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venerdì 8 aprile 2016

Volevo essere Sailor Moon!

Dite che la D'Ascani si è impazzita? Delirio da troppi fumetti? Forse...
Il fatto è che sono pronta per presentarvi il mio piccolo ultimo nato di casa Rizzoli.
Per la collana only digital You Feel esce il 14 Aprile (ma è già in pre order su amazon)
You Feel - Mood ironico
Volevo essere Sailor Moon, romanzo d'amore mood ironico. Non poteva essere altrimenti, d'altronde...
Dunque, di seguito vi lascio la sinossi e la copertina megagalattica! Sarà che io me ne sono innamorata subito... Aspetto le vostre prime impressioni e... anche i commenti post lettura, obviously!


Perché a volte per trovare il principe azzurro servono i poteri magici!

Bea sarebbe una ragazza solare. Ma lavora per i quattro malvagi delle tenebre, è fidanzata da anni con Emiliano, ha una vita grigia e piatta quanto può esserlo un pollo ai ferri, e la sua amica Daniela non perde occasione di rimarcarlo. Però a Bea basta parlare al telefono con Simone, il nuovo collega della sede di Rimini, perché il suo cuore batta impazzito. Il Tuxedo Mask romagnolo, con la voce roca e il temperamento esplosivo, sembra uscito direttamente da un sogno, e quando finalmente Bea lo incontra dal vivo è magia. Non importa che gli occhi di Simone non siano azzurri come quelli del bel Cavaliere della Luna… Bea ne subisce il fascino come fosse Sailor Moon: tredicenne, imbranata, innamorata. Ma la vita reale è lì che incalza, con le figuracce sul lavoro, il fidanzato sbiadito, la canasta a Natale, e un’amica che nasconde qualcosa di grosso… eppure forse è proprio in un momento così che bisogna trovare il coraggio di fidarsi di un cavaliere misterioso. E liberare la guerriera impacciata ma grintosa che si nasconde dietro alla maschera dell’impiegata seria e posata.
Dall'autrice di “L’istinto di una donna” e “Splendido come il sole di Tulum”, una commedia brillante e audace, magica e appassionata, e sorprendentemente divertente. Com’è l’amore quando è quello vero.


                       


"
D’un tratto sentì una macchina inchiodare e fare retromarcia in maniera folle. Si voltò e per poco quella non la investì. Saltò quasi oltre il guardrail e strabuzzò gli occhi. Se nella macchina c’era qualcuno intenzionato ad aiutarla, non stava facendo un ottimo lavoro. Deglutì, improvvisamente spaventata. E se si fosse trattato di un serial killer? Si portò una mano alla bocca, il cuore a tremila.
            «Ma sei normale? Dov’è che vai in mezzo alla strada? Hai deciso che vuoi morire proprio oggi?» la apostrofò una voce fin troppo familiare. Il cuore le fece una capriola in petto, ma ignorò quel salto da acrobata e si inviperì.
            «E tu hai deciso di finire il lavoro che non ho portato ancora a termine? Cos’è, volevi mettermi sotto, per caso?» gli urlò contro, rossa in volto.
            «Mi è scappato il volante» tentennò Simone. «Ti ho vista all’ultimo momento e ho inchiodato. In ogni caso, che stai facendo?» tornò a chiederle riacquistando il suo cipiglio battagliero. Bea dovette ammettere che non lo ricordava così bello. Lo vide accostare, scendere dall’auto e fare il giro per andarle incontro. Era vestito tutto di scuro, fatta eccezione per una sciarpa, che sembrava meravigliosamente calda e morbida, grigio chiaro. Un modello, se non fosse stato per l’altezza non proprio statuaria."


lunedì 15 dicembre 2014

Mora Selvatica di Elisabetta Motta


Mora selvatica (Youfeel)

