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domenica 4 settembre 2016

Sono solo un ricordo, un romanzo d'amore. Perché i sentimenti non conoscono genere o sesso

Dal blog di Babette legge per voi, C.K.Harp parla del suo romanzo d'esordio nella narrativa lgbt. Perché lo pseudonimo? Perché proprio ora? Cosa cambia, rispetto ai miei romanzi precedenti?




Ci sono storie che nascono in fretta, in un lampo. C’è l’idea, ci si dorme una notte sopra e tac: al mattino successivo tutto è chiaro, in ordine, predisposto. I personaggi parlano e tu, che sei il loro tramite – si dice – scrivi, narri.
Ma non tutte le storie sono così, non tutti i personaggi sono semplici da decifrare e delineare. Ci sono romanzi che impiegano anni per sedimentarsi, per prendere forma e senso. Ci sono romanzi, addirittura, che richiedono un lavoro interiore, un cambio di rotta, una rivoluzione copernicana.
Questo è ciò che è accaduto a me, proprio questo. E sono diventata C. K. Harp pur di dar vita a questo romanzo e a tanti altri che cercavano una chiave diversa da quella che finora ho utilizzato.
“Sono solo un ricordo” è nato quattro anni fa, nella sala della nuova casa da scapolo di mio nonno. Scapolo per forza, mia nonna era già andata via pochi anni prima, lasciandolo distrutto e desideroso di seguirla a breve. E in preda al Parkinson e alla demenza che galoppava neanche fosse un purosangue.
La storia di Ty e Richard non esisteva, allora, così come non esisteva del tutto la mia passione per la letteratura LGBT, ma c’era l’idea. Perché odiavo il fatto di non riconoscere più quella persona che giocava a carte con me sul tavolo dopo pranzo. Odiavo non ritrovare il suo cipiglio burbero. Mi spiazzava il fatto che mi chiedesse di tenergli la mano prima di dormire, o che fossimo io e mia madre ad accudirlo. O mia zia, o il badante… Mi divertiva quando lo sentivo “sbroccare” all’improvviso, lo ammetto, perché era una cosa talmente surreale che guardavo mia madre e non potevo fare a meno di ridacchiare. Si ride, a volte, quando non si riesce a spiegare la realtà…
Come quella volta in cui si girò e chiese a mia madre: “Te ricordi quanno annavamo a cercà l’oro a Villa Gordiani? C’avevo 5 anni e te me tenevi la mano”.
In quel periodo mi chiedevo spesso quanto fosse presente in lui la malattia, quanto invece la lucidità di sapersi infermo. Pensava al suo grande amore? Ripensava ai giorni in cui aveva incontrato mia nonna alla fontanella e aveva sentito “quer friccico ner core”?
L’idea, ripeto, c’era, ma la capacità di svilupparla, farne qualcosa di diverso da un racconto, no. E intanto riflettevo, vivevo, vedevo le parole sfumare e lo sguardo di mio nonno farsi più vacuo. Era la vita, ma era la prima volta che mi soffermavo a chiedermi come operasse fino in fondo.
Poi di Spartaco e Rosa non è rimasto che il ricordo, la forza, l’amore. Soprattutto l’amore, l’uno per l’altra. Per me è sempre stato impossibile pensare a uno senza considerare l’altra. Così continua a essere ancora adesso.
Volevo testimoniare quel sentimento, quel legame che valicava tempo e spazio, ma ero frustrata perché non trovavo la giusta chiave di lettura per interpretare il bisogno che sentivo dentro.
Sono passati anni, il pensiero è rimasto, ma le necessità di scrittura sono mutate, si sono piegate, hanno seguito linee a volte diverse da quelle che volevo. Insomma, sono andata avanti col tarlo che mi rodeva il cervello.
Poi ho scoperto la letteratura LGBT, le grandi storie d’amore tra uomini e tra donne, e in un colpo solo mi si è aperto un mondo. E la trama.
Ma non ero pronta, non ancora. Avevo bisogno di maturare, non potevo improvvisare. In fondo venivo da realtà completamente diverse, dove l’amore era amore, certo, ma stracolmo di cliché che mi andavano stretti e limitavano. Così ho iniziato a scrivere altro, è nato C.K.Harp, ho dato sfogo alla vena thriller che mi aveva sempre pungolata, ho preso una pausa.
Ho preso una pausa: lunga. Sono giunta sulla soglia della grande distribuzione, c’è una R, ora, sul mio curriculum, che non rinnego e che mi ha aperto porte insospettabili, ma… Ma non è quello che voglio. Ovvero, non come lo voglio.
E proprio da questa consapevolezza è nato “Sono solo un ricordo”, hanno preso forma Ty e Richard, si è sviluppata la loro storia, la loro unione.
Ho narrato l’amore, ma anche la vita, le sue complicanze, i suoi risvolti non sempre piacevoli, perché come cantava Mariella “Così è la vita, che ci sospende, con i suoi fili inconfondibili, il suo cuore palpitante, e il nostro sangue che si rapprende”.
La vita non è solo una fiaba rosa in cui immergersi, per quanto risulti bellissimo – anche per me – perdersi a volte in risvolti privi di drammi e pianti. Nella realtà c’è sempre un “ma”, e trovo che l’amore, quello vero, passi per sfide e colpi da sopportare e superare, e che non conosca colori o generi d’appartenenza, solo strade. Strade parallele che ogni tanto, per volere di qualcosa o qualcuno, si raccordano e uniscono.


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domenica 18 ottobre 2015

Da dove vieni? Maccarese... Cioè?

A chi mi chiede perché ho voluto scrivere un romanzo ambientato  Maccarese rispondo: perché non sai dov'è, perché non sai cos'è, perché non sai chi c'è.

