C'è una cosa comune nella visione idilliaca del fascismo e del nazismo e questa cosa rese quasi folli i rispettivi capi di governo, perché galvanizzati da un'idea talmente grande di città da essere scambiati facilmente per esaltati. Questa nota che metteva in relazione le due dittature si riassumeva in una sola parola: Roma. Della serie: l'impero romano colpisce ancora.
Ah, questi romani, conquistatori grandi e forti, colonizzatori indiscussi e dall'architettura che ancora oggi resiste in varie parti del mondo.
Ovviamente, se si deve essere grandi, si cerca di ispirarsi ai migliori: gliene fareste un torto a quei due lì? Assolutamente. Ciò che interessa le città lavoro e l'architettura che Gentile chiamò "fascismo di pietra" è ciò che forse più di tutto decretò il positivo di quel governo passato di cui ancora notiamo gli effetti oggi. In Italia, per lo meno. Della Germania, adesso, poco ce ne importa.
Il Duce, appena insediatosi, iniziò subito a promulgare le sue personali visioni di gloria e grandezza e bisogna riconoscergli il merito del carisma e dell'effettiva laboriosità della sua mente che in effetti concretizzò un bel po' di cose per tutta la penisola. Tra palazzi, istituzioni, leggi innovative (ragazzi, gli va riconosciuto) ci furono anche le cosiddette città lavoro di cui si parlava poc'anzi. In un paese "alla frutta" la creazione di lavoro era vista come un miracolo. Be', ne sappiamo qualcosa di questi tempi, no? Eppure non crediate che le motivazioni del Duce fossero così nobili. Lui voleva una colonizzazione del suolo urbano, dichiarando di fatto guerra alla Roma reale che fino a quel momento era rimasta inerte a osservare il paese uscire dalla Grande Guerra. In rotta anche contro l'urbanizzazione eccessiva, specialmente quella che aveva visto la popolazione rurale riversarsi nelle città, decretando quindi, secondo il regime, un abbassamento della natalità oltre che il dispendio ulteriore di fondi per la creazione di nuove scuole, chiese, ospedali, il Duce promulgò l'importanza della terra e del lavoro nei campi. Una novella Rossella O'Hara italiana con la terra di Littoria tra le mani e lo sguardo perso verso l'orizzonte, insomma.
Fu così, proprio così, che numerose cittadine videro la luce, vedendo il trasferimento dell'intero Nord al Sud e quasi mai viceversa. Tra tutte, molta risonanza, anche mediatica, la ebbe la "Pentapoli" pontina, costituita da: Littoria, Sabaudia, Pontina, Aprilia e Pomezia.
Rifacendosi al modello ostiense di bonifica, per mano soprattutto dei Ravennati, il Duce dispose vere e proprie città lavoro che qui dove abito io si tradussero principalmente nell' Azienda di Maccarese. Quasi tutti veneti e lombardi, con una spruzzata di abruzzesi qui e lì (a Fiumicino, per esempio, sono tantissimi i napoletani) i contadini assunti rivoltarono e abitarono queste terre, dando vita alle città che tutt'ora viviamo.
E quando dico che le viviamo ancora oggi, intendo dire che in molti posti sembra essere rimasti cristallizzati agli anni 30. Come a Maccarese, paese in cui di romani romanacci ce ne sono ben pochi. Strano, vero? Eppure nessuno lo sa. E mi viene da ridere quando si parla di differenza tra nord e sud, tra la metodologia di lavoro propria dell'Italia del meridione, del mezzogiorno e del settentrione perché, proprio qui, c'è un raccordo di tutte le parti della penisola ed è proprio questo che rende grande e particolare questa realtà.
Adesso capite perché ho voluto scrivere Volevo solo te?