Chiunque abbia mai raccolto more è cosciente delle insidie celate tra i rovi. Come un muro posto a difesa del proprio castello, infatti, le spine proteggono i frutti dagli attacchi esterni, consentendo loro di crescere, maturare, divenire polposi e succosi come natura impone. Una volta superato il dolore della puntura, però, si ha libero accesso al raggiungimento della propria golosità ed è in quel momento che il sapore pieno e carnale invade i sensi, esplodendo nella bocca in un tripudio di paradisiache sensazioni che ripagano della fatica appena compiuta. Marco Ravelli è ben cosciente del fatto che il suo percorso, nel tentativo di dimenticare Lori e quindi approdare al dolce frutto che è la pace da un amore concluso, ma non ancora per il suo cuore, è lungo e appena iniziato. Abbandonato da una moglie capricciosa, impulsiva e quasi priva di sensibilità alcuna, Marco non riesce più a tornare a Porto Cervo, teatro del loro rapporto, ed è intenzionato a vendere la splendida tenuta che acquistò per lei anni prima, forte di un magone troppo pressante che non consente neanche di riuscire a respirare senza difficoltà. D'accordo con l'agente immobiliare che gliela vendette all'epoca, quindi, l'uomo si reca sul posto a incontrare l'acquirente. Un'acquirente spietatamente femminile, dai lunghi capelli neri e gli occhi verdi, conturbanti, ammalianti. Ecco che, senza neanche rendersene conto, il passaggio nel rovo del suo percorso verso una libertà psicologica dalla nostalgia amorosa si districa, come per incanto, lasciando intravedere forse la più bella mora selvatica a cui i suoi occhi potranno mai accedere. E sarà l'amore rinnovato, forse addirittura quello vero.

Elisabetta Motta confeziona per noi un romanzo che è un piccolo frutto in questione di stile, scrittura e tradizione. Forte della sua lunga esperienza nel campo del romance, infatti, la Motta descrive magistralmente ciò che una lettrice accanita di questo genere cerca spasmodica in ogni libro. I canoni qui vengono rispettati tutti, senza alcuna esclusione, e l'incanto della favola è assicurato. Marco Ravelli è un facoltoso imprenditore, a cui i soldi non mancano di certo, proprietario di una tenuta in quella che è forse la più bella città marittima d'Italia, Porto Cervo. Giulia Boschi è una donna splendida, vedova da pochissimo, con una disponibilità elevata di denaro che le consente di approdare alla villa messa in vendita dall'imprenditore. Entrambi hanno sofferto ed entrambi celano un dolore ben chiuso nell'armadio, come il più classico degli scheletri ai quali difficilmente è consentito di essere palesati a cuor leggero. La voglia di amore, in Mora Selvatica, e l'inno alla speranza divampano in un rogo caldo e sensuale, proprio dello stile che la Motta adotta per descrivere gli avvenimenti. Non vi è mai vera tristezza, nonostante i temi profondi che vengono toccati, e tutto viene trattato con estrema delicatezza e classe. Il profondo dolore di perdere una gravidanza viene toccato, ma mai approfondito in maniera da appesantire la trama, rendendo morboso un discorso che devierebbe l'attenzione dal quadro principale che è la storia d'amore. D'amore questo libro parla, senza dar spazio al dolore e fornirgli l'occasione di avere appigli al quale aggrapparsi per radicare le proprie radici. La vedovanza, la fine di un rapporto forse costruito su basi sbagliate, la perdita di un futuro quasi prestabilito e la destabilizzazione di punti fermi che una persona, giunta a un determinato momento, sente di dover stabilire, non riescono a intaccare la speranza di fondo che la Motta sottolinea in ogni momento: la felicità è possibile, sempre. Il karma ripaga e non esistono maledizioni, persecuzioni divine o altro, nella vita, se non la voglia di amore e il grido tacito del proprio cuore. Interessante il fatto che il personaggio negativo, che nonostante la dipartita finale sempre tale rimane per egoismo e noncuranza, sia una donna di una cultura differente da quella italiana, come se la Motta prendesse decisamente le distanze dalle donne che abbandonano il focolare domestico per mero capriccio. Non si tratta di patriottismo, ma semplicemente di distanza psicologica, un modo di pensare così lontano dal proprio. Si evince come per l'autrice l'importanza dei valori tradizionali sia alla base di un sano rapporto familiare e nessuno saprebbe o vorrebbe darle torto. Non ci sarebbero le basi per farlo, in ogni caso. Una favola, la sua, che aiuta a distendersi, a rilassarsi, ma a sperare nella bontà d'animo del prossimo, senza riserve alcune. Belle persone a questo mondo esistono ancora, bisogno solo aprire gli occhi e prestare attenzione. O semplicemente leggere oltre le apparenze.

