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martedì 26 aprile 2016

La strega Vampiro

Esce con Skorpio n. 2041 del 14 Aprile 2016 La Strega Vampiro.



Testi D'Ascani - Disegni Arces

Chicago Zombie Army.- PT 2

Esce con Lanciostory numero 2140 la seconda parte di Chicago Zombie Army.

Testi D'Ascani- Disegni Arces

lunedì 4 aprile 2016

Chicago Zombie Army

Ed è con il numero 2139 di Lanciostory che vede la luce il primo episodio di Chicago Zombie Army, fumetto a due puntate. Disegni di Vincenzo Arces - Testi della D'Ascani

Il contratto di Belial

Uscito con Skorpio 2038 Il contratto di Belial - Disegni di Andrea Modugno - Testi della D'Ascani ;)

domenica 10 gennaio 2016

Zombie Nightmare 2.0

Con il numero 2127 - 11 Gennaio 2016 Editoriale Aurea da alle stampe la storia di Ester e Logan in Zombie Nightmare 2.0.
Testo: D'Ascani
Disegno: Arces

Una strana moria di persone caratterizza Austin ed Ester si trova a scappare per la vita. Al suo fianco, inaspettatamente, un gringo tutto seduzione e baldanza: Logan. Riusciranno i nostri eroi a uscire dall'incubo?

giovedì 9 aprile 2015

Prime due di una serie di uscite mozzafiato

Il fatto è questo, gente: Dunwich ci dà dentro e lo fa in maniera sistematica e certosina. Abituati come ci hanno a leggere piccole perle, il mese di Aprile promette faville: credetemi!
Iniziamo con le prime due succosissime uscite...


R'Lyeh di Daniele Picciuti (serie Chtulhu Apocalypse)

R'lyeh

È trascorso un anno dalla scomparsa di Carlo Stein e Seth Parker, saliti a bordo del brigantino fantasma Mary Celeste e mai più tornati. Eva Ronchi, ex assistente di Stein, ora ha un altro lavoro e si è lasciata tutto alle spalle. Fino a quando fa la sua comparsa il professor Brandellini, sedicente membro di un Ordine segreto, a chiedere il suo aiuto per ritrovare i compagni perduti. Eva commette l'errore di accettare e, assieme a una squadra speciale altamente addestrata, si ritrova coinvolta in una  lotta  alla  sopravvivenza  nelle  viscere  di  un’isola  non segnata sulle mappe, dal cui abisso emerge il cupo lamento di R’lyeh e dei suoi terrificanti abitanti.

 «Lovecraft era uno di noi. Non era uno scrittore visionario né un pazzo divorato dagli incubi. O meglio, non era sempre stato così. Gli incubi vennero quando non riuscì più a gestire il suo ruolo di Custode. Lui entrò in contatto con entità... occulte. Vide cose che una mente umana non può sopportare e, per riuscire a non impazzire, decise di scriverne. Mettere su cartale sue storie in qualche modo lo salvò dalla pazzia.»

Suzie Moore e il nuovo viaggio al centro della Terra di Anita Book

Suzie Moore


Suzie Moore non è una ragazza come tutte le altre. Si veste in modo  strano,  è  cinica  e  odia  le  persone.  È  nata  in  Illinois  ma vive a Roma, dopo che la sua famiglia è morta tragicamente in una bufera di neve. Ama la musica ma non la scuola. Tuttavia proprio un libro cambierà per sempre la sua vita. Nascosto nel computer del preside della Scuola Americana di Roma, troverà un  misterioso file che  le darà accesso a un mondo di  fantasia: quello descritto da Jules Verne nel suo Viaggio al Centro della Terra.  Vivrà  così  un'avventura  incredibile,  al  fianco  del folle professor Lidenbrock e del giovane nipote Axel, il cui fascino metterà  in  crisi  persino  il  suo  cuore.  Da Amburgo  all'Islanda, dalla  vetta  del  monte  Sneffels  alle  profondità  della Terra  e  là, dove  Jules  Verne  non  è  mai  andato  e  dove  il  confine  trafinzione  e  realtà  è  un  orizzonte  quasi  invisibile.  E  mentre  la vita  di  tutti  i  giorni  continua  a  scorrere,  tra  scuola e  amici, delusioni e piccole e grandi conquiste, qualcosa dentro di lei - in un mondo diverso - le darà le giuste lezioni per superare le sue paure.




martedì 23 dicembre 2014

Rebirth- I tredici giorni di Alessia Coppola / BLOGTOUR



Rebirth - I Tredici Giorni

Grace incede sul palco, il sorriso le increspa le labbra su una pelle all'apparenza levigata, giovane, fresca. La sua lucentezza risplende solo per il pubblico acclamante, mentre dentro, nell'anima, tutto urla. La stessa anima che sarebbe pronta a migrare verso un ipotetico demone, un ipotetico diavolo. Come Gray, come Dorian e il suo quadro. Cosa darebbe Grace, pur di non cedere al tempo e ai suoi passi inesorabili nel cammino dell'età? Una ruga, una semplice ruga risponderà per lei e sarà un viaggio senza fine verso la salvezza, l'aria fresca per vivere, la fulgida carezza di un amore che non sapeva potesse esistere per lei.
Alessia Coppola entra in punta di piedi nel mondo della narrativa gotica, e lo fa in maniera esplosiva, attingendo alla branca più amata dagli esordienti: l'horror fantasy. Ciò che stupisce, però, è l'innovazione nel cliché di un combattimento eterno tra bene e male. Raccontando un viaggio interiore alla stregua di un rehab, la Coppola vive la sua eroina, mostrandola con le sue debolezze ma anche con la sua impagabile forza. Grace è una diva, ma è anche una donna sola, un'anima fragile eppure forte nella sua determinazione rafforzatasi nel tempo di un'infanzia per nulla semplice. Il rapporto conflittuale con i genitori, troppo ripiegati su sé stessi per pensare davvero al bene dell'unica persona che avrebbero dovuto proteggere persino dalla Morte, determina nella protagonista un'evoluzione negativa che accresce l'idea sbagliata della supremazia materiale su quella morale. Diviene più importante il lavoro della vita stessa. Il successo è solo un succedaneo dell'affetto che manca, ma Grace non può rendersene conto. Impossibilitata ad amare come non sa neanche di volere, dati i suoi trascorsi, arriva a vendere la sua anima a un demone pur di continuare a rimanere nella bolla alterata delle sue superficiali credenze. Non importa quanto Gary la ami, quanto sia disposto a perdere per lei. Ciò che conta è l'applauso, l'amore del pubblico. Studiando il periodo storico in cui è ambientato il romanzo non si stenta poi a credere alla fattibilità degli eventi. Siamo alla fine degli anni 30, nel pieno focolaio della seconda guerra mondiale. Un uomo, dall'altra parte del mondo, sta promulgando i propri bassi ideali, facendo leva sul pubblico che tanto adora Grace e su cui tanto fa affidamento. La denuncia dell'autrice, pur non essendo palesata in alcun modo, con la scelta del periodo risulta chiara. La massa non sempre sceglie per il meglio e, di conseguenza, non vi è il cosiddetto “posto al sole” laddove risiede la moltitudine. Ciononostante Grace cede alla lusinga dei beni materiali e della carezza delle acclamazioni e Alessia Coppola decide di promuovere la discesa verso la fine dell'eroina omaggiando Oscar Wilde e il suo Dorian, colpevole di aver ceduto alle lusinghe del diavolo distrattamente, senza porre troppa attenzione alle conseguenze delle proprie parole e azioni. Labile è il confine tra omaggio e copiatura: l'autrice rende chiaro il suo intento di ricordare senza attingere a piene mani ed è un merito di pochi.

Questo esordio presenta tantissimi spunti innovativi, tanti sprazzi di intelligente originalità, mai banale o fuori luogo. Le scelte non sono forzate e il declivio verso il fantasy non guasta, ma accresce il grottesco che diventa, forse, ancora più interessante. Personalmente ho adorato il Chronat e la sua cattiveria. Finalmente il malvagio torna a essere tale e ad attentare alla vita del malcapitato. Senza redenzione, senza giustificazioni di sorta che ne determinino una riflessione postuma. Seguendo un po' la credenza religiosa per la quale si diventa animale abbietto nella vita successiva se colpevoli di nefandezze in quella attuale, la Coppola spiega al lettore come la condotta morale sia importante per aspirare alla bellezza eterna piuttosto che alla dannazione del male. Bellissimi gli scenari, le ambientazioni, quasi si potesse cogliere l'atmosfera rarefatta del bianco e nero con cui siamo soliti immaginare gli anni trenta. Le volute di fumo che si levano al di sopra dei caschetti neri e lucidi delle ballerine, il trucco pesante per esaltarne la bellezza, la musica amplificata e gioviale tesa a mitigare momenti oscuri quali il proibizionismo, il conflitto alle porte, il razzismo che imperava in quel periodo nell'America descritta con dovizia di particolari dalla Coppola che da prova di uno studio per nulla approssimato. Il linguaggio è in alcuni tratti ampolloso, forse troppo per il ritmo conferito all'intera opera, comunque piacevole e mai portato all'esasperazione. È un esordio , quello di Alessia Coppola: un ottimo esordio. Non potrà che migliorare, dopo una prova simile, confermandosi non solo una bravissima illustratrice, ma una promettente autrice. E poi, perdonate, se come primo blog tour di Semplice e Lineare ho scelto Rebirth- I tredici giorni, un motivo ci sarà, no? E ora veniamo alle cose serie... Di seguito le regole per poter partecipare al viaggio di Alessia nell'internet librosa, tanti link interessanti e... Lei, nel suo blog interamente dedicato a Grace, il Chronat e Ayku...  