Maccarese, fu Vaccarese, piccola cittadina del litorale romano, una delle aziende agricole potenzialmente più forti in Europa e terra di passaggio di numerose famiglie nobiliari, dagli Albertaschi ai Rospigliosi, è un colore, un odore, un sapore diverso da quello che conosci.

Città lavoro creata dal Duce, ma ben più antica del fascio; cugina in bonifica della più famosa Ostia, ancora sospesa tra antico e moderno.

Perché Volevo solo te è ambientato nel 1932 e a Maccarese?

Perché è lì che la mia storia d'amore è nata ed è lì che Flora e Fausto sono venuti a trovarmi, raccontandomi l'incanto di uno sguardo lungo il fiume Arrone...


giovedì 13 marzo 2014

La Stella d'Oro di Barbara Risoli (partecipante al concorso 20 lines big jump)


LA STELLA D'ORO (Zolotaja Zvjezda)

La contessina Maria Frangini si appresta a scendere la grande scalinata della villa a Palmanova, cittadina friulana di proprietà dei nobili genitori. È contenta, felice, radiosa, nel suo ampio e stupendo vestito. Sa che in fondo alla scalinata, ad attenderla, vi è il suo promesso sposo, di cui conosce solo il nome, ma non l'aspetto. Rinaldo. Eppure è ignara che due occhi, neri come l'inferno, la stanno scrutando, valutandone l'acerba bellezza, scorgendone l'effettiva pericolosità dei conturbanti lineamenti, seppur giovani. È ignara, inoltre, dello scoppio violento di una guerra, la Grande guerra, che la strapperà alla sua vita, ai suoi affetti, alle sue convinzioni. E, cosa ancora più impensata e ardita, a Dio, essere supremo che muove le fila di un destino crudele per molti. Sarà proprio la guerra a gettarla nel freddo svizzero, poi in quello russo, forzatamente costretta alla vicinanza e conoscenza di uno stupratore, che stupratore non è e che forse è l'amore, la passione mai conosciuta e solo agognata, solo pensata e intuita, disattesa durante una festa in abiti settecenteschi, ultimo vago ricordo di una felicità effimera e dimenticata.

Nuovo romanzo per Barbara Risoli, nuovo successo per una penna colta, fine, dai tratti delicati e non privi di acume. La Stella d'Oro narra un amore in boccio durante uno dei periodi più brutti dell'umanità, durante una delle rivoluzioni più intense e vissute dal mondo intero. La rivoluzione russa, l'ascesa di Stalin, la caduta dello Zar e l'annientamento, in suolo bolscevico, dello sfarzo e del potere nobile. Ma prima di questo vi è la Grande Guerra, il conflitto mondiale che ha gettato l'Europa in un baratro di morte e distruzione, giungendo ai margini di un abisso che, forse, si raggiungerà pochi anni più tardi. In tutto questo fragili vite vengono a collimare, unendosi, intersecando respiri e sangue, alla ricerca di un'affannata, quanto impensata, rivalsa sul fato avverso, su un Dio inesistente o crudele, sull'ineluttabilità degli eventi, per i quali nulla è scontato e deciso a priori. Le vite di Maria e Fajzra vengono a contatto per caso, in uno scenario apocalittico come lo è stato il periodo del primo novecento, in una cella buia e angusta della piccola cittadina friulana; brevi parole, pochi sguardi fugaci al chiarore di una candela e i loro mondi, costellati di dolori fino a quel momento devastanti, si confondono. Si uniranno, i due, in una corsa verso una finta libertà, alla ricerca di un amore impossibile e inatteso. Pur desiderando la pace, tanto promulgata da Lenin, personaggio emblematico che nel romanzo emerge quasi come un carattere ideato dalla Risoli, tanto è immerso nella narrazione, i due si scontreranno contro l'ottusità dello sfarzo contrapposto alla miseria; verranno a contatto con la povertà di alcuni, improbabile arma sguainata per promulgare l'importanza di ideologie ferree ma disorganizzate e prive di basi per attecchire in un paese dilaniato dall'esautorarsi della possibilità di vita. Maria, da una parte, contessina avvezza al proprio rango, costretta al discernimento e al dolore, convinta nell'ingiustizia ricevuta dal suo Dio tanto venerato e, successivamente, odiato a tal punto da sposare una causa non sua. Dall'altra Fajzra, principe siberiano, spia bolscevica, convinto sostenitore e finanziatore di ideali che scoprirà, poi, propri di un mondo nettamente differente dal suo, profondamente calato in una parte che non gli apparterrà fino in fondo, non nel momento in cui la vita lo renderà partecipe della felicità ancora possibile e prossima alla fine. Questo romanzo è una fucina di storia, emozioni, idee, dubbi esistenziali, fedeltà cieche in personalità, dopotutto, false e ipocrite, come spesso avviene nella storia. La Stella d'Oro getta luce sull'animo umano, facendo emergere quanto l'ottusità dell'esaltazione possa compromettere una mente altrimenti lucida. Ma non solo. Un Dio crudele, forse davvero inesistente, forse semplicemente sordo alle richieste disperate dell'uomo privo di potere, che diventa la meta di un odio impossibile, inutile e cieco, quello di Maria, disposta a dimenticare addirittura le sue origini pur di stanarlo e sconfiggerlo. Ma si può sconfiggere Dio? Chi ne avrebbe giovamento? Possibile che un dolore riesca in una cecità tale? Ma vi è anche l'ateismo, la pura credenza nel fato, nel destino, nelle proprie possibilità che, se utilizzate nel migliore dei modi, riescono a creare la vita così per come la si è desiderata e immaginata. Nella Stella d'Oro, infatti, ci troviamo di fronte al grande scontro secolare della fede, della devozione assoluta contrapposta alla dura realtà che tutto mette in ginocchio, che tutto distrugge e crea. Ma vi sono anche le emozioni, gli amori, i tradimenti propri di ogni epoca, di ogni vita, di ogni coppia. Ogni personaggio reca un difetto, un pregio, una sfaccettatura dell'animo umano probabile, reale. Vi è poi lo stile inconfondibile della Risoli, il suo creare donne forti, coraggiose, possibili esseri indipendenti che, nonostante le possibilità, agognano a essere protette, amate, allontanate dai dolori e dai pericoli incombenti. Così come vi è la presenza di donne fragili, schiave degli eventi, meschine e povere vittime di angherie e soprusi propri di un rango inferiore, ignorante. Ma vi sono anche gli uomini decisamente belli, rudi, forti dall'animo incorruttibile e quasi perfetto, contrapposti ai vili, abietti, deboli e mediocri. Vi è il voluto accostamento della nobiltà alla povertà, quasi a inneggiare a una sorte di connubio tra le due fazioni, possibile e perpetrabile, necessario, forse, per una società retta ed equilibrata. Come nell'Onda scarlatta, nell'Errore di Cronos e nel suo sequel, La grazia del fato, lo stile inconfondibile dell'autrice catapulta il lettore nel vivo del contesto narrato, facendolo palpitare a ogni passo, a ogni sguardo, a ogni singulto, le bombe a deflagrare vicine, il freddo a penetrare le ossa, il dubbio a insinuarsi nelle membra. La qualità massima dell'autrice, infatti, è quella di trasmettere, saperlo fare emozionando e, nel contempo, facendo riflettere insegnando come i menestrelli riuscivano tramite i loro canti. La Stella d'Oro vuole essere, e ci riesce, una supernova capace di incendiare, far luce e rimanere nelle menti. Presente nel concorso, ormai alle sue ultime battute finali, indetto da 20lines, il cui premio finale è la pubblicazione con Rizzoli, La Stella d'Oro merita e deve essere letto, votato, commentato, amato. E, ancora una volta, mi chiedo come mai un'autrice di talento simile non sia ancora presente nel piccolo e ristretto mondo degli autori conosciuti. Meriterebbe molto più e, leggendone, capireste e capirete il perché. PER ACQUISTARLO:

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lunedì 10 marzo 2014

Amori a metà di Antonietta Agostini


Amori a metà


Un'affermata speaker radiofonica della Capitale, una bella famiglia, una stupenda bambina e una casa permeata dell'odore tipico di un'unione stabile. Chiara, una donna come tante, divisa tra lavoro, impegni quotidiani e vita familiare. Chiara... che ama Francesco. Suo marito? No. L'uomo con il quale condivide il tetto, le spese, una vita solo apparentemente appagante, ma in realtà densa di silenzi e priva di abbrivio, non è lo stesso che la donna ama. Perché Francesco è l'altro, è l'amante, il vero papà di Nicole, la sua bambina. Per quanto tempo si può fingere un amore terminato? Per quanto si può riuscire a fuggire da un sentimento, invece, vivo e profondo? Chiara non lo sa, ma capisce che il tempo delle menzogne sta volgendo al termine, e che, prima o poi, la verità necessita di essere rivelata per il bene di tutte le parti coinvolte nella storia. Ho letto questo libro, centellinando ogni pagina affinché potesse trasmettermi le emozioni volute dall'autrice. E ci sono riuscita, tanto da provare, in alcuni momenti, repulsione verso situazioni vissute ed empatia verso sentimenti condivisi. Chiunque, nella propria vita, ha trascorso almeno un giorno pensando di non avere via d'uscita, credendo che l'amore della propria vita fosse rappresentato da colui che rifiutava il cuore donato, la gioia di un futuro pronto vivo e a pochi passi. La forza di questo romanzo, infatti, è proprio il modo che la Agostini ha di proporre la narrazione al lettore, facendo calare quest ultimo in situazioni reali, possibili e dannatamente probabili. Si conosce il dolore di una separazione, si conosce l'essere costretti a un rifiuto che non si vorrebbe, si conosce la sofferenza di non essere compresi, le brutture derivanti dalla solitudine. Un romanzo dall'impatto forte, a volte davvero di difficile fruizione tanta è la pena che sovente si prova davanti a scene che si vorrebbero modificare. Ci si trova a consigliare, mentalmente, alla protagonista varie vie di fuga, invitandola ad accettare o negare determinate situazioni. Si soffre con lei, chiedendosi come mai l'autrice abbia scelto di creare personaggi che l'attorniano completamente incapaci di donarle preziosi e utili consigli. Ci si danno l'anima a fronte di determinate decisioni, reputate molte volte stupide e inaccettabili. Poi, come un'illuminazione, si comprende che, effettivamente, la storia narrata è propria di molte donne, in grado di mettere davanti alla propria felicità l'impossibilità di un amore pur di non inficiare la fiducia propria di quel sentimento, arrivando a ignorare qualsiasi evento mosso dal fato atto a soverchiare una realtà troppo difficoltosa e priva di alcuna felicità. Ed è solo in quel momento che si riesce ad accettare il compromesso finale, la decisione ultima, il susseguirsi di eventi che chiunque vorrebbe modificare, anche perché una sola nota positiva esiste in tutto il romanzo, ed è la bambina, frutto di un amore a senso unico ma capace di donare un universo variopinto di sensazioni differenti, ma belle. Lo ammetto, è stato difficile giungere alla fine del romanzo, ma non per il modo in cui è scritto o per qualche pecca nella narrazione, bensì per l'intensità di alcuni sentimenti comprensibili in pieno solo a chi li ha provati e vissuti davvero. Mi sento di consigliare a chiunque questo romanzo, proprio per la forza delle emozioni che è in grado di suscitare, nonché le riflessioni che ne possono derivare.   

martedì 25 febbraio 2014

In Paradiso di Antonella Aigle


In Paradiso (Damster - Eroxè, dove l'eros si fa parola)