giovedì 11 dicembre 2014

Prime Catastrofiche Impressioni di Cinzia Giorgio (You Feel)


Prime catastrofiche impressioni (Youfeel)
Dio, di nuovo! Isabella li vede ovunque, in ogni dove e in ogni situazione, anche la più incresciosa. Al bagno, a letto col ragazzo, davanti a una coppa di gelato o nel bel mezzo di una discussione. Elizabeth, Mr Darcy e companatico fanno capolino nei momenti più impensati, dispensando consigli su questo o quello, senza farsi il minimo scrupolo. Eppure dovrebbero saperlo che bisognerebbe chiedere il permesso prima di interrompere questo o quel discorso. Cavoli, ma sono visioni! Possibile che siano così... invasive? Che Isabella sia davvero pazza? Si parla di sindrome di Stoccolma, ma qui la faccenda è seria. Specialmente perché il suo incontro fortuito con Mr Darren somiglia in maniera raccapricciante a quello tra Liz e Darcy nel famoso libro della Austen. E se non fosse poi così un male? Il loro rapporto, di incontri e scontri, sembra mettere per la prima volta d'accordo tutti i personaggi austeniani in un convivio di “Dài, dài, che stavolta è quello giusto”. Giusto? Può Fabio Darren essere l'uomo del futuro? Isabella è titubante, specialmente dopo aver origliato i commenti al vetriolo di quella vipera di Carolina. Sospetta che la vamp abbia un flirt con il bel tenebroso... E se così non fosse?

Cinzia Giorgio confeziona il primo di quello che ha promesso essere una serie ispirata alla scrittrice romance per eccellenza. Jane Austen è una certezza, perché i temi affrontati nei suoi capolavori sono sempre attuali, perfettamente azzeccati in ogni tempo e luogo. E lo sa bene la Giorgio che ci costruisce attorno un romanzo intero, riuscendo alla perfezione a rendere omaggio e a divertire, nel contempo. Non ci si annoia mai, sorvolando pagine e pagine di fine e delicata ironia, pur con qualche inflessione verso il dramma che non danneggia, ma che anzi esalta una scrittura davvero godibile. Isabella è una novella Elizabeth Bennet, ma è anche umana e mortale come tantissime donne, forse anche troppo buone. L'orgoglio, il pregiudizio, sono temi che ricorrono tra le pagine di Prime Catastrofiche Impressioni, ma che permeano nella vita quotidiana di ciascuno, rendendo di fatto il lavoro della Giorgio un delizioso cammeo da leggere, studiare, approfondire per trarre conclusioni non affrettate, ma ragionate. Fa sorridere il rapporto tra sorelle, perché realistico in maniera disarmante. Chiunque non sia figlio unico sa che le diatribe tra fratelli sfociano, il più delle volte, in parole forti che neanche si penserebbe mai di utilizzare, ma che sono dette superficialmente, sfiorando un affetto puro e sincero che è alla base: e guai a scalfirlo in qualche modo, dall'esterno, pena l'annientamento in tronco dell'aggressore. Perfettamente resa la visione snob della ricchezza, perché da qualche parte il pregiudizio che noi comuni mortali abbiamo dei benestanti da qualche parte dovrà pure prendere origine, e Carolina incarna perfettamente la stronza da strangolare per tracotanza e alterigia. Il bel tenebroso, che sulle prime battute è un cafone senza eguali, si rivela essere dolce e affettuoso, bello e quasi impossibile anche solo da sognare, dando forma concreta al messaggio di fondo che recita: le prima impressioni non sempre sono quelle che contano. Siamo stati educati a pensare il contrario, ma una seconda occhiata non fa mai male e la Giorgio lo dice a chiare lettere. Frizzante, per nulla banale, alla stregua di una favola moderna della quale si ha davvero bisogno, Prime Catastrofiche Impressioni da prova di essere un romanzo di tutto rispetto, che distende e fa sognare. E permettetemi... Queste sono le opere che farei leggere alle donne che, dall'alto del loro snobismo, tendono a classificare i romanzi rosa come di serie B. La Giorgio è da poco uscita in libreria con un saggio, mica bazzecole, e fornisce con la sua cultura la prova che bisogna andare a fondo, cercare i messaggi subliminali, scansare i pregiudizi e rendersi conto che a dispetto di tutto, l'essere umano ha bisogno di sognare, di vivere bene e di sorridere senza essere tacciato di superficialità, perché probabilmente superficiale non lo è proprio. E sono contenta di sapere che la sindrome di Ally Mc Beal non appartiene solo a me!http://www.amazon.it/catastrofiche-impressioni-Youfeel-Cinzia-Giorgio-ebook/dp/B00LX6P12M/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1418299714&sr=1-1&keywords=prime+catastrofiche+impressioni