Programma BlogTour

27 Novembre - Presentazione BlogTour e anteprima del libro
1 Dicembre - Booktrailer (Rosie M. Stuart  - DragonflyWings)
4 Dicembre - Personaggi (Alessia B. Nolli - Scrivere mipiace)
8 Dicembre - Ambientazioni (Ilenia Caldarella - Libri di Cristallo)
11 Dicembre - Intervista a Grace (Lettrice Segreta - Le parole segrete dei libri)
14 Dicembre - Intervista autrice (Silver Lu / E scrivere)
17 Dicembre - Estratti
20 Dicembre - Curiosità sul libro (Giovanna Ricchiuti - Un lettore è un gran sognatore)
23 Dicembre - Doppia Recensione (Bianca Cataldi - B. amongthe little women Federica D'Ascani)
28 Dicembre - Video Recensione (Anita Book - L'ora del libro)
2 Gennaio - E tu, cosa faresti se avessi 13 giorni per sfuggire alla Morte? (Miriam Rizzo - Le passioni di Brully)
5 Gennaio - Video Intervista ( Anita Book- L'ora del libro)
7 Gennaio - Estrazione della vincitrice di una copia cartacea di Rebirth autografata dall'autrice. (Sogni di Marzapane)

Regole:
- Iscriversi al blog dell'autrice Anima d'Inchiostro  e al blog ospitante;
- Cliccare G+ e commentare il post;
- Cliccare "mi piace" alla pagina dell'Editore;
- Condividere l'evento sui social;
- Condividere il link del blog dedicato al libro.
- Condividere il link d'acquisto su Amazon



martedì 2 dicembre 2014

Nero Eterno di David Falchi

Nero Eterno

Lo strano investigatore è in aeroporto, non è ancora tornato in patria, eppure il telefono squilla insistentemente. Può esistere riposo nell'animo di un uomo avvezzo alle arti oscure e al combattimento delle stesse? Può esistere ristoro dopo la caccia, dopo il combattimento, dopo l'orrore? Per Kiesel no. E Lerner, che si prende gioco di lui bonariamente, senza un reale secondo fine da strambo assistente quale è, forse in fondo è solo preoccupato dall'automatismo con il quale l'uomo sembra aver intrapreso la vita, o il suo continuo. Non deve essere facile convivere con i suoi strani poteri, con le facoltà psichiche che gli consentono di “vedere” e “sentire” le persone nel loro intimo. Per questo, quindi, la telefonata di Guidi giunge quasi scontata. Per questo, nonostante ogni caso sia differente, il committente del nuovo caso non desta particolari preoccupazioni. Fino a quando Kiesel si trova al cospetto della casa dell'uomo. Fino a quando la stessa casa invita allo studio, alla pazienza, alla ritirata persino. E sarà il delirio, un tremendo delirio fatto di paura, corsa, affanno e morte. L'ombra dell'inconsistente essenza dei demoni incomberà gravosa sulle spalle dell'indagatore e nessuno potrà fermare una forza nata nell'ombra e forgiatasi in essa. Nessuno...

David Falchi arriva in Dunwich con un romanzo dalla copertina accattivante, dal titolo penetrante, e buca il pensiero fin dalle prime battute. Solitamente mi tengo alla larga dagli horror moderni, non per spocchia, ma per mancanza generale di originalità. Un'originalità che sembra essere stata perduta parecchio tempo fa, sia in ambito cinematografico, sia letterario. E non è un problema italiano, come molti suppongono, erroneamente e stupidamente aggiungerei, ma credo sia frutto dell'epoca in cui viviamo, erede di grandi che sono stati in grado di inventare in maniera geniale lasciando un compito troppo arduo da svolgere. Ho voluto provare e sono stata ripagata profumatamente. Falchi non solo dipinge la sua narrativa con cura, ma sceglie i colori, dosandone l'intensità, valutando le sfumature cromatiche di ogni situazione in modo che il quadro, nel suo insieme, non sia sbilanciato. Originale, fortemente legato a canoni classici che rappresentano omaggio puro ai grandi maestri, l'autore inventa avvalendosi di uno stile narrativo chiaro, mai banale, forte di una proprietà lessicale buona e per nulla ampollosa come molti invece tendono a ostentare per tentare di emulare, male per altro. Kiesel è una sorta di Dean Winchester (Supernatural) senza la classica vena caricaturale propria del personaggio nel telefilm. Possiede grandi conoscenze e mediante esse combatte l'oscurità. Non si parla di male, qui, ma di Luce e di Oscurità ed è importante perché denota uno studio di fondo dell'autore assolutamente da non sottovalutare. Del classico mondo maligno, per come lo conosciamo, vi è ben poco e non se ne sente la mancanza, gioendo invece per innovazioni di trama da applaudire senza timore. Serio, equilibrato, umano nei suoi cedimenti e tanto imperturbabile nel perseguire i propri propositi, Kiesel è l'antieroe per eccellenza. Un antieroe senza bella è già, davvero, una grande innovazione. Si lasciano da parte inutili distrazioni e si arriva diritti al punto focale che il lettore di horror chiede, assetato di paura, terrore strisciante e mistero. David assolve al proprio compito e lo fa senza usare parsimonia, dosando bene ilarità, data da uno sclaviano Lerner davvero azzeccatissimo e spassoso, e tensione, creando un'alchimia difficile da ignorare nel crescendo della narrazione. Si entra nella villa dei signori Guidi e si deglutisce assieme a Kiesel, spaventati dall'ignoto, mentre con un orecchio si presta attenzione alle indicazioni dell'assistente evitando di toccare qualsiasi tipo di oggetto privi di protezioni. Si vive Nero eterno e si comprende, pagina dopo pagina, il significato del titolo. Un clima di assoluta tensione, quello descritto da Falchi, che non ha nulla a che vedere con cose già viste. È sorprendente il mondo di Lerner, le descrizioni riescono a trasporre l'immaginario proprio del suo mondo e rendono la lettura scorrevole e piacevole nonostante i temi trattati. Leggendo tra le righe è possibile riscontrare una forte filosofia di fondo dell'autore che tende a voler affrontare i problemi di petto, senza evitare gli ostacoli ricorrendo a espedienti semplici e risolutivi. Il concetto risulta estremamente chiaro nel comportamento di Kiesel, così determinato a dare la caccia alla strana creatura che alberga nella villa. E proprio la creatura e la sua natura risultano essere sorprendentemente originali. Creata dall'odio, alimentata dal ricordo che genera astio e sete di vendetta, la creatura muta forma come, nella nostra realtà, l'odio stesso nel tempo diviene altro dall'originale, modificando i suoi contorni pur di adattarsi ai bisogni della mente umana così portata a dover credere in qualcosa anche se questo risulta essere la causa di una possibile morte. E allora non vi sono vinti o vincitori. Il signor Guidi è un perverso maiale, ma sua moglie, silente nell'obbedienza, si rende carnefice a sua volta spinta da una sete di vendetta che non dovrebbe esistere se smorzata nel principio della sua alimentazione. Nel suo orrore, Falchi vede utopia, come se l'esorcizzazione del male inteso come oscurità vedesse la sua totale estirpazione nel convivio di un rispetto agognato e reciproco. Importante la figura femminile, perché intesa in una duplice valenza: quella spirituale e positiva, caritatevole, e quella fisica, più soggetta alla corruzione dell'anima e quindi incline a suscitare reazioni inaspettate addirittura per se stessa. Non si riesce a rimanere impassibili davanti alle sorti dei protagonisti e si patteggia per gli uni e per gli altri, in una corsa contro il tempo che si sente anche solo leggendo, il fiato corto nel giungere alla fine. L'unica nota stonata dell'intera sinfonia di Nero Eterno è il finale, quasi tagliato quasi sicuramente in attesa di un seguito che il lettore comunque richiede a gran voce. E allora, David Falchi, a quando il prossimo appuntamento con Kiesel e Lerner?    

lunedì 7 luglio 2014

Incubi dal nuovo millennio di Aaron Scott

Incubi dal Nuovo Millennio

Incubi. Proiezioni che il subconscio elabora e invia alle sinapsi al fine, probabilmente, di fornire una spiegazione logica a qualcosa che di pauroso è stato vissuto nella realtà. 
Incubi. Terrori sopiti derivanti da situazioni poco chiare oppure talmente evocative da rendere difficoltoso l'incedere nel mondo.
Incubi. Quelli del nuovo millennio sono forse più potenti? 
La tecnologia e il progresso sono forse cresciuti di pari passo con la malvagità dell'uomo? E dove termina la fantasia, l'orrore, il macabro, e inizia la realtà cruda e difficile da digerire? Numerose le nefandezze susseguitesi dal 2000 a oggi, forse ancor più "grandiose" della mente dello scrittore che le ha rielaborate e interpretate, mettendole in correlazione con la sua sfrenata fantasia al fine di denunciare, ma anche far riflettere tremando per l'orrore di qualcosa terribilmente possibile e non confinato nell'universo fantastico di un libro. Dalla tragedia dell'11 settembre, passando per la strage di Cogne e culminando, forse, con quella di Erba, Aaron Scott ridefinisce i canoni dell'horror tramite racconti chiari, puliti e capaci di mirare e colpire le menti dei lettori più sensibili. Come specificato più volte, non è semplice scrivere racconti, ancor più difficile, però, è riuscire a trasmettere emozioni e riflessioni in elaborati così brevi come quelli di  Incubi dal nuovo millennio. Dotato di estrema tecnica, capacità di sintesi e sensibilità nel narrare eventi davvero toccanti che hanno segnato i tempi moderni italiani, Scott sciorina, uno dopo l'altro, frammenti di uno specchio infranto dalla malvagità umana e riflettente immagini cupe e tetre degne di un film di Del Toro. Brevi, ma intensi, i racconti di Aaron sono narrati come si trattasse di una scenografia; in effetti mi hanno fatto ripensare agli episodi di "Piccoli brividi" che hanno caratterizzato parte della mia infanzia, per coinvolgimento e suspence. Ovviamente gli incubi di Scott sono davvero più dark e cattivi, se si pensa alla sadica fine a cui va incontro il serial killer dell'11 settembre o alle tristi e fantasiose vendette del fato, come se il destino e la giustizia fossero entità reali in grado di distribuire la corretta dose di karma al colpevole. Davvero piacevoli, non troppo splatter e indicati anche a chi "mastica" poco l'horror, Incubi dal nuovo millennio è una breve antologia che mi sento di consigliare con sincerità a chiunque.

