non è così. Molto spesso i discorsi accorati, le lacrime cocenti di un dodicenne e il suo urlare frustrazione e rabbia sono indice di una sofferenza interna, di una voglia di richiamare un'attenzione non donata perché prede, gli adulti, della quotidianità e della routine che troppo spesso li inghiotte, travolgendo affetti e relazioni. La Sandei, in questo, è molto chiara e se è vero che nelle favole vi è sempre racchiusa una morale, nel romanzo fantasy di Owland vi è un significato ramificato e ben visibile. La richiesta di comprensione, riconoscendo il bambino e il ragazzo come una persona e non come un individuo troppo piccolo per capire. La richiesta di pazienza e attenzione, atte a valorizzare il carattere e la personalità in formazione del ragazzino che si sta tentando di formare. Crescere un ragazzo non è soltanto il fornirgli vitto e alloggio, ma anche rappresentare un porto sicuro in cui rifugiarsi, cercando di non dimenticarne mai l'importanza. Chi meglio di una ragazza appena uscita dalla fase adolescenziale può testimoniare tutto ciò? La Sandei dimostra una maturità, in questo suo libro, davvero ammirevole. Inoltre devo ammettere che mi ha riportata indietro di anni, a quelli che quando ero piccola chiamavamo libri game. Indovinelli, rebus, cruciverba e un'infinità di indizi atti a divertire e incuriosire il piccolo e il grande lettore. Ogni capitolo è contraddistinto da due pagine in rima, atte a svelare parte della trama che ci si accinge a scoprire nella prosa, fornendo anche la possibilità, per il ragazzo, di interessarsi non solo al libro classico, ma anche al testo poetico che in età moderna è fin troppo bistrattato. Il mistero di Owland, quindi, non è solo una buonissima lettura per i bambini cresciuti che iniziano ad affacciarsi alla loro epoca adolescenziale, ma anche un valido manuale di introspezione per il genitore, che ha la possibilità di indagare nel proprio animo valutando le proprie azioni nei confronti dei propri figli. Una visione superficiale della lettura vorrebbe che questo libro rimanesse relegato a un pubblico adolescenziale, io credo invece che sia una lettura adatta a chiunque. Non fosse altro per intenerirsi tornando indietro di parecchi anni, alla ricerca del bambino che è annidato nel proprio cuore, soverchiato, magari, da anni di quotidiano e stress e desideroso di uscire allo scoperto per divertirsi ancora e ancora. Magari col proprio figlio o magari da solo. Nessuno cresce mai abbastanza...

lunedì 14 aprile 2014

Due di Andrea Biondi


Due

Romano? Si? Romano, ricorda le distanze.
E Romano alle distanze sta attento. Inizialmente, per lo meno. Il problema è che questa Giulia è così maledettamente bella. Anzi no, è proprio figa! E il fatto che dimostri di provare un qualche recondito interesse per lui è un evento a dir poco scioccante, sconcertante, se vogliamo. Potrebbe rovinare tutto, con il suo solito modo di fare, Romano. In fondo, però, a pensarci bene... Lui rischia di morire! Lui, diamine, rischia sul serio di morire. Questo è quello che gli ha detto la ragazza, questo è quello che gli indizi nella sua vecchia casa di montagna sembrerebbero confermare. Storie di fascisti, storie della sua famiglia, di cui lui sembra totalmente ignaro. Suo nonno come diavolo è morto? Possibile che lui non sappia in che modalità ha visto la sua fine il padre di sua madre? Impossibile, in effetti... Eppure questa Giulia sembra saperne più di lui. Ma poi, questa Giulia, chi è? Già, chi è Giulia?
Romano? Si? Romano, le distanze!