La saga di Dre Walker by CK.Harp
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lunedì 26 ottobre 2015
mercoledì 21 ottobre 2015
Da Belli a Baglioni, passando per Ostia e Maccarese
C'era una poesia del Belli, poi ripresa da Baglioni nella storica "Ninna nanna" che recitava:
Rivedremo ancora li sovrani
che se scambiano la stima
boni amichi come prima
so' cugini e fra parenti
nun se fanno i comprimenti
torneranno ancora più cordiali
li rapporti personali.
Senza l'ombra d'un rimorso
sai che ber discorso
ce faranno tutti insieme
su la pace e sur lavoro
pe' quer popolo cojone
risparmiato dar cannone.
Questi sono gli anni in cui si gettano le basi per il Regime che sarà. Mussolini dona al Re, il Re dona a Pacelli, futuro Papa (che sarà successivamente oggetto di critiche ferocissime in relazione al nazismo e al razzismo di cui si fece protagonista) il Papa dona al Duce.
Mentre fuori dall'Italia accadono magnificenze che faranno del mondo moderno una creatura più semplice, o più catastrofica, da vivere, il nostro paese si prepara alla dittatura, con il beneplacito dei paesi limitrofi, uno in particolare, che osservano e macchinano.
Ma, come ogni cosa, anche quel tipo di governo porta e apporta delle cose buone, migliorie e guizzi di modernità insperata. Una mia amica direbbe "tra tante boiaccate una azzeccata la deve pure fare" e così è Mussolini che, tra le altre cose, crea le città lavoro. Tra cui Latina. Tra cui Maccarese.
Maccarese. Strano nome, vero? Magari anche poco commerciale. Be', certo, non è Roma, insomma, o Lido di Ostia, ben più famoso per svariati motivi.
Ma Maccarese ha una storia: e che storia, ragazzi! La bonifica a opera dei contadini lombardi e veneti, i Rospigliosi, il castello, gli Albertaschi, l'agricoltura, la grande azienda operosa e competitiva...
Non ve lo aspettavate, eppure è così.
E io ho deciso di raccontarvela, questa storia, per fare in modo che un altro piccolo tassello di dignità e operosità si vada a incastrare in quel grande quadro che è la memoria.
Vi ho incuriositi?
Bene.
Viaggeremo insieme fino a scoprire Volevo solo te, e poi andremo oltre, perché la storia d'Italia, nel decennio che ha portato alla seconda grande guerra, è vasto e pieno di contraddizioni da raccontare...
Rivedremo ancora li sovrani
che se scambiano la stima
boni amichi come prima
so' cugini e fra parenti
nun se fanno i comprimenti
torneranno ancora più cordiali
li rapporti personali.
Senza l'ombra d'un rimorso
sai che ber discorso
ce faranno tutti insieme
su la pace e sur lavoro
pe' quer popolo cojone
risparmiato dar cannone.
Questi sono gli anni in cui si gettano le basi per il Regime che sarà. Mussolini dona al Re, il Re dona a Pacelli, futuro Papa (che sarà successivamente oggetto di critiche ferocissime in relazione al nazismo e al razzismo di cui si fece protagonista) il Papa dona al Duce.
Mentre fuori dall'Italia accadono magnificenze che faranno del mondo moderno una creatura più semplice, o più catastrofica, da vivere, il nostro paese si prepara alla dittatura, con il beneplacito dei paesi limitrofi, uno in particolare, che osservano e macchinano.
Ma, come ogni cosa, anche quel tipo di governo porta e apporta delle cose buone, migliorie e guizzi di modernità insperata. Una mia amica direbbe "tra tante boiaccate una azzeccata la deve pure fare" e così è Mussolini che, tra le altre cose, crea le città lavoro. Tra cui Latina. Tra cui Maccarese.
Maccarese. Strano nome, vero? Magari anche poco commerciale. Be', certo, non è Roma, insomma, o Lido di Ostia, ben più famoso per svariati motivi.
Ma Maccarese ha una storia: e che storia, ragazzi! La bonifica a opera dei contadini lombardi e veneti, i Rospigliosi, il castello, gli Albertaschi, l'agricoltura, la grande azienda operosa e competitiva...