giovedì 3 luglio 2014

Presentazione del libro Storie di Soglia di Federico Calafati

STORIE DI SOGLIA
Sinossi:
Il libro è formato da 4 racconti, di generi diversi fra loro. 
In "Vendetta", Steve è apparentemente un ragazzo come tanti, che si trasferisce in una nuova città e cerca di farsi nuovi amici. In realtà però ha in mente un solo obiettivo: vendicare la morte del cugino, avvenuta in circostanze poco chiare. Si introduce così nel mondo dell'alta società, dove ciò che appare spesso è diverso da come realmente è, per trovare il colpevole. 
Si troverà a dover capire di chi fidarsi, e a fronteggiare l'ostilità di una ragazza bellissima ma profondamente malvagia, che sfrutta i segreti dei suoi amici per controllarli. 
In "Senza controllo" , Jack, un ragazzo dal quoziente intellettivo altissimo e apparentemente senza sentimenti, si troverà alle prese con Irina, una ragazza stupenda che lo controlla, spingendolo a commettere un omicidio. Dovrà affrontare molti ostacoli per restare vivo e per capire chi è la sua vera anima gemella. 
In " Nota nella notte" il protagonista affronta un viaggio psichedelico nei labirinti della mente, cercando di trovare la via d'uscita e di non perdere se stesso. 
Infine, in "Futuro" , il protagonista si trova a dover rispondere ad una domanda cruciale: E' meglio sapere o non sapere cosa ci accadrà? 

Pagine 101
Disponibile su Amazon in ebook al costo di E.0.89 e in cartaceo a  E.6.18

Oggi voglio parlare del libro di un autore esordiente davvero dalle ottime potenzialità. Mi ero imbattuta in questa sorta di antologia di racconti del Calafati già prima che l'autore mi contattasse per una presentazione. Ovviamente, come mio costume, ho letto il libro e mi sono fatta un giretto tra le recensioni Amazon e internet in generale. Beh, tranne qualche commento un poco più sincero degli altri, ma davvero al vetriolo, eccessivo e fuori luogo, ho trovato un grandissimo sostegno per questo ragazzo che, devo dire la verità, merita l'appoggio per continuare a credere nel suo sogno. Nessuno nasce scrittore, lo si diventa con il tempo, l'esperienza e la lettura assidua degli altri. L'esercizio, poi, è di rigore. E questo Calafati lo sa, dato che sembra imparare dagli errori, chinando la testa davanti ai consigli altrui, se detti con voglia di aiutare e non di denigrare, lavorando su sé stesso e desiderando sempre il meglio dal proprio operato. Questo fa di un aspirante scrittore un bravo futuro scrittore. Sorvolando, comunque, sulle mie considerazioni personali, consiglio sinceramente l'acquisto di Storie di Soglia, invitando a leggere le storie, non soffermandosi troppo su un editing palesemente assente, per notare quanto Federico abbia il talento necessario, nella mente, per poter credere nel futuro in tal senso. I suoi quattro racconti sono originali, dal ritmo ben dosato, mai scontati e decisamente interessanti. Credo che un successo su Amazon, per un autore simile, sia un bel trampolino di lancio per credere nelle sue potenzialità e andare avanti. Studiando, ovviamente, e cercando di migliorarsi, come tutti noi facciamo, giorno dopo giorno. 89 centesimi non sono un guadagno e neanche una perdita, ma sicuramente possono regalare fiducia a chi ne ha bisogno. E gli autori esordienti hanno un gran bisogno di fiducia. Fiducia corredata di obiettività e sincerità, dicendo cosa, del loro lavoro, deve essere migliorato e limato, non proferendo lodi sperticate, per nulla sincere, o giudizi negativi al limite del linciaggio, decisamente inutili. Comperate questo libro, ragazzi, per conoscere le idee nuove e frizzanti di un autore in erba dalla grande mente e fantasia. Di seguito il link: cliccate e comperate!


http://www.amazon.it/STORIE-DI-SOGLIA-federico-calafati-ebook/dp/B00IRIH9O2/ref=cm_cr_pr_product_top



lunedì 5 maggio 2014

Reborn di Miriam Mastrovito


Reborn

Martina e Andrea sono morti da due anni, ma il ricordo che Elga conserva di loro è vivo e presente in ogni suo giorno. Anche dopo il coma, soprattutto da quando è tornata a casa, vivendo tra le stesse mura che hanno conosciuto la felicità dei loro giorni assieme. Martina, la sua bimba dai capelli ramati e boccolosi, e Andrea, marito esemplare e dall'amore profondo, erano tutto ciò che rendeva le giornate di Elga degne di esser vissute. Martina, più di Andrea, in effetti. Ed è per questo che la donna continua, imperterrita, a perseguire nella tradizione di festeggiare il compleanno della sua bimba, confezionandole le bambole che tante ha amato e farcendo le torte che era solita divorare, felice e contenta nell'amore che le era stato riservato. Portare avanti quella tradizione è un po' come continuare ad averla vicina. E la bambola reborn dai capelli neri e gli occhi azzurri che le ha confezionato quest anno è semplicemente meravigliosa, tanto che Elga quasi immagina l'espressione estasiata della bimba nello scartare la scatola di velluto in cui è incartata. Questo evento non avverrà mai, ma Elga trae conforto solo dal pensiero dell'immaginazione, l'unica cosa che gli è rimasta da vivere in una realtà scomoda e densa di solitudine. Non ha chiesto lei di rimanere incolume all'incidente. E non ha chiesto lei di avere una sorta di stalker che la segue ovunque vada, inconsapevole, forse, del dramma che la sta logorando da due anni e che non accenna minimamente a regredire. Perché Elga è sola e vuole rimanere tale. Nessun amico, né conoscente, né parente a girarle intorno. Solo lei e il suo universo fatto di bottega e bambole reborn. Ma la notte del compleanno di Martina accade qualcosa. Elga, nel sonno, avverte davvero la presenza di Martina e, nonostante il terrore che l'evento evoca, piange di gioia, anche se il profumo che avverte non sia della sua bambina. No, non è di zucchero filato misto a vaniglia. Somiglia all'odore della terra bagnata. Ma non importa, in fondo. La manina che le stringe il braccio nel buio è reale, è della sua piccola, non è immaginazione. Non è immaginazione...

Strisciante, vagamente soffocante e decisamente inquietante. Ecco come inizia uno degli horror moderni più belli tra quelli letti ultimamente. Perché Reborn è un horror, è bello ed è decisamente un romanzo da leggere, godere e divorare. Non può esser letto centellinando pagine, non ne da possibilità alcuna. Fin dall'inizio ne appare chiaro il fascino, non lasciando adito a dubbi di sorta. Una bambola... Cosa c'è di più inquietante di una bambola? Solo una bambina sconosciuta che penetra in casa scardinando ogni certezza fin a quel momento acquisita. Non è un caso che la maggior parte dei film horror di successo abbiano per protagonisti bambole e bambini. Ma questa mia affermazione non vuole assolutamente lasciar intendere una trama scontata o priva di originalità, al contrario. Proprio per la dura prova in cui si cimenta Miriam Mastrovito, talentuosissima autrice poliedrica emergente che ho imparato a conoscere nel tempo, fin dai suoi albori con “L'ultimo rap”, il romanzo Reborn rappresenta una perla che credo abbia davvero il dovere di figurare in alto nelle classifiche. Il linguaggio estremamente colto ma mai ridondante, lo stile narrativo sciolto e capace di avvincere e catturare, i personaggi credibili e perfettamente descritti affascinano il lettore rendendolo vittima di un'assuefazione dalla quale è quasi impossibile fuggire. Si odia, si ama, ci si emoziona e si spera: Reborn è un caleidoscopio di sensazioni molteplici. Al di là, poi, dell'aspetto orrorifico dell'opera, oltretutto, ciò che è mirabile è l'alto tasso di riflessioni a cui è portato il lettore durante il procedere della storia narrata. Il libero arbitrio, l'ineluttabilità degli eventi e l'esistenza di Dio contrapposta a un Caos in grado di far credere cose del tutto prive di fondamenta sono solo alcuni degli argomenti importanti trattati. L'amore familiare, poi, viene smembrato e analizzato in maniera quasi chirurgica, svelando dinamiche impossibili da descrivere ma reali, purtroppo attuali e per nulla facili da digerire. Le violenze sui minori, la psicologia infantile e le fratture di una mente messa alla prova dal fato fanno da cornice, infine, a un romanzo completo, ben scritto e dannatamente giusto. L'ho adorato, non ho molto altro da dire, anche perché rischierei di anticipare scene ed eventi che hanno l'obbligo di esser letti. Mirabile la scena della bambina colta da doppia personalità nella sua stanza, il fotogramma alla IT in cui il bacio d'amore diventa un bacio d'orrore... L'ho divorato in un giorno e mezzo e, dico la verità, ho provato quasi la voglia di averlo scritto io! È raro mi accada una cosa simile, ma sono sincera. La Mastrovito ha dato prova di essere una grande autrice e non vedo l'ora di leggere un suo nuovo horror, decisamente un genere in cui questa meravigliosa scrittrice sa muoversi davvero con grazia e inaudito talento.