Come definire il romanzo di Andrea Biondi? Irriverente e ironico thriller? Inconsueto storico dalle tinte umoristiche? Come? Una vera definizione non c'è. Si può dire, però, che si tratta indubbiamente della meravigliosa prova scrittoria di uno autore, ora emergente, che al suo romanzo d'esordio dimostra una bravura inconsueta nel catturare il lettore incuriosendolo nel divertimento di scoprire i suoi personaggi. Diciamocelo. Solitamente solo i thriller d'oltreoceano fanno ridere, per lo più, oltretutto, quelli che vengono trasposti in versione televisiva o cinematografica. È raro che un autore italiano riesca in un'impresa tanto ardua e il fatto che, tra le righe di questo romanzo, sia rintracciabile ciò che della nostra Italia è ancora puro, il dialetto, è una marcia in più che non guasta assolutamente. Attingendo alle radice profonde facenti parte il lettore, infatti, Biondi consente a chi lo legge di immedesimarsi, calandosi nei contesti descritti, anche in quelli storici. Due non è solo un titolo per un romanzo ben scritto e talentuosamente intessuto, infatti, bensì rappresenta tutto il dualismo che la vita di una persona rappresenta. Due sono i contesti storici narrati, due le voci narranti, due le personalità di ogni personaggio, due i luoghi del passato e del presente. La voce di Romano, dissacrante e tremendamente divertente, si somma a quella più mite e insicura di Giulia, creando il look perfetto di una storia che affonda i ricordi in misteri di cui noi italiani siamo veramente poco informati. Italo Balbo, la sua morte, la guerra in Libia, il fuoco amico, i tesori nascosti dei fascisti che, forse, neanche saranno più trovati. Biondi riesce, in maniera semplice, quasi come bere un bicchiere d'acqua, a creare una storia avvincente, dalle tinte noir, con tanto di smilzo e ciccione, capo figo e sorridente dai vestiti dal taglio elegante e sofisticato, e vecchio misterioso a capo dei servizi segreti italiani. Una sorta di “Piazza delle Cinque Lune” in chiave romagnola, descritta però con un'ironia e una simpatia che hanno dell'incredibile. Sovente ci si trova a ridere di gusto davanti ai dialoghi interiori di Romano, così perfettamente naturali e giusti. E il dualismo espresso dal Biondi risiede anche in questo. Si evince, in effetti, quanto la voce interna della coscienza rispecchi in pieno il carattere reale di una persona e quanto, invece, sia differente dall'aspetto mendace di cui ci si vuole vestire in società. I pensieri di Giulia anche hanno lo stesso scopo, ma risultano meno incisivi, forse soltanto perché la personalità dell'uomo è semplicemente più interessante e accattivante. La storiografia del romanzo è ben delineata e si comprende lo studio dettagliato che l'autore ha condotto per donare al lettore un lavoro il più possibile corretto e pulito, riuscendoci per altro in maniera esemplare. Non c'è che dire, la lettura di Due è stata altamente piacevole, scorrevole ed estremamente divertente. Tutti noi vorremmo avere un Romano pronto a farci fare due risate, esternando quei pensieri che abbiamo, in effetti, all'interno delle nostre coscienze ma che difficilmente riusciamo a palesare con comportamenti e parole. Oltretutto con la capacità di sdrammatizzare situazioni difficili, al limite della sopportazione psicofisica. Ma quel Romano, in fondo, potrebbe essere chiunque, se solo ogni persona riuscisse a non commiserarsi, piangendosi addosso per ogni minimo ostacolo, trovando il lato ironico e, mediante questo, riuscire a godere di ogni istante della vita come se fosse l'ultimo. Arrendersi mai, provare sempre una via di fuga, un modo di risolvere i problemi prendendoli di petto e non aggirandoli o scappando. Perché scappare non è mai una soluzione e il Biondi, in questo, è chiaro. L'ironia e la simpatia, con un sorriso a far da sfondo, possono più di un cazzotto ben assestato. Poi certo, la fortuna è sempre ben accetta! Davvero un'ottima prova d'esordio, questo Due, al quale, potete starne certi, seguiranno altri mirabili lavori. Per il momento credo proprio che leggerò il secondo romanzo di Biondi, uscito nel 2013, rimanendo in attesa di quello di quest'anno. Perché un autore così non credo abbia la possibilità di fermarsi qui, avendo il compito sacrosanto di continuare a scrivere per i lettori che lo hanno letto, apprezzato e che desiderano seguirlo.   