Non ve lo aspettavate, eppure è così.
E io ho deciso di raccontarvela, questa storia, per fare in modo che un altro piccolo tassello di dignità e operosità si vada a incastrare in quel grande quadro che è la memoria.
Vi ho incuriositi?
Bene.
Viaggeremo insieme fino a scoprire Volevo solo te, e poi andremo oltre, perché la storia d'Italia, nel decennio che ha portato alla seconda grande guerra, è vasto e pieno di contraddizioni da raccontare...
giovedì 20 marzo 2014
Europa di Francesco Grimandi
Herr Friedrich è in viaggio verso lo
strano maniero che lo attende, seguendo strade tortuose e
oltrepassando valichi interdetti ai non addetti. C'è un manipolo di
persone ad attenderlo, nella stanza buia del maniero, persone
importanti, persone dannatamente importanti. Lo vogliono, desiderano
i suoi servigi. Uno, in particolare, che crede fermamente nel suo
dono. Himmler, uno dei personaggi più in vista del reich, conosciuto
da Hitler nei giorni della Thule. Friedrich arriva, giunge al
cospetto di Karl e attende il lasciapassare per accedere alla
riunione. Ha l'impulso di tornare indietro, ma sa che non può. Deve
assolvere ai compiti per cui è stato convocato, pena la morte e lui,
come Karl, lo sa bene. È pronto, Friedrich, a “vedere”? È
pronto a darne notizia a chi pende dalle sue labbra, impaziente di
riferire tutto al grande cancelliere del reich più potente di tutti
i tempi? Francesco Grimandi lo svelerà, pagina dopo pagina,
rivelando, con un talento posseduto da pochissimi scrittori emergenti,
una sfaccettatura della seconda guerra mondiale davvero poco
conosciuta. Non si parla quasi mai della vena esoterica delle SS, dei
riti nei quali il nazionalsocialismo ha tratto le fondamenta
necessarie a proliferare in suolo tedesco, delle profonde credenze
proprie degli esponenti più importanti del partito. Nonostante ogni
fatto narrato da Grimandi sia il frutto di una fervida immaginazione,
atta a spalancare la conoscenza e lo studio di una materia tanto
vasta quanto inflazionata, il suo breve racconto riesce a colpire e
impressionare, spingendo il lettore a ricercare, nella storia e i
suoi meandri, appigli reali per poter ricondurre determinate scene
presenti tra le pagine di “Europa”. È così che, tramite
Friedrich, si conosce il destino di un'Europa incentrata e diretta
verso una violenza destinata a un ciclico ripetersi dell'agonia. È
così che si viene a conoscenza del desiderio del nazionalsocialismo
di trarre forza da un esoterismo in grado di fornire la sicurezza
necessaria a perpetrare il proprio credo, perennemente instabili e
insicuri circa il futuro di una nazione incline ai subdoli dei Denaro
e Potere. In maniera inquietante, Grimandi prospetta la visione di un
Europa passata simile a quella moderna. E se un Friedrich esistesse anche nei nostri giorni
e avesse già interpretato e intravisto il nostro destino? E se il
ciclo storico a cui il mondo è soggetto continuasse in eterno,
decretando la devastazione già vissuta dai nostri nonni e prossima a
un'ennesima rappresentazione?
Ma Grimandi, nel suo breve e-book, ci
regala un'ulteriore chicca imperdibile. Molto simile agli indovinelli
della Sfinge, il suo “Io sono e sempre sarò” rappresenta una
parentesi di intelligenza e maestria scrittoria impossibile da
ignorare. Dal linguaggio davvero elegante, così come lo è per
Europa, Grimandi riesce a incuriosire, coinvolgere, inducendo a una
lettura frenetica e spasmodica che prevede la sua interruzione solo
al termine della storia narrata. Che dire? Quando leggo Francesco
Grimandi io ringrazio i santi di averci concesso il lusso di poterci
godere una persona che può davvero fregiarsi del nome di scrittore!
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