sabato 3 maggio 2014

Anime nere di Andrea Biondi


Anime nere


Anime nere. Nere come il nazismo che sembra perdurare all'infinito, dopo il suo avvento. Nere come il desiderio di riscatto, di giustizia, di libertà che, sovente, rischia di passare il confine sottile del lecito. Nere, come l'orrore in cui i morti non muoiono e hanno bisogno di altro sangue, altra carne e altro delirio per soccombere finalmente, in un rantolo di pace. Forse. Perché nessuno sa davvero se la pace sia poi per i vivi o per i morti. Romano sembra saperlo molto bene, alla guida del suo strano gruppo di... Cosa, amici? Soldati? Compagni? Ci troviamo negli anni cinquanta apocalittici di una Rimini immaginaria, contorta, stramba. Dannatamente nera, come lo sono le anime dei sopravvissuti che tentano invano di continuare a sperare. I nazisti non sono andati via e la guerra, il più grande e catastrofico conflitto che il mondo abbia mai conosciuto in epoca moderna, sembra voler perdurare all'infinito. Romano, il Pelloni, l'Elisa, la Sara... Persino un prete che suona tanto come il giustiziere mascherato. Ma non in chiave comica o tragicamente seriosa. Mascherato del volere di un Dio che sembra essersi dimenticato degli uomini. Come riflette Romano, in effetti, questo Dio sembra aver ecceduto, nella sua sete di giustizia. Non si può distruggere il mondo per creare dalla sue ceneri qualcosa di più sensato. Non è giusto per chi vive, ignaro delle brutture proprie di alcune dinamiche lontane, adatte ai potenti e ai guerrieri e non alla gente comunque, ai contadini, agli umili lavoratori. E il libero arbitrio, in fondo, è semplicemente un'accozzaglia di parole senza senso alcuno. Perché non esiste. Perché qualcuno di potente, forse Dio, forse il demonio, forse qualcun altro, ha già predisposto ogni cosa per gli uomini. E all'umanità non resta che tentare di sopravvivere. Torna Andrea Biondi, torna il suo modo scanzonato di raccontare la vita , complice un'ironia contagiosa che riesce a far ridere e sorridere anche nelle situazioni più delicate e tragiche. Questa volta non siamo alle prese con il thriller riminese di Due, bensì con un horror ben strutturato e decisamente fuori dalle righe. Ambientato nella tanto amata Romagna, Anime nere narra di un immaginario passato costellato da zombie, nazisti golem fatti d'acciaio e fumo, e di un gruppo scapestrato di gente unita dal fato e pronta, forse, ad affrontare una guerra ancor più dura di quella raccontata sui libri di storia reale. Il lettore è spesso portato a chiedersi se scenari di tale stranezza, in fondo, siano stati possibili. Si è sempre ipotizzata un'intelligenza scientifica nel nazismo in grado di creare cose che ancora oggi soltanto immaginiamo. Addirittura si è sempre ipotizzato il ritrovamento del Graal, di una possibile sinergia tra nazisti e alieni, del connubio tra satanismo e occultismo correlato alle SS. In fondo la Thule e tutti i gruppi esoterici, mossi dal culto della magia nera, non sono stati inventati in epoca moderna. Sono esistiti, così come è esistita gente fermamente convinta di poter dominare tali scienze e ascendere al potere mondiale con l'aiuto del demonio. E cosa c'è di più demoniaco degli zombie? Morti viventi che continuano a camminare sulla terra alla ricerca di carne fresca da spolpare. Ma gli zombie non sono poi tutti i morti che son rimasti sulle coscienze di molti aguzzini e che continuano a vivere nelle loro menti, infestandone le sinapsi, pronti a divorarne gli scarni ricordi al fine ultimo di una pazzia meritata? I nazisti, ipotizzati come enormi macchine da guerra, cattivi fino al midollo, inarrestabili nel loro acciaio, dai lineamenti vagamente umani... Non sono forse l'immagine che la storia ha donato loro, supportata da quell'accento così duro e gutturale da incutere timore solo al minimo suono? Non hanno forse dato sempre l'impressione, questi personaggi terrorifici, di essere persone inviate solo per perpetrare una distruzione di massa? Cattivi, neri e terribilmente inumani, i nazisti non hanno sempre dato l'idea di catastrofe? Forse è per questo che la maggior parte degli horror moderni vengono ambientati nell'epoca della seconda guerra mondiale. Perché sono gli scenari e la cattiveria a rendere la storia così terribilmente densa di paura. Non esiste uomo nero più inquietante del nazismo. Ed è un fatto. Così come non esiste forma più vicina alla resistenza del primo partigiano, colui che ebbe l'idea di resistere all'invasore e combattere per la pace e la libertà del prossimo. Ed è questo che fanno Romano e i suoi, pur con i loro difetti, pur con le loro pulsioni umane. Perché, in fondo, di esseri umani si tratta. E così, mentre i morti tornano a camminare sulla terra, pronti a divorare i peccatori in maniera indistinta, come un tristo mietitore incapace di discernere il buono dal cattivo, Andrea Biondi fornisce la prova di essere un autore poliedrico, capace di scrivere e descrivere la vita in chiave naturalistica in ogni genere, pur attenendosi al suo già collaudato metodo di narrazione acuto, scanzonato, sagace e anche un po' gigione. Nonostante la chiave horror, infatti, la lettura procede scorrevole. I dialoghi sono freschi, reali, privi di ridondanze e temuti punti morti. Naturali. Inoltre le descrizioni rendono bene l' idea, scritte come in una sceneggiatura, con tanto di introduzioni “in dissolvenza – esterno - notte” in grado di mostrare e non solo narrare. Il romanzo Anime Nere, in effetti, è stato tratto dalla sceneggiatura di una web series, sempre a opera di Biondi, che sta riscuotendo notevolissimo successo non solo in ambiente italiano, bensì oltreoceano. Candidato al film festival di Los Angeles, infatti, la web series Inglorius Hunterz, ha recentemente vinto il titolo come Best Visual Effect al Rome Web Awards e conta di arrivare lontano, molto lontano. Come, del resto, il romanzo...  

venerdì 11 aprile 2014

Morsi di morte di Anton Francesco Milicia


Morsi di Morte

Padre Matteo è un pretucolo di campagna, assegnato al gregge sparuto e incanutito di un piccolo paese della campagna calabrese. Beh, non è proprio una chiesa canonica immersa nel clima gioviale della gioventù in boccio, quella in cui serve messa, ma i patti con i superiori sono stati chiari e concisi. Pur di salvarsi la pelle, infatti, Padre Matteo è scappato dalla grande città e da un'accusa infamante e dannatamente seria. Abuso sessuale, gente. E che abuso. E mica solo di un minore... No, di ben diciassette ragazzini. Solo uno di loro ha sempre insistito a dichiarare la sua innocenza, pur remando contro la moltitudine di coetanei che invece proclamavano l'abominio ricevuto. Ma tant'è... Padre Matteo, resistendo strenuamente contro l'impulso malato della sua mente, continua a sopravvivere in quella piccola chiesa di campagna. Però qualcuno sa, qualcuno ha capito... E non solo in città.

Inizia così il breve racconto di Antonio Francesco Milicia, autore esordiente ma dalla penna straordinariamente colma di talento. Si, ragazzi, talento. Perché non è semplice tessere la trama fitta di una storia intricata come quella che ha descritto, nel suo “Morsi di morte”. Come in una ragnatela, come lui stesso definisce il mondo in cui si muove uno dei personaggi chiave della narrazione, Milicia produce, a ogni piccolo passo, un filo di seta capace di intessersi perfettamente, creando ricami senza difetti alcuni, non lasciando assolutamente nessun dettaglio al caso. Il lettore è portato a leggere febbrilmente pagina dopo pagina, non subendo per nulla la brevità del racconto. Come se fosse riuscito a costituire, grazie alla penna, un piccolo mondo, Milicia riesce ad accattivare, esaltare e incuriosire, trasmettendo ansie e angosce proprie delle vittime descritte. La denuncia della pedofilia clericale, argomento purtroppo in auge nei tempi moderni, riesce a essere incisiva per quanto l'autore non si soffermi affatto sui particolari scabrosi che, sovente invece, tendono a tempestare le pagine dei quotidiani nazionali interessando per la loro morbosità più che per l'evento in sé. È possibile riscontrare, inoltre, la testimonianza di come lo sconforto e il danno mentale e psicofisico di tale reato siano in grado di insinuarsi nell'abusato, creando un mondo parallelo di realtà distorte, capaci di giustificare in qualche modo gli impulsi primordiali di una voglia di rivincita sull'aguzzino, agognando a una sua fine in maniere insospettate e insospettabili. È sconvolgente come, in effetti, Milicia riesca in sole ventiquattro pagine a rendere il senso di ansia, di ingiustizia, di pazzia latente e conseguente a un abuso infantile. È sconvolgente come un autore esordiente riesca laddove molti suoi colleghi di più elevato spessore e con mezzi altamente superiori a disposizione hanno fallito in passato. Un thriller, dai risvolti fantastici con brevissimi accenni all'universo horror, solo accarezzato, quest'ultimo, nonostante, forse in un contesto più ampio, sarebbe entrato di rigore e diritto nella narrazione sposandosi perfettamente al contesto socio culturale descritto. Magistrali le frequenti metafore utilizzate che riescono a rendere perfettamente determinate scene altrimenti scomode e crude nel contempo. Insomma, al suo primo lavoro Milicia dimostra di avere tutte le carte in regola per sfornare un lavoro di più ampio respiro, come un romanzo, non deludendo, comunque, sul genere breve del racconto. In attesa di prossimi sviluppi futuri, che so per certo sono in arrivo a breve, non posso far altro che consigliare la lettura del suo “Morsi di morte”, complimentandomi con lui e con il fato che ogni tanto col suo zampino riesce a mettermi sulla stessa strada di validi autori.  