martedì 8 aprile 2014

I Marmi di Carlo Campani e Paolo Cecchini

I marmi


Possibile che le persone non debbano esser lasciate in pace neanche dopo la loro morte? Possibile che, anche nella sacralità dei marmi immobili del cimitero di Trespiano, la perversione debba toccare punti di inaudita violenza? La povera ragazzina Vittoria Gori è stata quasi trafugata e, certamente, toccata in maniere poco usuali a ciò che un cadavere richiederebbe, mentre un ragazzo, pronto a una delle classiche prove di coraggio indette dalla sua combriccola, è stato quasi ammazzato proprio in mezzo al cimitero, lasciato agonizzante alle porte della cappella della giovane. Cosa diavolo sta succedendo a Firenze? Perché, ora, sembra vi siano trafficanti di salme e necrofili pronti a saziare le proprie infide voglie su corpi inermi come quello dell'innocente, quanto rinomata, ragazzina? Settembrini, il vicecommissario della Regia Questura, se lo chiede interdetto, aggrottando la fronte, nel suo incedere quasi claudicante tra i marmi, nella sua andatura resa lenta e instabile da una vecchia ferita di guerra. Di certo non si metterà a correre per inseguire i colpevoli, per quello sarà sufficiente la mente abile e scaltra di cui è dotato. D'altronde al suo servizio ha il Masi e lo Scodellini che in quanto a forza fisica e d'animo non hanno nulla da recriminare a nessuno. Certo, non si potrebbe dire la stessa cosa dello Zipolo, ma nessuno può sapere, fino in fondo, di cosa sia capace il nuovo arrivato napoletano. Napoletano in terra fiorentina, una cosa quasi da ridere. Ma torniamo a noi, al reato, al tentato omicidio. Perché a questo, tra poco, si aggiungerà anche il ritrovamento inquietante del cosiddetto “Mezzasalma”. Quello si che è un bell'inghippo, per il Settembrini. Ma poi c'è la strana scomparsa del Tocci, la sua malsana collaborazione con lo Sterra, il becchino del cimitero, e poi il Giacomoni e... Mio Dio, tutti questi personaggi in un romanzo solo senza creare confusione alcuna? Oh si. Oh si, Campani e Cecchini lo hanno fatto e ne hanno aggiunti anche degli altri, magistralmente, senza assolutamente divagare in nessun particolare. Beh, a dire il vero un pochino si, ma solo apparentemente. Ma torniamo nei ranghi, in modo tale da riuscire a spiegare qualcosa de “I Marmi”. Spiegare... No, non potrei. Per il semplice motivo che rischierei, a ogni dettaglio, di rivelare parti interessanti e salienti di un romanzo che sembra costruito a tavolino pezzo per pezzo. Narrata con una maestria quasi inaudita, la storia de I Marmi incastra, come in un complesso puzzle, pagina dopo pagina, tasselli indispensabili alla risoluzione di un caso ancor più grande di quello che si intuisce fin dalle prime pagine. Ambientato nei primi anni venti del secolo scorso, subito dopo la marcia su Roma, nel pieno fulgore di un fascismo pronto a inerpicarsi, come un'edera, per i muri di un'Italia ancora sofferente per la guerra passata, I Marmi testimoniano la realtà di una Firenze normale, una Firenze scaltra, per alcuni versi cattiva e insensibile, ma densa di una dignità perduta nel tempo. Come fece il Gadda anni prima, riprendendo una struttura linguistica e stilistica simile, Campani e Cecchini propongono il classico noir, condito dai vari dialetti che fecero dell'Italia, molto più in passato che in epoca moderna, quel Bel paese che ancora il mondo, in qualche modo, ci invidia. Meta di stranieri attratti dalle bellezze del paese, nonché dalla buona cucina e dalla giovialità, forse in alcuni casi solo apparente, delle piccole frazioni cittadine, l'Italia emerge ne I Marmi forse più che di Firenze stessa, ambientazione scenografica dei fatti narrati. Descrivendo in maniera acuta, intelligente e puntuale l'avvento del fascio, di un Mussolini non edulcorato e della Milizia, esercito innovativo atto a soverchiare la sovranità delle autorità fino a quel momento centrali e importanti, Campani e Cecchini immergono il lettore in un mondo quasi in bianco e nero, sfocato, come nei film anni '40. dal fumo di sigarette altolocate e