martedì 9 dicembre 2014

Ciliegio in fiore di Nora Noir (You Feel)


Ciliegio in fiore (Youfeel): In ogni donna si nasconde una sensuale geisha

In silenzio, molto in silenzio, ho acquistato il Ciliegio e mi sono chiusa col pc nell'austerità pacata di una notte buia e tempestosa. Il bimbo dormiva, il marito anche e ho deciso che, per iniziare degnamente un viaggio alla scoperta della femminilità, bisognava che io stessi attenta, in lancio verso il mio io, proiettata nell'avidità di sapere, conoscere, sentire. E Nora Noir non mi ha delusa. Senza smentirmi, senza ripetersi, in uno stile consueto ma dopotutto nuovo perché frizzante al punto di non ritorno, il suo Ciliegio in fiore mi ha avvinta. Come parlando al telefono con una cara amica, ho sentito sciorinare le pagine da una voce guida, quella dell'autrice, mentre mimava consapevole la sua storia, donando l'inflessione giusta alle parole, sporcandole un poco con la cadenza del nord che rende tutto più globale e meno artificioso nell'incedere del racconto. Ho conosciuto Ume, assieme a Bea, sentendomi piccola nel bugigattolo dove insegna e grande nel silenzio della sua arte. Ho conosciuto Alessandro, godendo del suo fascino e bevendo avida i languidi sguardi che lanciava, preda di un desiderio palpabile e impossibile da ignorare. Ho conosciuto Flavia, la sua personalità esplosiva, la sua ambiguità e il suo essere così dannatamente “quotidiana” e stereotipata alla maggior parte delle persone “amiche” vuote, proiettate a velocità supersonica unicamente verso il proprio baricentro immenso e per questo insormontabile. Alterigia, superbia, dolcezza e umiltà si sono dati appuntamento, nella fantasia di Nora, dando vita al romanzo che già sapevamo sarebbe arrivato. Con la Serva di Vienna, con Candy Apple... La Noir era destinata a fare il balzo e, come una vera gatta, nera e sinuosa, è balzata laddove tanti non osano neanche sperare. Approdando in Rizzoli, Nora ha dato prova di meritare ancora prima delle ufficializzazioni. Non ci sono corsie preferenziali, tappe mirate o sotterfugi, nel successo di questa autrice . C'è solo puro talento e la dannatissima voglia di emergere, sacrosanta e meritevole. Tra queste pagine avevo osato immaginare per lei un futuro degno di questo nome, e le mie parole sono state prese in considerazione. Dall'autrice stessa che, contando solo sulle sue forze, forte di uno studio approfondito e di una tenacia forte e dirompente, ha scritto, immaginato, mostrato, narrato. Ha reso il suo lavoro una perla, simile al candore del fiore di ciliegio appena sbocciato e screziato da venature tenui e colorate, talmente delicate da uniformarsi creando una sfumatura unica che stupisce nel suo splendore. Non mi dilungherò sulla storia, davvero ben caratterizzata, chiaramente studiata, perfettamente resa. Non mi soffermerò a parlare del desiderio di femminilità che avvince la lettrice, donandole la forza, se bisognosa, di credere in sé stessa gettando alle ortiche futilità quotidiane che prendono, sovente il sopravvento sui valori giusti e concreti sui quali una vita vera dovrebbe reggersi e basarsi, ovvero l'amore verso sé e gli altri, godendo del poco tempo messo a disposizione dall'unica vita concessaci a questo mondo. Non mi soffermerò neanche sulla psicologia dei personaggi, tanto ricchi e completi da