La vera bellezza di frequentare facebook, piattaforme sociali in generale e amazon è il continuo ricercare, scovare e godere di nuovi autori, validi. Utilizzare ciò che la rete mette a disposizione per arricchirsi culturalmente credo sia la cosa migliore che si possa fare, specialmente in un periodo in cui l'italiano è sempre più messo alla berlina in favore di un estremo amore per lo straniero. Perché ti fanno credere che straniero è bello. Che le uniche letture che valga la pena fare siano quelle oltreoceano, o comunque oltre il nostro paese. Poi, invece, capita di imbattersi in romanzi come “In Paradiso” e finalmente uno squarcio arriva a frammentare quel lugubre e grigio panorama letterario fatto solo di sfumature di rosso, viola, grigio, nero... Insomma quello che volete, pur che sia non italiano. Diamine, abbiamo fior fiori di scrittori scalpitanti e in attesa che qualcuno creda in loro e che li legga, e noi ce ne andiamo in giro sfarfallando, magari dicendo anche che qui in Italia non si è in grado di scrivere erotico come all'estero? Allora Antonella Aigle, edita da Damster, che ha scritto un romanzo in grado di farsi leggere in una mezza giornata, non è forse degna di attenzione? Io dico di si. Inizialmente, come al solito, sono andata a leggere le recensioni e i commenti su Amazon, tanto per farmi un'idea. E tra i “superlativo”, solitamente non troppo veritieri, mi sono imbattuta nel “non lo comprate, per carità di Dio”. Inutile dirlo, mi sono incuriosita ancor di più, chiedendomi come si potesse avere pareri tanto contrastanti. Dal momento che qui in Italia vige la moda di voler essere ciò che non si è, quindi: scrittore, recensore, allenatore e qualsivoglia mestiere, magari facendo tutt'altro, ho soprasseduto a tali commenti, decisa a farmi un'idea mia del tutto. All'ora di pranzo mi son messa comoda sul divano e ho iniziato a conoscere Francesca, la protagonista. In pochissimo tempo sono arrivata al cinquanta per cento del romanzo domandandomi circa l'identità di talune persone in grado di definire “In Paradiso” assolutamente da non leggere. Giunta, subito dopo cena, alla fine del romanzo, mi sono chiesta se, per caso e come sempre, non ci fosse lo zampino di qualche autore invidioso dietro ai nick fantasiosi volti a sminuire il lavoro della Aigle. È indubbio il fatto che ci si trovi davanti al romanzo d'esordio di una scrittrice con poca esperienza, lo dimostrano gli errori dovuti alla disattenzione oppure ad alcuni particolari quali tre punti esclamativi consecutivi, il ripetere il nome dell'interlocutore nonostante sia ben chiaro di chi si tratti. Ma, ragazzi, come ho già tenuto a sottolineare in precedenza, un autore è un autore e il suo mestiere è quello di scrivere storie che riescano a coinvolgere, ad emozionare, a trasmettere. E la Aigle tutto ciò lo ha fatto. Leggendo e andando avanti, magari documentandosi, dal punto di vista di qualche particolare in più sulle regole dell'editing, sicuramente perfezionerà ciò che “In Paradiso” è ravvisabile come refuso, ma in quanto a talento nel voler esprimere concetti non ha certo di che giustificarsi con nessuno. Le si è imputato il fatto di descrivere il rapporto anale al secondo giorno di conoscenza con l'uomo dei suoi sogni, nonostante la protagonista non ne avesse mai fatto “uso”. Ragazzi: succede. E neanche così poco spesso. Certo, io avrei ridotto i numerosissimi amplessi, cosa magari non proprio veritiera, ma si tratta di un romanzo, non di vita vera. E ogni uomo, così come ogni donna, sogna notti di interminabile e fantastico sesso, anzicheno! Le si è imputato il fatto di aver parlato della protagonista intenta a bere, e cito testualmente, sperma come fosse cocacola, cosa non solo non vera, dato che l'autrice non ha mai utilizzato neanche lontanamente un espressione volta a pensarlo, ma, comunque, possibile. Vorrei ricordare che i pensieri che possono scattare nella mente di una ragazza come quella descritta nel libro sono molteplici e non per forza confinati in una morale imperante nella società perbenista che vige ai giorni nostri. Su questo punto, oltretutto, avrei molto da dire, dal momento che nessuno ne parla, ma chissà come mai, i romanzi erotici vanno a ruba. È stata altresì mossa l'accusa di ripetere l'espressione “raggiunse l'orgasmo gridando il suo nome” addirittura con il supporto di una cifra. Il commentatore si è messo a leggere il romanzo contando le prole... Queste sono le critiche assolutamente inutili di cui nessuno ha bisogno. Non ci sono molti modi per esprimere determinati concetti, e per quanti se ne possano trovare, si risulterà sempre poco originali. Siamo nel 2014, non nel 1900, e come la musica, molto è stato già scritto e divulgato. La maestria di un autore sta nel creare una storia coinvolgente e narrarla nella maniera più empatica possibile. E la Aigle, questo, lo ha fatto. Leggendo un romanzo erotico io mi aspetto di avvertire un brivido di eccitazione, una sorta di divertimento o di coinvolgimento emotivo. Bene, nel “In Paradiso” non manca nulla di tutto ciò. Non posso che ritenermi soddisfatta della lettura, e posso asserire, senza ombra di dubbio, che attenderò maggio per leggere il secondo romanzo di Antonella, già nella programmazione della Damster edizioni. Spero si giunga, prima o poi, al bando di questa esterofilia dilagante. Gli americani non sono migliori di noi, ragazzi, hanno solo mezzi più potenti per arrivare nelle nostre librerie. Punto. Di seguito lascio il link al romanzo di Antonella Aigle, “In paradiso”, invitandovi al suo acquisto:http://www.amazon.it/In-Paradiso-Damster-Erox%C3%A8-parola-ebook/dp/B00GG2JEX0/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1393244665&sr=1-1&keywords=in+paradiso