martedì 25 marzo 2014

La recensione a L'Inferno di Rebecca a cura di Vittorio Xlater

rebecca
In teoria non dovrebbe esserci bisogno di assegnare un romanzo a un genere. Un autore scrive quello che si sente di scrivere, e non serve appiccicare un’etichetta per rendere un’opera di narrativa fruibile e apprezzabile al pubblico dei lettori.
Nella pratica le cose sono meno semplici. Perché l’appartenenza a un genere costituisce una forma di pre-comunicazione tra chi scrive e chi legge. Comporta delle aspettative, dei taciti accordi, un certo approccio, delle regole implicite.
Questo romanzo di Federica D’Ascani esce in una collana di narrativa erotica, e lo stiamo presentando su un sito che si occupa di letteratura erotica, ma non è, né voleva essere nelle intenzioni dell’autrice, un romanzo erotico. C’è del sesso, e non poco. Non è così centrale da poterne fare un romanzo erotico. Al tempo stesso forse ce n’è troppo per poter ospitare il romanzo in contesti diversi (e qui la colpa è nel miope bigottismo di editori di altri generi che hanno rifiutato il manoscritto per la presenza di troppo sesso).
In realtà non è facile assegnare questo romanzo univocamente a un solo genere, e non sono uno che ama particolarmente attaccare cartellini. Ma in una recensione va spiegato al potenziale lettore cosa deve aspettarsi. Allora direi che in questo romanzo ci sono molti elementi del thriller psicologico, ma ci sono anche molti elementi dell horror satanista.
Mischiare generi diversi è operazione delicata e rischiosa. Può funzionare inserire qualche elemento di un genere in un’opera di un altro genere. Ma deve esserci un genere che guida, con le proprie logiche, le proprie semantiche, i propri riti, le proprie regole. Altrimenti si rischia un po’ di confusione.
L’Inferno di Rebecca parte in modo molto interessante e ambizioso. Ci sono ben tre flussi narrativi paralleli: una sfida notevole per una scrittrice.
Su un primo flusso, la protagonista Rebecca racconta in prima persona la storia di una breve vacanza in Umbria con il proprio fidanzato, Stefano. Il rapporto tra i due è piuttosto problematico. Lui è arrogante, prepotente. Lei è combattuta tra una componente interiore che si sente irrimediabilmente succube di lui e un’altra componente che vorrebbe respingerlo e ribellarsi alle sue continue violenze psicologiche. Una situazione, ahimè, fin troppo comune anche nella realtà: troppe donne perdono la testa per il bastardo che le maltratta. Ma nel caso di Rebecca e Stefano ci accorgiamo che la bastardaggine di lui, tanto quanto l’essere succube di lei, vanno ben oltre ogni normalità, per sfociare direttamente nel patologico.
Nel secondo flusso narrativo, siamo in un momento futuro rispetto al primo flusso. Rebecca è in un casa di cura per malattie psichiatriche, dove un dottore sta faticosamente cercando di analizzarla. Capiamo che Rebecca è lì per aver tentato di uccidere il proprio ragazzo, Stefano, durante quella stessa vacanza di cui si parla nell’altro flusso. Il medico deve dare il suo responso per capire se in quel momento la ragazza, sicuramente un soggetto dalla mente “disturbata” con alle spalle un tentativo di suicidio, fosse in condizioni di intendere e di volere, o se possa valere per lei l’alibi dell’infermità mentale.
Con questi primi due flussi siamo in pieno thriller psicologico. Perché vediamo che la ragazza in realtà è solo una vittima che paga la propria fragilità, mentre ad apparire sempre più uno psicopatico è il suo Stefano, ed è abbastanza evidente che sono le continue angherie emotive e psicologiche che lui infligge alla ragazza a minare gli equilibri di quest’ultima. Ma vediamo anche che non tutti capiscono la situazione, anzi, per molti personaggi la “pazza” è Rebecca, mentre il ragazzo è una povera vittima, che per amore l’ha tenuta accanto nonostante gli acclarati disturbi mentali, fino a rischiare di essere ucciso durante un raptus di follia di lei.
Il terzo flusso narrativo è quello che ospita l’elemento horror satanico. Scopriamo che Stefano è un adepto di una certa setta satanista, devoto di un demone minore, ma molto potente. Si lascia intendere che la sua cattiveria, la sua bastardaggine, sono conseguenza della sua adesione al satanismo.
La chiave di ogni thriller psicologico è nell’implicita minaccia che contiene e che suona più o meno così: ogni persona, anche quella apparentemente più sana, nasconde nel proprio inconscio dei mostri, di violenza, o di qualche forma di follia, e ognuno di noi, se sottoposto agli stimoli giusti, può ritrovarsi schiavo di questi mostri interiori.
Ma i mostri che nel thriller psicologico sono annidati nel nostro inconscio e pronti a impossessarsi di noi, nell’horror satanico sono invece demoni esterni, dotati di vita propria, di un’esistenza oggettiva indipendente, che ci posseggono o che ci dominano togliendoci il controllo di noi stessi. Due visioni contrapposte, che possono essere conciliate in un solo modo, ossia dando ai demoni satanici una lettura simbolica. Come dire che l’adesione di Stefano alla setta satanica andrebbe interpretata metaforicamente come il suo cedere agli istinti più violenti e prevaricatori che albergano dentro di lui. Così come il demone che si insinua in Rebecca e la obbliga ad accetare in modo succube i soprusi che subisce da lui è in realtà quella strana molla ancestrale che lega il torturato al suo aguzzino e che genera le sindromi di Stoccolma e manifestazioni affini. E’ una lettura che, leggendo i primi capitoli, può starci e convince.
In particolare riveste fascino la figura di Dalia. Viene presentata come una persona realmente esistente ma la si riconosce presto come la personificazione di una componente dell’animo di Rebecca: è la sua parte forte, la sua femminilità indomabile. E’ la componente che più si oppone alla sudditanza di Rebecca nei confronti di Stefano. Nel flusso horror satanico le si riconosce lo status di una figura metafisica, una specie di semidea pagana, ma è perfettamente coerente con la lettura simbolica.
Questo inizio a tre flussi è tanto ambizioso quanto esaltante per chi legge, anche perché l’autrice sembra padroneggiarne la complessità con estrema disinvoltura. Ma soprattutto si percepisce molto coinvolgimento nella scrittura. Non c’è solo mestiere in quello che leggiamo, ma anche passione che viene dal profondo. E’ evidente che gli argomenti trattati toccano qualche corda sensibile nell’autrice.
Andando avanti nella lettura, ci accorgiamo che il flusso narrativo “satanico” a un certo punto si inabissa e scompare. Rimane pertanto una storia che si dipana sul piano del puro thriller psicologico. Man mano scopriamo dettagli della vacanza in Umbria. Man mano vediamo il medico scoprire sempre qualche dettaglio in più della psiche tormentata di Rebecca. Vediamo anche cosa succede nel frattempo fuori dalla casa di cura. Stefano che si consola con altre due ragazze (anche loro succubi della sua prepotenza), Serena e Tania. Scopriamo la famiglia di Stefano, i genitori di Rebecca sull’orlo della separazione, quelli di Tania che ha un momento incestuoso con il padre. Situazioni tutte psicologicamente complesse, in cui ogni personaggio viene descritto con mirabile profondità, nei suoi pregi, nelle sue tare, nei suoi demoni latenti. Troppi personaggi, forse. Talvolta è faticoso seguire i mille rivoli in cui si frammenta la narrazione, ma la storia di ognuno di questi personaggi ha un proprio pathos, una propria complessità, una propria drammaticità. Si sussguono momenti tragici, da vari punti di vista, e Federica è bravissima a creare ogni volta la suspance appropriata per descrivere le cose che accadono sempre suscitando il giusto brivido e la giusta ansia.
Quando si arriva agli ultimi capitoli, succede una cosa un po’ inaspettata. Il flusso narrativo  horror satanico, che per parecchi capitoli era del tutto scomparso, riemerge e monopolizza prepotentemente il finale. Tutto quello che era stato il plot fino a quel momento viene asservito ai capricci di una complicata gerarchia di diavoli, e gli eventi che vengono rappresentati da lì in poi sono perfettamente in linea con il genere, con tanto di persone possedute che camminano sui muri e sui soffitti, corpi squartati e divorati, sangue che schizza dappertutto, esorcisti (sic!) inviati direttamente dal Vaticano, pagine del Vangelo che vengono lette per cercare di debellare i demoni.
Dal punto di vista del genere horror satanico sono pagine assolutamente magistrali, tali da emozionare e coinvolgere anche chi non è un fan di tale filone. Non si può negare che la lettura sia suggestiva, appassionante e giustamente terrorizzante, e si apprezza moltissimo la tecnica dell’autrice nel gestire la tensione e l’intensità.
Tuttavia non riusciamo a convincerci che questo finale non alteri l’equilibrio complessivo del romanzo e non distrugga in qualche modo tutto quello che si era creato nella parte centrale dell’opera. Tutti questi demoni che salgono sulla ribalta rendono impossibile, o perlomeno estremamente ardua e contorta, una lettura simbolica. La stessa figura di Dalia viene completamente distorta da quello che sembrava essere all’inizio. Il contrasto ideologico tra il thriller psicologico e l’horror satanico, viene risolto decisamente a favore di quest’ultimo, e non è una scelta che ci convince fino in fondo.
I meccanismi che fanno emergere i mostri dall’inconscio umano, nei thriller psicologici, seguono delle regole e richiedono una loro coerenza. I capricci dei Demoni immaginari sono invece del tutto arbitrari, e laddove ci si guadagna nel gusto splatter di certe scene (per chi le apprezza, perlomeno) ci si perde in pregnanza, in profondità, in sostanza.
Erano gli autori meno fantasiosi e creativi quelli che nell’antica grecia facevano sbloccare le situazioni più complesse e intricate dall’intervento del famoso deus ex machina, che arbitrariamente sistemava le cose come meglio voleva. Si potrebbe dire che Federica fa la stessa cosa, lasciando risolvere una situazione complessa e intricata di un thriller psicologico a dei diabuli ex machina.
Tuttavia trovo ingeneroso pensare a questo finale come un escamotage furbetto per dare una chiusa d’impatto a un plot che era cresciuto di complessità sin forse ai limiti dell’ingestibilità. Preferisco pensare che nel delineare una storia scritta con l’anima, in cui Federica ha fatto vivere propri fantasmi, paure, terrori, forse ricordi, ci sia stato il momento in cui è stata pervasa da un’istinto di distruzione, un cupio dissolvi, una smania di esorcizzare, in un bagno di sangue e di morti, tutta la costruzione. L’esigenza psicologica di annientare il castello dei propri incubi ha prevalso sulla coerenza narrativa. La passione per l’horror satanico e l’indubbia padronanza narrativa hanno fatto il resto.
Forse la gestione di un’architettura così complessa avrebbe richiesto una distanza e una freddezza che non si potevano pretendere da Federica per una storia nella quale è impossibile non percepire una qualche forma di coinvolgimento profondo. In compenso non si può negare che la lettura di questo romanzo sia sempre avvincente, palpitante e spesso capace di lasciare chi legge col fiato sospeso. Leggere questo romanzo è un’esperienza che non lascia indifferenti e sicuramente non annoia. Non è un romanzo erotico, ma vale sicuramente la pena leggerlo.