serie, intellettuali, quasi legittimate nella loro erudizione. Nel romanzo vi sono tutti i canoni classici del noir, dalla bella vedova dall'aria misteriosa al vice commissario integerrimo e incorruttibile, dal sottoposto un po' fessacchiotto ai poveracci della cittadina, colpevoli di un'ignoranza atavica. Vi sono i morti e il mistero che vi si cela dentro, i colpi di scena a non finire e l'assassino strano, deviato, ben differente da quelli descritti nei gialli d'autore. Forse proprio il luogo deciso dagli autori per inscenare il loro romanzo rende I Marmi così originale nonostante il genere quasi scontato. Non è semplice scrivere noir, proprio per la semplicità con cui si rischia di cadere nella banalità. Come in un racconto narrato da Lucarelli, ad esempio nella sua dissertazione circa i delitti del Pacciani, la storia di Alceo Cori si mescola a quella del Settembrini percorrendo vie parallele ma congiunte tra loro da linee sottili. Due personaggi agli antipodi, collegati tra loro soltanto dal luogo d'origine, dall'ironia feroce di cui si fa vanto, specialmente in taluni casi, la città di Dante e da un dialetto che riesce a sembrar simpatico nonostante la brutalità degli atti narrati. Non si riesce a non sorridere nel leggere i dialoghi tra i becchini del cimitero di Trespiano. Non si riesce a non essere indignati davanti al Fracassi, alla sua ampollosità nell'essere così dannatamente fascista e miliziano, non si riesce a non provare deferenza e rispetto al cospetto dell'integerrimo Settembrini. La polizia acquisisce di nuovo quella dignità che, nel tempo, ha perduto, testimoniando come, assieme ai Carabinieri, l'epoca del secolo scorso fosse pericolosamente migliore di quella moderna. Nonostante l'avvento della seconda guerra mondiale, nonostante il potere e i suoi giochi cattivi e privi di empatia alcuna, leggendo I Marmi si prova l'indiscussa tentazione di voler scardinare il presente, resettare l'egemonia della globalizzazione e far tornare le vecchie abitudini, nonché gli antichi modi pensare e vivere, in auge. I vecchi dicono ancora oggi “Si stava meglio quando si stava peggio” e leggendo il Cecchini e il Campani si pensa proprio sia vero. Aldilà del noir, della bravura e del talento indiscutibile degli autori nel narrare, nel citare versetti in latino, facendo trasparire una cultura che raramente, nei tempi moderni, è facilmente ravvisabile negli autori contemporanei, ciò che davvero cattura del romanzo è la dignità del popolo italiano che si respira. Che fine ha fatto la gente che popolava il nostro paese? Le convinzioni, le tradizioni... Tutto perduto in una nostalgica storia post e prebellica. Ci sarebbero innumerevoli altre cose da dire, altri dettagli da svelare, altre angolazioni da sondare attentamente, ma non sarebbe possibile. Perché I Marmi è, come si suol dire, TANTA ROBBA, e conversarne in questa sede risulterebbe alquanto riduttivo. Ci sarebbe da analizzare il dramma nella figura del Cori, la scaltrezza nella bellezza consapevole della Giunti, la dignità e l'animosità del Settembrini, la simpatia insita nello Zipolo che, come per i personaggi fiorentini ed empolesi, possiede un dialetto, quello napoletano che lo rende, di diritto, privo di scontrosa antipatia. Descrivere dettagliatamente un romanzo simile sarebbe impresa altresì ardua anche per il linguaggio estremamente colto e raffinato che scade talvolta, e in maniera quasi perfetta nella sua puntualità, anche in frasari più dialettali, con una prosa ruvida e perfettamente rispondente alla situazione. Insomma, leggere I Marmi mi ha entusiasmato, restituendomi il gusto della lettura non per mero piacere dell'atto, ma per conoscere e bere avidamente da una fonte sempre nuova di acqua fresca e pura. Ho riscoperto la gioia di centellinare le pagine, pregustando il colpo di scena, gioendo per le vittorie e sorridendo inconsapevolmente delle digressioni saltuarie. Non posso che consigliare la lettura di questo romanzo, augurandomi e augurandovi, chissà, di partecipare a qualche presentazione dello stesso, un giorno.    