lunedì 24 febbraio 2014

Un giorno da favola di Fabiola D'Amico

UN GIORNO DA FAVOLA


Francesca è un dottoressa specializzata in sessuologia. Francesca è una validissima amica, senza la quale Maria sarebbe persa. Francesca è la webmaster di un blog dedicato interamente al mondo romance in chiave austeniano. Soprattutto, Francesca è una donna sola, dedita indefessamente al proprio lavoro, incapace, dopo il suo fallimentare rapporto di cinque anni prima, di provare alcuna fiducia nei riguardi del sesso forte. Preferisce riversare tutta la sete di romanticismo che prova nelle storie che legge accanitamente e nei personaggi maschili dei romanzi, dal temperamento così forte da procurarle un'infatuazione viscerale a ogni incontro. La verità è che Francesca attende il suo principe azzurro, senza che questo, però, sembri destinato a palesarsi nell'immediato futuro. Per lo meno fino a quando, in una mattina da dimenticare, Christian entra, assieme a un torrente di pioggia scrosciante, nella sua vita. A impadronirsi dei suoi sensi, del suo cuore, della sua anima, se possibile. Da quel momento in avanti, sarà una storia d'amore in piena regola, in perfetto stile “giorno da favola”. Ed è proprio da questo titolo che parto per raccontare di un'autrice scoperta per caso, Fabiola D'Amico, DEGNA di essere chiamata scrittrice, nonostante la ritrosia che lei stessa dimostri nel fregiarsi di tale titolo. Con una rapida ricerca nel web, si scoprono tantissime cose, sul conto di una persona, primo fra tutte le pubblicazioni a cui ha dato seguito nella proprio carriera. Bene, la D'Amico sa il fatto suo. Perché è un'autrice di romance, ma lo è anche, e in maniera brillante, di genere erotico. Oltre a questo piacevolissimo romanzo, ho avuto occasione di leggere anche “La compagnia delle orchidee”, romanzo breve edito dalla Damster edizioni, in cui riesce a dar sfoggio della sua penna sagace, ironica e davvero talentuosa. C'è una cosa da puntualizzare, a chi vorrebbe obiettare errori di distrazione,  presenti in “Un giorno da favola” specialmente (semplicemente perché autopubblicato): un autore non è un l'addetto all'editing. Nella concezione comune e moderna, data la crisi del mercato dell'editoria, si è stati portati a credere che l'autore sia anche la persona con l'obbligo di smussare gli errori, la forma o, molto più volgarmente detto “correttore di bozze”. Bene, non è così. Che bisogni mettere cura nel proprio lavoro, cercando di svolgerlo nel migliore dei modi è un dato lapalissiano, sul quale nessuno si permette di obiettare, ma l'autore è una cosa, l'editore è un'altra. E solitamente, anche se in maniera fiacca, il correttore di bozze viene pagato per il proprio servizio dalla casa editrice. Come si suol dire, a ognuno toccherebbe svolgere il proprio lavoro. Ed è per questo motivo che, pur rimarcando il fatto oggettivo della presenza di alcuni errori (peraltro marginali e non attinenti a una qualche ignoranza dell'autrice, ma semplicemente, forse, a una fretta nel voler divulgare il proprio lavoro agli altri) mi trovo a considerare semplicemente la storia narrata. Storia che ho trovato gradevolissima, simpatica, con personaggi descritti in maniera acuta, in grado di trasmettere emozioni di affetto, ironia, simpatia, rabbia. E quando un autore riesce in tutto ciò, perdonatemi, ma io lo chiamo autore. La D'Amico è riuscita a farmi leggere il suo romanzo in una serata, e non è cosa da poco. Come sempre sono estremamente sincera. Ho ignorato libri lasciati a metà e contattato i vari autori spiegando il perché avessi agito in una maniera simile. Con Fabiola D'Amico non ne ho avuto minimamente bisogno: il libro m'è piaciuto. Una revisione ulteriore e il suo romanzo potrebbe benissimo essere presentato a case editrici valide, anziché essere confinato all'autopubblicazione (e chiamiamola in italiano, per favore, dato che viviamo in questo paese!) Unica nota che devo assolutamente porre a margine è la moda, che ho riscontrato ultimamente, di inserire i titoli dei propri romanzi nei propri libri, facendo leggere ai protagonisti le pubblicazioni passate dell'autore stesso. Sono già tre volte, nel termine di un mese, che leggo di questa usanza in vari autori e non mi piace. Perdonatemi, ma a me non piace proprio. Discorso, forse, prettamente soggettivo, ma ripeto: dico ciò che penso. Tolto questo dettaglio, comunque, che rimane fine a sé stesso e che non pregiudica la lettura di “Un giorno da favola”, consiglio la ricerca dell'autrice in rete. Leggete i suoi lavori e scoprirete un mondo nuovo, credetemi. La simpatia e la maniera brillante di scrivere di questa autrice vi lascerà soddisfatti. Purtroppo ho letto recensioni, inerenti a questo romanzo, assurde. Mi chiedo se le persone, in Italia, comprendano davvero il senso di ciò che leggono e soprattutto di ciò che dicono. Vi lascio il link, come di consueto:

giovedì 20 febbraio 2014

La guardia del corpo di Letizia Draghi


La guardia del corpo: 8 (Senza sfumature)