costituire base portante di temi ben più importanti. In questa recensione voglio concentrarmi sull'arte di Nora Noir di scrivere. Troppo spesso sento polemiche astruse, gettate sul banco come basi incoerenti di tesi davvero povere di decoro. Nora Noir se è giunta in Rizzoli lo merita. La sua capacità narrativa supera di gran lunga decine di autrici convinte, dimostrando ancora una volta come sia importante studiare, non cedere alla lusinga della pubblicazione semplice e priva di giudizio autorevole alcuno. Nora ha superato ostacoli, scrivendo, sbagliando e correggendo. Ha fatto la cosiddetta gavetta, ha sudato, ha ricevuto porte in faccia riaprendole una a una. Ora, senza bussare, ha tutto il diritto di portare nelle case dei suoi lettori questo piccolo gioiello erotico, di un erotismo fine e tenue, mai ostentato ma lasciato affiorare a pelo d'acqua come uno scoglio. Si è coscienti delle pulsioni selvagge proprie dell'essere umano, ma non si vivono in maniera animalesca o travolgente. Come una rosa che ai raggi del sole si apre, la sensualità di ogni personaggio si mostra chiaramente ma con leggiadria, lasciando al lettore il compito di immaginare, sentire, assaporare. Giunta al termine del Ciliegio, stordita e assolutamente diversa da quando avevo iniziato, ho chiuso il computer e ho chiuso gli occhi, ascoltando me stessa. Questa sarà la reazione di qualunque persona giunta al termine dal viaggio di Nora. Perché se c'è una cosa che l'autrice riesce a fare, nella sua furba maestria, è entrare nella mente del lettore e rimanerci. Strenuamente, come un folletto, nel non più disperato tentativo di dirgli: fermati e ascoltati. Un momento, solo un momento per te. Prendilo, assaporalo e godi della vita che ti è stata donata. In ogni momento possibile.

giovedì 30 ottobre 2014

Tutta colpa del mare (e anche un po' di mojito) you feel di Chiara Parenti

Tutta colpa del mare (Youfeel): (e anche un po' di un mojito)


Maia è un fascio di nervi che cammina, un po' come Gig robot d'acciaio nella sala degli specchi al lunapark. Dire che vive una vita asettica sarebbe riduttivo, quindi ci si limita a constatare quanto non risulti umana, per lo meno all'apparenza. Il suo modo di essere si è uniformato allo standard voluto e concepito per lei da Lapo e Madre, anche se non riesce perfettamente nella mimesi. In effetti non riesce proprio a mandar giù la fabbrica di riso alla Buba Gamp (mi sembrava quasi di vedere il labbro appeso di Buba mentre sciorinava un'improbabile lista di gamberi al riso) nonostante per lei il cereale sia diventato l'unico alimento di sostentamento (e che, come lei stessa afferma, ha provocato un leggero cambio di ritmo interno che alla Marcuzzi brillerebbero gli occhi all'idea di quanti yogurt potrebbe rifilarle con il bifidus!). Insomma, la vita di Maia, l'ape vagabonda, scorre su binari non propriamente felici, al contrario ordinari al limite dell'esaurimento nervoso grazie anche a un impiego carcerario con Ciccio Cianuro. Questo finché non parte per festeggiare l'addio al nubilato di Diana, sua migliore amica nonché sorella del suo fidanzatissimo abbronzatissimo superfighissimo Lapo. L'evento si svolgerà in Versilia, dove il mare è blu e il Re dei Sette Mari ancora regna indisturbato sul letto di ricordi che scorre placido tra scogli e bicchieri di mojito.