giovedì 3 aprile 2014

I colori che ho dentro di Nadia Boccacci




Gemma è una donna. Fragile, introversa, ferita e, per certi versi, anche umiliata da una vita che non le ha concesso sconti. Mai, neanche una volta. Il destino, infatti, l'ha voluta abbandonata a pochi anni dalla nascita dall'unica figura in grado, e con il dovere, di impartire i primi passi nella vita. Un abbandono ingiusto, portatore di infinite patologie psicologiche che determineranno gran parte della personalità fragile della donna nel corso della sua esistenza. Perché un solo genitore non può bastare nell'asservire a un compito arduo come quello di condurre una nuova vita verso la luce la fiducia e la consapevolezza di sé tra gli altri. Un padre non può, da solo, sostituire entrambe le figure di cui un bimbo avrebbe bisogno per crescere nella maniera più sana possibile, non se l'abbandono è stato caratterizzato da un'egoistica voglia di fuga piuttosto che un'improvvisa morte, per molti versi decisamente più digeribile a un cuore in tumulto. Gemma è fragile, e come una tela di un quadro, lascia che i colori ne determinino gli stati d'animo, cercando di gettare luce su comportamenti ed emozioni che sola, forse, non sarebbe in grado di spiegare o analizzare. Ogni situazione, quindi, e ogni forte emozione assumono la tonalità che meglio si avvicina, per assonanza, a ciò che più scuote l'animo della donna, determinandone, come un caleidoscopio, le sfumature tramite le quali è possibile interpretarne la giusta scala di valutazione per poterle rimanere accanto. Ma non è semplice e soltanto un animo affine, profondamente empatico, può riuscire nell'impresa di rendere felice Gemma, preda, suo malgrado, di un'insicurezza latente che la rende simile a una bandiera scossa dal vento impetuoso del fato. Un fato, come nell'antichità, inteso come destino. E sarà attraverso i giorni e i colori di cui questi si tingeranno che Gemma percorrerà le fasi della sua vita, in maniera intimistica e psicologica, tentando differenti vie per vivere in maniera migliore, piena e, perché no? Appagante. Non è corretto lasciare al destino il potere di determinare la propria esistenza, specialmente se ogni singolo tassello della vita sembra voler dar vita a un imprevisto dopo l'altro atto alla sottomissione della felicità in favore di un dolore pressante e impossibile da contrastare. La Boccacci, con il suo “I colori che ho dentro” guida, attraverso due diversi modi di narrare, il lettore in un viaggio profondamente intimistico con il chiaro intento di trasmettere un messaggio di speranza, ben lontano dal profondo stress emotivo al quale tutti siamo a rischio di affacciarci. La vita moderna è frenetica, ricca di incongruenze, di pensieri nefasti e situazioni prive di felicità. Risulta, quindi, fin troppo semplice il desiderio di controllo, la necessità di programmare un futuro che sembra quasi prestabilito, per tentare di non soccombere, per cercare di rimanere a galla. Perché se si lascia al nero la capacità di avvolgere la propria anima, la depressione è possibile e, in maniera inquietante, unica colpevole di una fine debole e prova di lotta. La Boccacci, forse attingendo a situazioni ed esperienze personali, data la nota fortemente intimistica della narrazione, lancia un messaggio di speranza per tutti coloro che hanno bisogno di credere nella riuscita della propria personalità, e lo fa in maniera semplice, adottando un linguaggio estremamente chiaro e diretto, lineare e scorrevole, privo di dialoghi ridondanti o astrusi. “I colori che ho dentro” è un romanzo che si lascia scoprire, pagina dopo pagina, rivelando storie di amori intensi, probabili, fin troppo reali e, in alcuni casi, dannatamente sbagliati. Sbagliati ma che aiutano, se non riescono a essere letali, a comprendere cosa davvero è importante, quale dovrebbe essere il cammino verso la felice realizzazione dei propri sogni. Non rinunciando al proprio io, senza scendere a compromessi con un modo differente di essere. Soprattutto, senza cedere alla necessità, quasi impossibile da ignorare, di programmare anche l'amore, anche l'ansia, anche ciò che dovrebbe risultare estremamente semplice per ognuno di noi: vivere.