Di seguito il link al blog  di Vittorio Xlater:

lunedì 24 marzo 2014

Week end tra amici, film di Stefano Simone

WEEKEND TRA AMICI


Un fine settimana tra amici, due giorni da trascorrere, di rito, insieme alle vecchie conoscenze con cui si è cresciuti. Rivangando ricordi, condividendo una passione che accomuna quelle menti che, in gioventù, si unirono per alchimia o, forse, soltanto per circostanze fortuite. Gianni, Stefano, Fabrizio e Marco si ritrovano, quindi, in un casolare fuori città, isolati, per assistere alla proiezione televisiva del quadrangolare di calcio che coinvolge le loro squadre del cuore. In un crescendo di dissidi, ben presto, ciò che apparirà chiaro e cristallino sarà la totale mancanza di interesse per il pretesto iniziale, il calcio, in favore, invece, di uno scontro sistematico tra personalità distanti, differenti e in competizione fra loro. Dando ampio margine e spazio ad alterchi sistematici, la situazione andrà degenerando, rovinando pericolosamente verso situazioni fin troppo reali e moderne. Un “Weekend tra amici” narra, in effetti, proprio dell'aspetto sociale che ben contraddistingue il mondo odierno, ovvero l'ipocrisia e la voglia imperitura di mantenere una facciata distante dalla realtà, dipingendo la propria vita agli altri in maniera tale da suscitare pietà per non si sa bene quale scopo. Forse per dimostrare una fragilità che, in realtà, non si possiede davvero al solo fine di essere compatiti e protetti, come una mamma amorevole farebbe con il proprio figlio. Una denuncia, questa, atta a dimostrare quanta poca maturità caratterizzi l'animo umano moderno. Sovente si ascoltano notizie ai telegiornali riportanti fatti di cronaca allucinanti, intrisi di una violenza difficile da comprendere, ma propria dell'essere umano. E nel lungometraggio di Stefano Simone è facile carpire le motivazioni che, solitamente, spingono verso il sangue e la violenza. Non si parla mai di come le amicizie nascano, ma molte volte sono eventi distanti e improvvisi a unire delle persone nettamente distanti tra loro per personalità e stile di vita. Nel film presentato da Stefano Simone, infatti, gli amici non sono altro che persone totalmente differenti per carattere e status sociale, uniti da una gioventù lontana che non ha forgiato la loro personalità, bensì solamente creato le basi affinché sfociasse nel carattere di latente insofferenza ed egoismo che si evince nel presente. E sovente, bisogno dire, accade proprio così. Quante persone hanno tra le proprie amicizie individui che mal sopportano, ma che dichiarano di tenere in considerazione come fossero fratelli solo per convenzione sociale e abitudine temporale? Moltissime, anzi quasi tutte. Ma “Week end tra amici” non è soltanto questo. È denuncia verso la violenza immotivata, verso l'indifferenza che molti dimostrano ai problemi altrui, verso discussioni sterili che troppo spesso sfociano in alterchi esagerati in grado, addirittura, di causare gravi danni al prossimo, se non proprio la morte. Stefano Simone, e lo sceneggiatore Francesco Massaccesi, hanno voluto denunciare la scarsa considerazione della vita altrui per lasciar ampio spazio alla ragione del proprio essere. I frequenti omicidi di cui sono colmi i notiziari, d'altronde, non riescono a sfatare questo mito che, anzi, cresce di giorno in giorno. Il calcio, così come altre motivazioni inutili, non sono altro che un espediente per esprimere una violenza repressa e insita nell'animo di molti, bisognosi forse soltanto di un ascolto perduto nel tempo. La suspence cresce, da metà film, per esplodere in un susseguirsi di colpi di scena che, effettivamente, appaiono totalmente inaspettati e spiazzanti. Il regista è molto bravo, mediante le inquadrature, supportate dalle musiche di Auriemma, a creare il clima di tensione necessario al thriller cui ha dato vita, nonostante la recitazione degli attori, molto spesso al di sotto dell'ambizioso progetto che invece è stato portato avanti grazie a una buona sceneggiature e a delle ottime riprese. Forse la ripetizione di alcune scene, durante i momenti morti, crea qualche sorriso di troppo, nello spettatore, ma nel complesso il lungometraggio di Stefano Simone lascia il segno, decretando come, anche in ambito cinematografico, l'Italia abbia ottime risorse non sfruttate nel migliore dei modi. Perché un “Week end tra amici” risente del basso budget a disposizione, purtroppo, pur dimostrando una bravura in grado di superare tale ostacolo. Ci si chiede come mai si prediliga la proiezione di film stranieri favorendo l'esterofilia anche in tale ambito, piuttosto che supportare giovani registi con la stoffa adatta a raggiungere livelli molto più alti dai quali son costretti a partire. Stefano Simone di gavetta ne sta facendo, e ne ha fatta. Nato a Manfredonia nell '86, esordisce alla regia con il cortometraggio “Il delitto di classe” nel 1999, cui seguiranno numerosi altri progetti simili, principalmente orientati verso un contesto horror che, ahimé, poco paga nel nostro paese. Successivamente decide di rendere la sua passione un vero e proprio lavoro, iscrivendosi all'istituto Fellini di Torino, città in cui si trasferisce proprio grazie a questo progetto, conseguendo il diploma di “Operatore della comunicazione visiva”. Da lì in poi la strada comincia a essere in continua salita. Dai cortometraggi passa ai film per il cinema e grande distribuzione, esordendo con “Una vita nel mistero” nel 2010, cui seguirà il lungometraggio “Unfacebook” tratto da un racconto inedito di Gordiano Lupi “Il prete”. “Week end tra amici” è il suo ultimo lavoro, ma è certo che il regista non ha minimamente intenzione di dormire sugli allori, proseguendo in un lavoro instancabile e certosino atto a esprimere in toto il suo talento fin troppo represso dalle dinamiche di falsa meritocrazia che caratterizzano l'Italia, troppo incentrata a dar merito a persone fin troppo spesso sopravvalutate dai media. Distribuito da Running tv International, presto in TV, VOD e in home video, “Week end tra amici” è il lavoro di un ragazzo colmo di talento che scalpita per uscire dall'underground. E secondo me, con la tenacia che dimostra e l'indiscusso talento, ce la farà!  

Regia: Stefano Simone. Scritto da: Francesco Massaccesi. Editing & Colour correction: Stefano Simone. Musiche: Luca Auriemma. Arredamento: Dino D’Andrea. Effetti Cg: Andrea Ricca. Interpreti: Matteo Perillo, Michele Bottalico, Filippo Totaro, Peppe Sfera, Tonino Potito, Nicla Loconsole, Michela Mastroluca, Raffaella Piemontese, Adolfo Renato, Tecla Mione. Origine: Italia. Anno: 2013. Durata: 62’.

mercoledì 26 febbraio 2014

L'Inferno di Rebecca - edizioni Damster - un romanzo mio!