Chiara Parenti. Chiara Parenti è una sagoma! Non posso aggiungere chissà quanti aggettivi per esprimere l'ilarità che il suo modo spensierato e sbarazzino di scrivere mi ha trasmesso. Già dalle primissime pagine mi sono ritrovata a ridere come una povera demente, con mio marito che mi guardava (ormai avvezzo a tali esternazioni) con l'espressione del “Ci risiamo, o è incinta o ha bisogno di una pasticchetta”. Viene naturale, dopo aver letto “Tutta colpa del mare” uniformarsi allo stile dell'autrice, cercando il modo di vedere in maniera ironica ogni lato e sfaccettatura del vivere quotidiano. Non si tratta tanto di gag spassose, quanto di espressioni che rimangono in testa e che non si vede l'ora di adottare nella vita comune. Il romanzo breve della Parenti è un inno alla vita, alla speranza, al raggiungimento di quella bellissima frase che la Fata Madrina (che nel caso dell'autrice è personificata da Alessandra Bazardi) canta a una Cenerentola affranta e demoralizzata: I sogni son desideri. Per Maia, o Apetta che dir si voglia, la Versilia rappresenta il giro di boa dopo il quale la vita deve per forza prendere una svolta che decreterà il resto della propria esistenza. Come spesso accade, raggiunta l'età degli “enta”, si pensa che la propria strada sia prestabilita, diritta e impostata , quasi fosse impossibile modificarne anche solo una traversa. La Parenti dimostra che non è così, che il destino può essere scelto e modificato anche quando non se ne sente minimamente il bisogno. Devo dire che, leggendo sotto la trama ironica, poi, si scopre una profondità di concetti da rimanerne sbalorditi. Sbalorditi per la naturalezza e la semplicità con la quale vengono narrati. Senza essere pesante o struggente, Chiara parla di condizionamento emotivo, di pressione psicologica al limite della sopportazione, di mobbing lavorativo e familiare. Sembra impossibile leggere una sottotrama del genere, eppure Madre e Ciccio Cianuro, nonché l'odiatissimo Lapo, rappresentano proprio il negativo che la vita a volte riesce a propinare. E Marco, o Tonno, il positivo a cui ognuno dovrebbe aspirare per essere felice. Un amore alla Maxibon, che sembra addirittura di vedere un giovanissimo Stefano Accorsi dare un morso al gelato e dire, ammiccando a una timida Apetta, “Two is megl che one!” Risulta, per tanto, impossibile non farsi travolgere da “Tutta colpa del mare (e anche un po' di mojito)” , dal suo linguaggio colloquiale e dalle battute degne della Gucciari (memorabile il cast di The Walking Dead e la scena della probabile prole di Maia e Lapo). Si respira una forte contaminazione dei chick lit d'oltreoceano, dal quale la Parenti sembra aver assorbito tutto il positivo, tralasciando le note tediose o poco originali. Insomma, per dirla in parole semplici, la Parenti spacca e... wow! Tutta colpa del mare è assolutissimamente da leggere!

sabato 18 ottobre 2014

(Es)senza di te di Corinne Savarese (You Feel Rizzoli)


(Es)senza di te (Youfeel)