giovedì 27 marzo 2014

Cara cognata, ti odio! di Corinne Savarese



Cara cognata, ti odio!



Daphne, vestita del suo abito nero, simile a una calla rivolta verso il basso, incede nella sala del ristorante in cui è stata invitata dal nuovo collaboratore della sua società. Un collaboratore estremamente importante, facoltoso, famoso. Andrea De Michelis, dallo sguardo verde acqua e fisico prestante. Quasi un dio sceso in terra che l'attende, accanto al tavolo prenotato, una strana luce negli occhi, un sorriso sornione e malizioso a increspargli le labbra... E una donna bruttissima avvinghiata al collo, quasi fosse una scimmia in bilico su un ramo dall'equilibrio precario. La classe di Daphne quasi inciampa, alla visione grottesca che le si palesa davanti, mentre una rabbia sorda per essere stata ingannata si insinua, come una lingua di fuoco, nelle vene arse dalla presenza scomoda di una rivale. Ma la donna koala non è una rivale. No. Andrea, abile stratega, già avvinto all'estrema bellezza della dama attesa, presenta il ciondolo umano quale sua sorella. Sorella devota, cara, amorevole. Sorella dai modi euforici e contagiosi. Annabella. E Daphne respira, rinfrancata, pronta per cedere alle lusinghe di un corteggiamento neanche troppo sopito. Cede, respira... E capisce ben presto come Annabella sia ben lontana dall'essere la fragile donna appena conosciuta. E la sua vita diverrà un incubo costellato da articoli menzogneri redatti in giornali di gossip, intolleranze alimentari dovute a quasi certi avvelenamenti e bugie atte a destabilizzarla socialmente e moralmente. Corinne Savarese presenta, in questo modo, ciò che ho considerato, fin dalle prime pagine, il fondamentale italiano che risponde all'egemonia della Kinsella nel panorama del Chick Lit. Una rivelazione al suo esordio. Lo stile ironico, privo di volgarità, corredato da una schiettezza disarmante fanno di “Cara cognata ti odio” la premessa a ciò che l'Italia è in grado di sfornare se messa alla prova. Mai noioso, dal ritmo incalzante, brioso ed estremamente gustoso, il romanzo della Savarese vive di vita propria. Quasi come a voler mostrare uno specchio di acqua tersa e cristallina, Corinne riflette l'immagine di un mondo estremamente divertente, proprio della commedia inglese, dai tratti ironici ben delineati, mai sguaiati o forzati, capaci di mostrare in maniera intelligente come si possa essere in grado di scrivere bene in modo semplice e non per forza ricercatamente astruso. Dotata di un talento proprio a pochissimi scrittori presenti nel panorama contemporaneo, Corinne Savarese fa ridere di gusto nel tratteggiare il personaggio della scaltra Annabella, sorella di quello che il genere romance vorrebbe tra i protagonisti, ma che, al contrario, diventa quasi un carattere secondario; al limite della psicopatia, preda di un'insicurezza personale tale da spingerla a gesti di estrema cattiveria pur di detenere un potere emotivo che giudica e reputa suo di diritto, Annabella distruggerà tutti i progetti di Daphne, sistematicamente e senza alcun ripensamento, in maniera talmente intelligente da renderla quasi un mito agli occhi del lettore. Il modo in cui ama visceralmente il suo adorato “ex futuro marito Steve”, altrimenti noto con mille e più nomignoli fantasiosi, ognuno più spassoso dell'altro, è talmente assurdo da sembrare quasi possibile, in una