Oggi parlerò dell'Inferno di Rebecca. Non per vana gloria. Non per farmi pubblicità, anche se sarebbe del tutto normale, trattandosi del mio libro, ma perché voglio spiegare il contenuto del romanzo, non lasciando al lettore l'arduo compito di farlo o di comprenderne il significato non facile. Negli ultimi tempi si parla moltissimo della violenza sulle donne, della loro sudditanza di fronte ad aggressori in grado di manipolare e aggirare una mente che, fino all'incontro con lui, era sana e colma, sicuramente, di una gioia di vivere pari a quella degli altri. La violenza, non solo fisica, ma soprattutto quella psicologica, si insinua nella mente della vittima, comincia a logorarne le pareti e a scavare una voragine dalla quale risulta quasi impossibile risalire. La coercizione di un essere che si ritiene inferiore,, perché magari avvinto da un sentimento che dovrebbe essere amore ma, nel più delle volte, si tramuta in una sottomissione totale, reca all'aggressore un potere difficile da scalfire. Il carnefice inizia a sentirsi Dio in casa, tra le pareti, continuando a subissare la propria compagnia con cattiverie gratuite, accentuando un'insicurezza nata proprio dalle sue parole. Nessuno è al riparo da tale giogo, e nonostante si pensi che le vittime designate debbano essere donne deboli, inclini a un comportamento simile, molto spesso con un passato triste, ci si deve ricredere. La realtà è che l'arma del fascino e dell'amore è molto più forte di un carattere, se utilizzato con l'intenzione di brandire e fare male. Rebecca è una persona indubbiamente normale, prima di conoscere Stefano, con la propria vita d'adolescente e le inclinazioni sessuali proprie di una ragazza della sua età. Stefano, invece, si dimostra una persona disturbata, dalla spiccata perversione sessuale, affetto probabilmente da quella che si potrebbe definire satiriasi. La sua curiosità verso l'oscuro lo porterà nelle mani di demoni potenti, in grado di esaudire i suoi desideri sessuali nuocendo gravemente a tutti coloro con i quali verrà in contatto, facendolo sentire onnipotente e sprezzante delle regole. Ma i demoni delle regole le hanno e, nonostante si stia parlando del male puro, atto a soverchiare la coscienza umana a qualsiasi costo, le regole devono essere rispettate, pena la morte. Ma non una morte indolore, priva di sofferenze. Una morte al “Monaco di Lewis”, alla “Doria Gray”, atta a punire insubordinazioni, atta a far comprendere cosa significhi vendere la propria anima in favore della realizzazione del proprio ego. E metaforicamente, la morte è atta a provare come la violenza generi violenza. Perché di questo si parla, nell'Inferno di Rebecca. Di violenza, di squallore, di sesso perverso, di sottomissione. Esistono personaggi positivi? Si, ma come nella realtà di chi vive una violenza, non emerge. Tutto il mondo sembra ignaro alla sua sofferenza. Quale scappatoia, se non rifugiarsi in un mondo fatto di dualismi, dove il proprio doppio è in grado di agire per proprio conto? L'unica via di salvezza sembra la pazzia. Se di pazzia si può parlare. La realtà dell'Inferno è il voler sondare e spiegare come una persona, apparentemente sana e lucida, possa essere soggiogata dalla scaltrezza e furbizia di un'altra, magari dotata semplicemente di una personalità più forte. L'inferno è un intreccio di vite di esperienze, di sensazioni e, in taluni casi, di una normalità sconcertante. Volete scoprire un mondo sotterraneo che, ultimamente miete vittime come mosche? Leggete L'Inferno di Rebecca. Ma non se avete uno stomaco debole. Perché i demoni sanno essere lussuriosi, ma l'essere umano è capace di una fantasia ancora più feroce e lubrica.
Per leggere le prime pagine e acquistarlo tramite tutti gli store, il link:
  

venerdì 14 febbraio 2014

Babe, i'm gonna leave you (a San Valentino un horrorino c'è tutto!)

Da leggere con questa, stupenda, colonna sonora dei Led Zeppelin...




Seduta sulla riva di quella spiaggia incontaminata, Babe si sentiva in pace col mondo. Una mano a stringere, teneramente, quella di Robert, chiuse gli occhi, inspirando a pieni polmoni l'aria calda carica di salsedine. Tutto il suo passato era dimenticato, sfocato, inarrivabile. Contava solo il calore del sole, giunto al termine del suo cammino giornaliero, l'odore del sale e lo stridere degli uccelli sull'acqua. Null'altro. Avvertì l'amore penetrare ogni fibra del suo essere, seduta li, sulla sabbia bianca dell'isola, mentre le carezze del suo uomo indugiavano, timide, alle porte della risolutezza. Gli occhi serrati, Babe desiderò fermare quel frammento di tempo, vivere in eterno il momento perfetto, dimenticando le urla, il buio, il fuoco.
Il fuoco. Quelle lingue suadenti e calde capaci di ardere la sua carne, senza per questo incendiarla. Solo Robert riusciva a farlo. Avvertì lo sguardo languido dell'uomo sulla sua pelle, scaldata dai raggi dell'estate ormai al termine, fremendo del desiderio di essere posseduta, nel suo frammento di tempo statico. Ma non sarebbe accaduto. Aprì gli occhi, la bocca serrata, e si voltò verso il compagno, lo sguardo lucido di lacrime. Il cuore dilaniato dalla consapevolezza, sorrise enigmatica. Qualcosa la stava chiamando, lo avvertiva. Sarebbe tornata a casa, contro il suo volere. A casa. Una lacrima, solcandole il volto accaldato, si andò a incuneare tra le labbra, ora socchiuse, mescolandosi alla saliva. Non sua.
-L'ora è giunta- sembravano sibilare le onde. Ma il mare, che le parlava, le scorreva nelle vene. Era la lava, quella dell'inferno, che la richiamava, mentre Robert, ignaro, continuava ad accarezzarle i capelli, amorevole. Non avrebbe voluto abbandonarlo, e lui lo avrebbe compreso. Se fosse rimasto vivo. Ah, il sole, i suoi raggi calanti, l'estate che, volgendo al termine, richiamava i suoi sensi attenti. Babe socchiuse gli occhi, il sorriso sempre sulle labbra carnose, si voltò di nuovo verso la schiuma infranta sulla riva, ai suoi piedi. Una chitarra in lontananza, il suono struggente dell'arpeggio, mentre le parole del cantante arrivavano chiare, come a voler spiegare la scena di un film muto.
-Devo lasciarti, sai che non vorrei, ma devo farlo. Qualcuno mi sta chiamando. A casa. Non senti?
-Vieni. Ti stiamo aspettando. Ti abbiamo dato il tempo di cui necessitavi. Ora basta. Ora cedi.
Babe, le braccia strette ad avvolgere le ginocchia rigide, cominciò a cedere, in effetti, mentre le parole della sua anima e quelle della canzone si sovrapponevano.
-Babe, devo lasciarti.
Ma non era Robert a dover lasciare lei. Era il contrario. E la donna non lo desiderava. I baci dell'uomo, sul collo caldo e liscio, la fecero rabbrividire, mentre il buio cominciava a sostituire i raggi rossastri del sole. Del suo cuore.
Pietra. Avvertì il battito rallentare, indurirsi, irrigidirsi. Le mani, ora strette convulsamente ai polpacci, si arcuarono, così come la sua schiena, d'improvviso a terra nello spasmo del cedimento. Stavano arrivando, la stavano afferrando per spingerla nella lava, per ucciderla con le loro urla, con i loro ghigno. L'unico pensiero di Babe era di non voler abbandonare Robert. Non voleva far ritorno a casa, ma doveva. Lui la stava chiamando. Lui, il suo Signore.
-Sei mia, hai promesso. Sei mia.
E lei desiderò, ora, non aver annuito alla richiesta del suo Signore. Un patto che la costringeva ad abbandonare il suo Robert, li, mentre l'estate volgeva al termine. Li, sulla spiaggia dalla sabbia bianca, mentre i suoi occhi si rovesciavano, rivelando il grigio delle pupille, la saliva, colante dalle labbra socchiuse, nel sorriso enigmatico di poco prima. Robert urlò, le si avventò addosso. E lei avrebbe voluto gridargli di arretrare, lontano. Doveva lasciarla andare. Tornare a casa. Doveva. L'arpeggio della chitarra crebbe, mutando in una sventagliata di musica potente, mentre le urla dei suoi fratelli si affastellavano al grido di dolore del cantante. E lei, Babe, pianse, nel sorriso, afferrando la gola di Robert, stringendo. Si sarebbero incontrati di nuovo, un giorno, ma doveva tornare a casa. Doveva lasciarlo. Sotto i raggi del sole in tramonto, sulla sabbia bianca, col sangue a fluire dalle dita rigide. Doveva lasciarlo e non avrebbe voluto. Un ringhio, dalla sua bocca, eruppe nel silenzio dell'isola, rotto solo dallo stridere degli uccelli in volo. Robert si accasciò, riverso con il volto al cielo, mentre lei, sorridente, pianse il suo dolore, accanendosi sul corpo del suo amato. Morse la carne dell'uomo, divorandone il collo
-Babe, sto per lasciarti... Non scherzo, devo andare. Tornare a casa.
Lo aveva già lasciato. Nonostante avesse desiderato passeggiare con lui, mano nella mano, oltre quell'estate, oltre i loro corpi, oltre le loro coscienze. Ma il suo Signore le aveva parlato, imponendole comandi scomodi. Col sangue tra i denti, Babe continuò a succhiare avidamente il midollo nelle ossa dell'uomo. Si sarebbero incontrati di nuovo. O forse lo avrebbe semplicemente custodito per sempre dentro di sé, insieme ai suoi fratelli. Fratelli uniti, amorevoli nel loro delirio, pronti a possederla a turno, sempre presenti, eppure discreti quando serviva.
-Babe, sto per lasciarti. Mai, mai, mai, mai ti lascerò...
La donna dilaniò il torace villoso di Robert, arrivando al cuore con le sue unghie affilate. Si chinò, i capelli a solleticare una trachea ormai inesistente, a suggere gli atri scomposti, palpitanti fino a poco prima. Eppure lo aveva avvertito. Gli aveva detto di ascoltarla. Divorò metà del suo cuore, le lacrime a rendere salato il sangue sulla lingua, e pensò di voler passeggiare nei parchi, tutti i giorni, con lui. Lo avrebbe fatto. Perché lui sarebbe tornato a casa con Babe. Robert le sarebbe rimasto attaccato all'anima, donata, ma pur sempre sua.
Pur sempre sua. Nessuno arrivò a porre termine a quello scempio, e il sole calò il sipario sul giorno, mentre l'arpeggio scemava e le urla dei suoi fratelli si acquietavano. Babe si sdraiò accanto al corpo di Robert, ansimante, gli occhi ancora riversi all'interno, a lasciar scoperto solo il grigio, solitamente celato dalle palpebre. Represse i conati di vomito, portando una mano alle labbra, sempre rigida, sempre risoluta. Robert sarebbe rimasto con lei. Durante il viaggio di ritorno. Glielo aveva detto, lo aveva avvertito.