Adam-Cretino ha deciso che Donna sarà la sua musa, la sua guardiana, la sua domatrice... Vuole fare il servo di quella quarantenne cadente che lo tratta da toy boy? Bene. Anzi, benissimo! A Juliette non importa un fico secco della vita del suo ex, non importa davvero nulla. Assolutamente. È proprio per questo che accetta il trasferimento in un'altra città, in un altro continente... La Francia e la lavanda. Lei adora la lavanda! Adora Grasse, la lingua francese, annessi e connessi. La sua decisione non c'entra nulla con Adam-Cretino che fa sesso come Furio con Magda. No, no. Juliette è una scienziata, diamine! È una stimatissima dottoressa che con la sua tesi sui feromoni è pronta a lanciarsi nella mischia, ad abbandonare le sue guardie del corpo, a cambiare per sempre la sua vita e quella degli altri. Si!
“Da oggi sarà lei a dirigere il progetto del profumo perfetto!”si sente apostrofare alla sua prima riunione importante, infatti. Nonostante lo sgomento iniziale, la scienziata che è in lei gongola, pensando alle possibili combinazioni di essenze in grado di catturare e imbottigliare l'amore della vita. “Ogni sera andrà nell'enoteca e abborderà uomini, valutando l'effetto dei vari feromoni sulla psiche maschile.” Cosa, cosa, cosa? Non può essere, no... E invece si!
E fu così che Juliette si ritrovò Marilyn de noantri, passo bradipale e sguardo ammaliatore, pronta a furoreggiare in quel di Grasse... Lucille permettendo!
Torna Corinne Savarese, ma questa volta torna con You Feel, non più self. Rizzoli, ragazzi, mica bruscolini! Partita in maniera spumeggiante con il suo “Cara cognata ti odio”, Corinne ha fatto il salto ed è approdata sui nostri kindle con una bella R accanto al suo nome. Non è da tutti e diciamocelo: se l'è meritata tutta! Frizzante, irriverente, ci ha abituati a sorridere, ghignare e poi ridere di gusto, fino alle lacrime. (Es) senza di te non delude le aspettative e, anzi, regala quel tocco di romance in più che non guasta. Specialmente se dall'altra parte della barricata, questa volta, c'è Miguel. Un uomo assolutamente divino, dal torace scolpito, latino e passionale, dal passato un po' triste che fa ancora più figo. D'altronde a noi donne dateci un uomo in grado di comprendere le brutture della vita e allestiremo una statua votiva in suo onore! Juliette, come ogni protagonista della Savarese del resto, ne passa di tutti i colori, preda della psicopatica arrivista di turno che risponde al nome di Lucille. Questa volta, però, non c'è il tema del perdono a far da cardine a una storia ben narrata a tratti esilarante. Questa volta la stronza ha quello che si merita e viene fatta passare proprio per quella che è: sia lodato il Signore! Cominciavamo a temere che Corinne non fosse di questo pianeta, per la troppa bontà, e invece dimostra di essere proprio come ognuna di noi! Punto fondamentale, invece, in questo romanzo è l'importanza della propria indipendenza e del proprio successo prima di ogni altra cosa. Per società, costume e maschilismo diffuso un po' ovunque, la donna è abituata a tralasciare il proprio successo e la propria carriera se preda di un'amore che consuma e dilania. Corinne dice no ed è la cosa più sensata che abbia letto negli ultimi anni nei romance di questo genere. E diamine, lo vogliamo dire che senza la propria personalità una donna non è nulla? Pur soffrendo, pur vivendo momenti di sconforto se non comprese dalla controparte, noi donne sappiamo che la perseveranza ripaga e Juliette vive tutto questo sulla sua pelle. Perché se è vero che è importante l'amore, è vitale rimanere se stessi in un rapporto. Annullare le proprie aspirazioni in funzione del volere altrui non è mai una buona idea. E la vita ripaga... Magari lentamente, ma ripaga! Altro punto fondamentale del romanzo è il tema della meritocrazia, molto spesso appannata da una spessa coltre di furbizia, cattiveria e scaltrezza ai danni di chi, invece, si impegna nel raggiungimento dei propri obiettivi con il sudore della fronte. La denuncia della Savarese è forte e chiara: puoi soffiarmi il posto quanto vuoi, ma alla lunga chi vincerà sono io. E non ha forse ragione da vendere? Quanto le scorrettezze possono fare strada? Quanto, invece, l'onestà di pensiero viene premiata? Ci vuole pazienza, rischiando anche tutto pur di credere in forti valori.
Ma questo romanzo, al di là di tutte queste considerazioni, è o non è un chick lit? Certamente si! Le gag esilaranti, le figuracce di Juliette e le sue risposte ad hoc fanno di (Es)senza di te un'opera piacevole, divertente e per nulla stucchevole. I dialoghi sono spontanei, i sentimenti espressi con semplicità e con un vocabolario ricco di espressioni colloquiali in grado di farci vivere con più naturalezza l'intera storia.