Dopo la parentesi fallimentare con Daniele Martini, Alessia torna a essere la semplice segretaria nello studio della “rapace” Ornella. È disincantata, scottata da un rapporto, quello con l'ideatore della Sala delle Punizioni, che l'ha toccata nel vivo, creandole ancora più insicurezze di quante non ne avesse prima. Ma una cosa buona, da tutta quella storia, ne è uscita fuori: l'assegno da duecentomila euro che l'uomo le ha elargito a seguito del suo coinvolgimento alla realizzazione della sala sadomaso. Forte di quei soldi, finalmente la nostra eroina avrà la possibilità di andarsene via da casa, da una madre egoista, dal suo compagno dispotico e da tre fratellastri tutt'altro che mansueti e dolci. Ma un terremoto arriva a scombinare i suoi piani. E non si tratta di un terremoto emotivo, bensì di uno vero, reale. Non posso andare oltre, come sempre, altrimenti svelerei troppo, ma io adoro Letizia Draghi. Il modo che ha di scrivere è talmente scherzoso e colloquiale da rendere la sua Alessia un'amica ideale, la classica persona che si desidera incontrare e di cui si vuole sapere tutto. La guardia del corpo, personaggio che entrerà in scena quasi da subito, è il classico sogno di ogni donna. Uno straniero, palestrato e mastodontico, in grado di proteggere, adulare e amare la propria compagna. Bello da togliere il fiato, Sergey salva Alessia non solo da uno scippo, ma anche da sé stessa e dalla vita infelice a cui è costretta. Ne rapisce il cuore, i sensi, introducendola in un mondo differente, atto soprattutto a valorizzare le sue potenzialità, invece di abbrutirle. Sergey desidera far scoprire ad Alessia che anche lei, come ogni donna, è una potenziale farfalla pronta a spiccare il volo distendendo le proprie, bellissime, ali. Sarà proprio lui, infatti, a farle capire cosa significa osare credendo nelle proprie potenzialità e possibilità. E lo farà nella maniera più sensuale e sessuale possibile. Le scene erotiche, come nella Sala delle punizioni, sono divertenti, accarezzate in modo deciso ma mai volgare, atte a evidenziare un'eccitazione latente sempre in bilico tra il fare l'amore e il sesso selvaggio. Alessia è un portento, simpatica e delicata, grazie anche alla sua insicurezza che abbandona, via via, facendo spazio alla donna che è in lei e che preme per fuoriuscire. In più le parole utilizzate da Sergey, durante la seduzione, lo rendono quanto di più desiderabile esista... Insomma, ho già acquistato Body Sushi, il capitolo successivo della Draghi, ma non potevo esimermi dal leggere “La guardia del corpo” e non potete farlo neanche voi! Quindi, bando agli sprechi e avanti con gli acquisti intelligenti, perché la Letizia li merita tutti, come tutte le autrici della collana “senza sfumature”! Di seguito link, ragazzi!

venerdì 14 febbraio 2014

Babe, i'm gonna leave you (a San Valentino un horrorino c'è tutto!)

Da leggere con questa, stupenda, colonna sonora dei Led Zeppelin...