-Devo assolutamente andarmene da questo posto – mormorò, sommessamente, al vento caldo dell'isola. Poi un battito di ciglia, gli occhi dalle iridi verdi al loro posto, in un altro luogo, in un parco. Senza Robert, senza Babe. Era così, quando qualcosa la chiamava. Quando qualcosa la richiamava a casa. E la canzone riprese, l'arpeggio struggente a riportare, sulla carne dilaniata di Robert, il suo senso di abbandono, mentre Babe, lontana, era tornata a casa. Dal suo Signore.

sabato 8 febbraio 2014

Un racconto erotico horror... pubblicarlo? Ma si, fa parte di me!



Proiettato verso l'infinito



A ben guardare, in fondo, non era poi tanto male. Il seno di una terza misura abbondante, le natiche sode e le labbra invitanti. Nel complesso non era da buttar via. Certo, i capelli biondi, poco puliti, e le unghie dallo smalto scrostato non erano certamente invitanti. Ma non odorava di cattivo, questo no. Le si avvicinò, lo sguardo lubrico, il pene duro nei pantaloni. Gli bastava così poco, ormai, per far si che l'eccitazione prendesse pieno potere dei suoi arti inferiori. Avvertì il classico pizzicore all'inguine, mentre il membro continuava a salire verso l'ombelico, sfiorando l'elastico delle mutande strette. Si sedette meglio sul sedile dov'era seduto, accostandosi ancora un poco alla ragazza. L'ondeggiare della metro aiutava il suo pene a distendersi, provocando una sorta di movimento propedeutico all'eccitamento progressivo. Un braccio sulla testiera del sedile di destra, si sporse a odorare la chioma poco fluente della ragazza. Ciò che sentì non era esattamente quel che avrebbe desiderato, d'altronde già il loro aspetto non gli aveva fatto sperare il contrario. Ma non importava. Lo sguardo gli cadde nuovamente sulla scollatura ampia della ragazza, ignara di essere diventata, d'un tratto, preda succulenta. Le cuffie del lettore mp3 alle orecchie, teneva gli occhi chiusi, battendo un piede a terra al ritmo incessante di quello che distinse come un rock duro. Duro, come il suo pene. Sorrise, sfiorando col ginocchio quello di lei. Solo quel contatto gli provocò una scarica di adrenalina pura e immaginò come sarebbe stato affondare le labbra nei seni prosperosi, infilare le dita nell'incavo delle cosce, leccando i capezzoli e risalendo, fino al mento. Si chiese, una mano a massaggiarsi il membro, come sarebbe stato insinuare la sua lingua tra le labbra lisce di lei, ascoltare il pulsare del suo pene nell'umida cavità del suo intimo, affondando una mano tra i capelli, afferrandole la nuca.
La ragazza aprì gli occhi, a controllare la fermata a cui erano giunti, e si accorse dell'estrema vicinanza all'uomo. Visibilmente imbarazzata, cercò di allontanarsi, accostandosi ancor più alla testiera. Erano soli nel vagone e la mano sul membro che ne massaggiava l'interno la spaventò ancor più del pensiero che le era sovvenuto alla mente. Lo osservò, cercando di respirare piano e di muoversi con estrema cautela. Non voleva che si destasse, non voleva attirare ancor di più la sua attenzione. Faceva caldo e i calzoncini che aveva indossato, per recarsi a lavoro, avevano fatto in modo che la pelle delle cosce si attaccasse al sedile. Cercò di alzarsi con estrema lentezza, ma avvertì un estremo dolore nel farlo. Troppo caldo, troppo calore. Timorosa di aver mosso troppa aria, si voltò a osservare il suo vicino. Non era brutto. Non era affatto brutto, e in un'altra circostanza gli avrebbe riservato un lungo sguardo, cercando una maniera per farsi abbordare. Ma non così, non con la sua mano che massaggiava l'evidente eccitamento che lei, o qualsiasi altra cosa, gli avevano procurato. Appoggiò la mano destra sul sedile a fianco e riprovò a muoversi, questa volta con più successo. Quel dannato trenino sembrava proiettato verso la fine del mondo. Non si fermava mai, in nessun posto, come fosse incantato. Avvertì la nausea bruciarle la gola, montandole direttamente dallo stomaco, mentre con orrore notava gli occhi cerulei dell'uomo aprirsi e guardarla. Lei non si era ancora mossa dal suo posto e la mano di lui, abbandonata alla testiera del suo sedile, dondolante al movimento ondulatorio del vagone, incombeva come un rapace sul suo seno. Si osservarono, il respiro di lei trattenuto nei polmoni, quello di lui corto. Un sorriso. La ragazza arrossì, immobile nel panico crescente.
Ora che la guardava la sua eccitazione era ancora più palpabile. Aveva gli occhi verdi. Peccato per i capelli poco curati, d'altronde fuori faceva un gran caldo e la giornata era volta al tramonto. O almeno credette fosse il momento del tramonto. La mano ancora a indugiare sull'inguine, si sentì umido delle poche gocce appena uscite. Le sorrise ancora, mostrando la sua dentatura perfetta. Sapeva di essere piacente, sapeva di potersi permettere qualunque ragazza avesse voluto. Ma possederne una, contro la sua volontà, madida del terrore procurato, era un afrodisiaco al quale non sapeva più rinunciare. Era come spararsi un ago in vena. Una volta provato non si era più in grado di rinunciarvi. Una droga, si, una droga. Sempre guardandola, spostò la sua mano sul seno, stringendo forte la carne tra le dita. La ragazza, colta di sorpresa, emise un gemito. Lui lo interpretò come piacere e la cosa non gli piacque. Si svestì del sorriso, appena indossato, e la afferrò per la vita con il braccio libero. La ragazza iniziò, lentamente, a reagire. Avvertì un pugno debole lanciatogli sulla spalla destra mentre se la portava a cavalcioni sulle cosce. Le afferrò le natiche con entrambi i palmi aperti e spinse l'intimo di lei verso la sua eccitazione pulsante. La ragazza gridò più forte, questa volta. Lui sorrise. Finalmente. Sibilò un invito a tacere, sporgendo le labbra scure in avanti, e la spinse nuovamente contro il suo bacino. La ragazza urlò, graffiandolo in faccia.
Bene. Il terrore, il panico strisciante, il veleno della paura le stava intossicando le vene. Si alzò di scatto, lei in braccio con le cosce ad avvolgerlo, e si gettò in terra, posizionandola sotto il proprio peso. Gemette di dolore.

Bene. Portò una mano all'ampia scollatura e tirò la maglia verso il ventre, scoprendo un seno pieno. Si gettò, famelico, a divorarle il capezzo, succhiando avidamente, mentre con l'altra mano tentava di arginare i movimenti frenetici delle sue braccia, travolte dal panico. Non disgusto, panico irrazionale. Il seno in bocca e il collo della maglia bloccato sotto di esso, utilizzò la mano libera per slacciarsi i pantaloni, lasciando respirare il suo pene, desideroso di avventura. Poi abbassò quelli di lino di lei, non trovando alcuna resistenza. Lei gemeva, mugolava e urlava a tratti, come volesse richiamare l'attenzione di qualcuno. Nessuno, però, l'avrebbe ascoltata. Quel vagone era proiettato verso l'infinito e oltre. Un vagone fantasma, giunto alla fermata giusta nel momento giusto. Secondo i punti di vista, certo. D'un tratto la metro sussultò, cigolando sui binari. La ragazza, suo malgrado, sorrise, esclamando un singhiozzo umido di saliva e lacrime. Incurante, lui la penetrò, continuando a suggere dal suo seno scoperto, emettendo versi gutturali di un'oscenità rivoltante. La ragazza urlò il suo disgusto, nonostante sapesse che la salvezza era vicina, nonostante pregustasse il sangue zampillare dalla pelle lacerata di lui, una volta fatto preda dei pendolari. La metro si fermò, le porte del vagone si aprirono e salirono quattro uomini, tre donne, e cinque adolescenti. Nessuno la guardò, nessuno ne ascoltò le grida, insistenti, di aiuto. Le porte si richiusero, lei gettata a terra mossa dai colpi della violenza incalzanti, mentre gridava il dolore sordo e inascoltato. Lo sentì ridere, lo sentì gemere e avvertì la saliva colarle lungo un fianco. Poi, mentre i colpi di bacino si facevano più violenti e i loro gemiti riempivano lo spazio vuoto, sovrastando il tramestio del mezzo, l'uomo abbandonò il seno e portò la bocca al suo orecchio, mordicchiandole il lobo, viscido di sudore, per sussurrarle “Tesoro, non l'hai ancora capito? Questo vagone è proiettato verso l'infinito, e noi due siamo solo anime affini unite nella morte.” Lei sgranò gli occhi, la certezza di non aver colto la propria fine. Urlò, chiedendo un muto e inutile aiuto ai pendolari, mentre l'uomo le esplodeva dentro e riarmava le proprie forze per ricominciare da capo.