realtà odierna in cui tutto è spinto all'estremo e all'eccesso, in cui la fragilità umana viene mascherata in modo tale da non essere rivelata per timore di non essere all'altezza del contesto sociale in cui si gravita. L'abitudine in cui cade nell'essere coccolata e vezzeggiata, in maniera totalmente sbagliata, dai propri familiari, rimanda alla costante modalità che molti genitori hanno di trattare i propri figli nella speranza di far bene senza rendersi conto di rovinare ulteriormente la situazione già di per sé precaria. Quante volte si è criticato un bambino evidentemente viziato? E quante volte si è condannato il comportamento troppo permissivo del genitore, colpevole di non saper giudicare in maniera obiettiva l'operato della prole perché accecato da particolari futili, ma non per questo meno importanti, a discapito di altri più pressanti e importanti? Molte volte. Eppure non si ha mai il coraggio di esternare la propria perplessità, fornendo un consiglio utile al fine di porre rimedio a una situazione chiaramente disastrosa. In “Cara cognata ti odio” Corinne svela proprio l'importanza di saper intervenire e consigliare, anche a discapito della propria felicità, a volte, nella ferma convinzione di fare del bene, in nome del perdono, dell'accondiscendenza atta ad aiutare e non a privare, e in nome di un voler mostrare cosa sia giusto fare e dire in momenti in cui ogni cosa sembra concertare per l'esatto contrario. A volte bisogna saper accettare le critiche, le avversità, le delusioni e le proprie fragilità, non affibbiando necessariamente colpe inesistenti a chi non ha responsabilità di sorta. Aldilà della chiave intimistica, chiaramente palesata a chi vuole leggere tra le righe, Corinne riesce a mettere in scena una commedia estremamente divertente, che non vive assolutamente della componente romance, seppur presente e coinvolgente, quanto del lato umoristico ed estremamente ironico che rende ogni dialogo e battuta un espediente per migrare verso mondi lontani dalla realtà opprimente che crisi e problemi comportano. Una lunga parentesi di buon umore, atto ad alleggerire l'anima e il cuore, in stile anche cartoonesco, per alcuni versi, che ben si sposa con la storia narrata, mai banale o priva di abbrivio necessario in un genere simile. Brava e sagace anche nel finale a sorpresa, uno dei pochi che ultimamente è riuscito a entusiasmarmi tanto da ripensarci col sorriso sulle labbra, Corinne ha dimostrato, al suo esordio, quanto il talento sappia manifestarsi senza bisogno degli espedienti fantasiosi a cui molti scrittori mediocri sono costretti a ricorrere pur di sgomitare qualche posto in avanti. “Cara cognata ti odio” mi ha riportata ai primissimi episodi di I love shopping, facendomi ricordare quanto lo stile brioso e spontaneo di tale saga mi avesse avvinto. Rimanendo in attesa dei prossimi episodi, che so per certo in procinto di giungere fino a noi, non posso che fare i complimenti a questa bravissima autrice, stupendomi di come un'esordiente riesca a essere migliore di tanti emergenti o affermati autori contemporanei, chiedendomi quando finalmente sarà notata da una grande casa editrice disposta a scommettere su una bravura e un talento certi. Non a caso il romanzo in questione è rimasto al primo posto in classifica su Amazon per molto tempo e continua a gravitare intorno alle prime posizioni...