Seduta sulla riva di quella spiaggia incontaminata, Babe si sentiva in pace col mondo. Una mano a stringere, teneramente, quella di Robert, chiuse gli occhi, inspirando a pieni polmoni l'aria calda carica di salsedine. Tutto il suo passato era dimenticato, sfocato, inarrivabile. Contava solo il calore del sole, giunto al termine del suo cammino giornaliero, l'odore del sale e lo stridere degli uccelli sull'acqua. Null'altro. Avvertì l'amore penetrare ogni fibra del suo essere, seduta li, sulla sabbia bianca dell'isola, mentre le carezze del suo uomo indugiavano, timide, alle porte della risolutezza. Gli occhi serrati, Babe desiderò fermare quel frammento di tempo, vivere in eterno il momento perfetto, dimenticando le urla, il buio, il fuoco.
Il fuoco. Quelle lingue suadenti e calde capaci di ardere la sua carne, senza per questo incendiarla. Solo Robert riusciva a farlo. Avvertì lo sguardo languido dell'uomo sulla sua pelle, scaldata dai raggi dell'estate ormai al termine, fremendo del desiderio di essere posseduta, nel suo frammento di tempo statico. Ma non sarebbe accaduto. Aprì gli occhi, la bocca serrata, e si voltò verso il compagno, lo sguardo lucido di lacrime. Il cuore dilaniato dalla consapevolezza, sorrise enigmatica. Qualcosa la stava chiamando, lo avvertiva. Sarebbe tornata a casa, contro il suo volere. A casa. Una lacrima, solcandole il volto accaldato, si andò a incuneare tra le labbra, ora socchiuse, mescolandosi alla saliva. Non sua.
-L'ora è giunta- sembravano sibilare le onde. Ma il mare, che le parlava, le scorreva nelle vene. Era la lava, quella dell'inferno, che la richiamava, mentre Robert, ignaro, continuava ad accarezzarle i capelli, amorevole. Non avrebbe voluto abbandonarlo, e lui lo avrebbe compreso. Se fosse rimasto vivo. Ah, il sole, i suoi raggi calanti, l'estate che, volgendo al termine, richiamava i suoi sensi attenti. Babe socchiuse gli occhi, il sorriso sempre sulle labbra carnose, si voltò di nuovo verso la schiuma infranta sulla riva, ai suoi piedi. Una chitarra in lontananza, il suono struggente dell'arpeggio, mentre le parole del cantante arrivavano chiare, come a voler spiegare la scena di un film muto.
-Devo lasciarti, sai che non vorrei, ma devo farlo. Qualcuno mi sta chiamando. A casa. Non senti?
-Vieni. Ti stiamo aspettando. Ti abbiamo dato il tempo di cui necessitavi. Ora basta. Ora cedi.
Babe, le braccia strette ad avvolgere le ginocchia rigide, cominciò a cedere, in effetti, mentre le parole della sua anima e quelle della canzone si sovrapponevano.
-Babe, devo lasciarti.
Ma non era Robert a dover lasciare lei. Era il contrario. E la donna non lo desiderava. I baci dell'uomo, sul collo caldo e liscio, la fecero rabbrividire, mentre il buio cominciava a sostituire i raggi rossastri del sole. Del suo cuore.
Pietra. Avvertì il battito rallentare, indurirsi, irrigidirsi. Le mani, ora strette convulsamente ai polpacci, si arcuarono, così come la sua schiena, d'improvviso a terra nello spasmo del cedimento. Stavano arrivando, la stavano afferrando per spingerla nella lava, per ucciderla con le loro urla, con i loro ghigno. L'unico pensiero di Babe era di non voler abbandonare Robert. Non voleva far ritorno a casa, ma doveva. Lui la stava chiamando. Lui, il suo Signore.
-Sei mia, hai promesso. Sei mia.
E lei desiderò, ora, non aver annuito alla richiesta del suo Signore. Un patto che la costringeva ad abbandonare il suo Robert, li, mentre l'estate volgeva al termine. Li, sulla spiaggia dalla sabbia bianca, mentre i suoi occhi si rovesciavano, rivelando il grigio delle pupille, la saliva, colante dalle labbra socchiuse, nel sorriso enigmatico di poco prima. Robert urlò, le si avventò addosso. E lei avrebbe voluto gridargli di arretrare, lontano. Doveva lasciarla andare. Tornare a casa. Doveva. L'arpeggio della chitarra crebbe, mutando in una sventagliata di musica potente, mentre le urla dei suoi fratelli si affastellavano al grido di dolore del cantante. E lei, Babe, pianse, nel sorriso, afferrando la gola di Robert, stringendo. Si sarebbero incontrati di nuovo, un giorno, ma doveva tornare a casa. Doveva lasciarlo. Sotto i raggi del sole in tramonto, sulla sabbia bianca, col sangue a fluire dalle dita rigide. Doveva lasciarlo e non avrebbe voluto. Un ringhio, dalla sua bocca, eruppe nel silenzio dell'isola, rotto solo dallo stridere degli uccelli in volo. Robert si accasciò, riverso con il volto al cielo, mentre lei, sorridente, pianse il suo dolore, accanendosi sul corpo del suo amato. Morse la carne dell'uomo, divorandone il collo
-Babe, sto per lasciarti... Non scherzo, devo andare. Tornare a casa.
Lo aveva già lasciato. Nonostante avesse desiderato passeggiare con lui, mano nella mano, oltre quell'estate, oltre i loro corpi, oltre le loro coscienze. Ma il suo Signore le aveva parlato, imponendole comandi scomodi. Col sangue tra i denti, Babe continuò a succhiare avidamente il midollo nelle ossa dell'uomo. Si sarebbero incontrati di nuovo. O forse lo avrebbe semplicemente custodito per sempre dentro di sé, insieme ai suoi fratelli. Fratelli uniti, amorevoli nel loro delirio, pronti a possederla a turno, sempre presenti, eppure discreti quando serviva.
-Babe, sto per lasciarti. Mai, mai, mai, mai ti lascerò...
La donna dilaniò il torace villoso di Robert, arrivando al cuore con le sue unghie affilate. Si chinò, i capelli a solleticare una trachea ormai inesistente, a suggere gli atri scomposti, palpitanti fino a poco prima. Eppure lo aveva avvertito. Gli aveva detto di ascoltarla. Divorò metà del suo cuore, le lacrime a rendere salato il sangue sulla lingua, e pensò di voler passeggiare nei parchi, tutti i giorni, con lui. Lo avrebbe fatto. Perché lui sarebbe tornato a casa con Babe. Robert le sarebbe rimasto attaccato all'anima, donata, ma pur sempre sua.
Pur sempre sua. Nessuno arrivò a porre termine a quello scempio, e il sole calò il sipario sul giorno, mentre l'arpeggio scemava e le urla dei suoi fratelli si acquietavano. Babe si sdraiò accanto al corpo di Robert, ansimante, gli occhi ancora riversi all'interno, a lasciar scoperto solo il grigio, solitamente celato dalle palpebre. Represse i conati di vomito, portando una mano alle labbra, sempre rigida, sempre risoluta. Robert sarebbe rimasto con lei. Durante il viaggio di ritorno. Glielo aveva detto, lo aveva avvertito.

-Devo assolutamente andarmene da questo posto – mormorò, sommessamente, al vento caldo dell'isola. Poi un battito di ciglia, gli occhi dalle iridi verdi al loro posto, in un altro luogo, in un parco. Senza Robert, senza Babe. Era così, quando qualcosa la chiamava. Quando qualcosa la richiamava a casa. E la canzone riprese, l'arpeggio struggente a riportare, sulla carne dilaniata di Robert, il suo senso di abbandono, mentre Babe, lontana, era tornata a casa. Dal suo Signore.

giovedì 13 febbraio 2014

Il gioco dei ricordi di Laura Bellini


Il gioco dei ricordi



Ayleen, Gabriel e Nathan. Tre individui, differenti tra loro, uniti da un legame lungo secoli. L'amore. Un amore viscerale, costituito da regole, scelte, dolori, decisioni pesanti e gioia. Si, perché l'amore, anche tra essere differenti tra loro, è tutto questo. Ayleen lo scopre, a sue spese, donando tutto di sé stessa affinché la scelta a cui è chiamata sia giusta, corretta, totalizzante. Perché Gabriel e Nathan non sono umani, ma angeli. E che angeli! Il bene e il male, la gioia e il dolore, la vita e la morte. Un dualismo perfetto, due facce di un'unica moneta, imprescindibile e indivisibile. Forse... Appare impossibile, alla ragazza, decidere chi, dei due, sia l'unico uomo in grado di rubarle, definitivamente, il cuore. Se da una parte vi è lo stupendo Gabriel, i tratti divini, la dolcezza personificata, l'angelo divenuto quasi uomo, per lei, dall'altra vi è Nathan. E Nathan è... tutto. La scelta sembra semplice, dannatamente facile, ma ad Ayleen non basta. Perché il cuore si accende alla vista di entrambi. Come scegliere? Sarà sufficiente vagare per i secoli che hanno visto l'amore tra i tre vivere e soccombere? Sarà abbastanza conoscere le storie e gli intrighi che hanno caratterizzate le loro vite passate, pregne e dense di un'amore vincolato a regole divine ferree e frustranti? Oppure Ayleen sarà costretta a rinunciare a entrambi gli angeli in favore di una libertà agognata e mai ottenuta, da un sentimento totalizzante ma, nel contempo, vincolante alla sofferenza? Laura Bellini inizia con questi presupposti un romanzo che ha tutta l'aria di risultare un mix di generi concatenati tra loro. Mai banale, ma a volte (molte poche, ve lo dico!) poco originale, “Il gioco dei ricordi” è un'opera di indubbio impatto emotivo, dai forti connotati fantasy con un pizzico di reale che non guasta. Denotando una spiccata saggezza in ambito storico, la Bellini guida il lettore alla riscoperta di molti avvenimenti che, nei secoli, hanno fatto della società il grande mondo che noi tutti viviamo. D'improvviso, infatti, ci si trova catapultati nella Roma dei cesari, con gli intrighi che hanno denotato l'era imperiale e gli sfarzi proprio di una cultura abituata a vincere su ogni popolo. Poi, sempre seguendo un filo logico, che è quello della ricerca di un'amore che prevarica il tempo e lo spazio, si giunge a bordo del Titanic, in procinto di affondare; poi, ancora, si vive ai tempi di Cavallo Pazzo, e, ulteriormente, nella Romania di Vlad... Insomma, di ogni epoca, la Bellini dimostra la sua cultura, la saggezza del saper narrare, la voglia di condividere, con il lettore, la propria sapienza. E la morale è che si rimane talmente incuriositi, da tali mondi, tanto da riprendere il libro di storia e approfondire taluni argomenti. Sorvolando su questo punto, ci sono anche altri particolari a suggerire la lettura del “Gioco dei ricordi”: la passione con la quale si vive l'amore narrato, le situazioni mai scontate, che ribaltano in un momento ogni certezza. Morte, dolore, omicidio. C'è tutto. E in tutto questo tutto, emerge vittorioso il personaggio di quello che dovrebbe essere il cattivo, che poi tanto cattivo non è per nulla. Nathan, l'uomo che chiunque vorrebbe accanto. Un cavalier servente pronto a sacrificare il proprio futuro in funzione dell'unico amore della sua esistenza... Ovviamente, come in ogni buona storia di un autore emergente, i difetti sono riscontrabili, ma in maniera decisamente inferiore all'impatto emotivo che riesce a donare Laura al suo lettore. Leggerlo? Si, assolutamente. E vi assicuro una cosa... Il finale a sorpresa merita la lettura di tutto il romanzo, senza dubbio alcuno. Non sono persona facile da accontentare, io, e la Bellini credo se ne sia accorta dai miei commenti precedenti, ma posso assicurare a voi che “Il gioco dei ricordi” edito da Butterfly Edizioni, merita di essere acquistato. Di seguito, obviously, il link all'acquisto.

martedì 11 febbraio 2014

Incontri protetti di Emiliana De Vico

Vi chiederete come mai, tutto a un tratto, ho iniziato a postare recensioni a gogò... Beh, ragazzi, tra i libri acquistati e i racconti della Delos, non faccio altro che leggere cose da consigliare!
Incontri protetti: 5 (Senza sfumature)
Vivienne è oppressa dal suo lavoro. Un lavoro duro, che ama, ma che le arreca anche tanta sofferenza. In qualità di assistente sociale la donna è a contatto, costantemente, con la sofferenza di tantissimi bambini e dei loro genitori, scossi da situazioni raramente di semplice risoluzione. È proprio durante un caso simile che Vivienne entra in contatto con il signor Cambi. Alexander Cambi. Un uomo trentenne, dal passato celato in uno sguardo nero come la notte. Un uomo tremendamente sexy. E sarà passione, sarà travolgente trasgressione. Le scene erotiche, di amplessi carichi di pathos, si susseguiranno in un crescendo di aspettative, nel lettore, senza mai disattenderle. Ecco, “Incontri protetti” inizia con i presupposti giusti e sacrosanti di un racconto esplosivo, denso di erotismo e ricco dei colpi di scena che tanto il lettore ama nelle storie romance. L'autrice, Emiliana De Vico, dimostra a tutti cosa significa scrivere e saper trasmettere, al prossimo, emozioni sognate e fantasie agognate. Chi non ha mai, anche solo per un momento, sognato di fare del sano sesso all'aperto? Chi, tra le donne, non ha mai agognato all'uomo capace di essere dominatore e preda, nel contempo, di un amore capace di travolgere e guidare? L'autrice è riuscita a coinvolgermi, proiettarmi nel pieno del caso trattato, odiando anche, a volte, alcuni dei suoi personaggi scomodi. Nel momento in cui si è in grado di stimolare emozioni, nel lettore, si è conquistato il potere su di lui. Ed Emiliana ci riesce, tranquillamente, con il suo linguaggio mai volgare, il suo stile che denota gusto e classe, una sapienza della psicologia, complice anche il suo lavoro primario che si evince dalla biografia, in grado di trasmettere l'empatia necessaria ad affezionarsi ai suoi personaggi. Personaggi caratterizzati, seppur in poche righe, in maniera sapiente e puntuale. Non posso che consigliare questo racconto a chiunque, segnalandolo nel blog e promulgando, ancora una volta, una collana che riesce, puntata dopo puntata, a raccogliere consensi grazie ad autrici sempre nuove e fresche. La Delos non sbaglia, la Liubicich men che meno, nel selezionare le storie da presentare al pubblico, e le autrici non disattendono le aspettative. Come Emiliana De Vico, e il suo “Incontri protetti”. Di seguito, come di consueto, lascio il link all'acquisto, invitandovi alla sua lettura. Alla prossima!