Insomma... Che diavolo state aspettando? Ancora non lo avete letto e commentato il nuovo romanzo di Corinne Savarese?!

mercoledì 25 giugno 2014

Il Gran Diavolo di Sacha Naspini



Giovanni De Medici, ultimo Capitano di Ventura. Il Gran Diavolo, un eroe italiano per molti, un arrogante mercenario per altri. Giovanni De Medici, un nome che evoca rigore, rispetto, battaglia. È questo ciò che balena, negli ultimi istanti di presenza tra le fila dell'esercito delle Bande Nere, nella mente del Serparo Marsicano. Negromante, santone, soldato ma anche inquietante indovino mediante le sue bisce, come le apostrofa l'Aretino tra i suoi scritti, il serparo di Cucullo sembra essere nato per servire quel Capitano e la sua stirpe. Un tempo aveva creduto di dover preservare la sua discendenza, mediante progenie, in modo di tramandare la sua sapienza e le sue ricette occulte, frutto di secoli di studi da parte dei suoi avi, non ultimo suo padre. Ma il tempo delle riflessioni è terminato e forse il fato ha avuto in serbo per lui un destino ancora più grande e glorioso. Giovanni De Medici sta morendo, ferito vilmente dalle armi del D'Este, e le Bande Nere sono allo sbando, consce del tradimento di qualcuno tra di loro ai danni del loro mentore, protettore, comandante, genitore amorevole. Giovanni De Medici fu tutto questo? Fu altro, fu qualcosa di grande, di maestoso, di ignobilmente accattivante per le fiere mercenarie ai suoi ordini. Sacha Naspini ripercorre, dalla gioventù, le gesta, prodezze e nefandezze, dell'ultimo Comandante di Ventura che l'Italia conobbe negli ultimi anni tumultuosi del Rinascimento, periodo che in effetti conobbe il suo termine proprio quando le truppe spagnole e tedesche saccheggiarono Roma, evento che probabilmente avvenne proprio per la dipartita del Medici. Con la solita maestria nell'interpretare l'animo umano, nonostante questo sia proprio di un contesto sociale e culturale di molti secoli addietro, Naspini trasporta il lettore nei campi di battaglia, nella mente del condottiero, tra le fila dei soldati rudi e meschini, mettendolo a parte di retroscena, seppur romanzati, che la storia ha teso a nascondere lungamente per non evidenziare quanto vile sia stata gran parte di quella società che avrebbe costituito, poi, l'Italia per come la conosciamo. Intrighi, giochi di potere, uomini utilizzati come pedine di una scacchiera vivente, le guerre erano all'ordine del giorno e la confusione dei tumulti frequenti in suolo italico si evince perfettamente dalle righe che con sapienza Sacha verga per il lettore ignaro. Troppo spesso i romanzi storici narrano di episodi conosciuti, triti e ritriti, sezionati con puntualità chirurgica da dar noia tanto che la prima bellezza del Gran Diavolo è proprio il sapersi discostare dalla moda e indagare oltre, in altri contesti storici forse più interessanti. Il lettore è quasi costretto a studiare il periodo descritto, cercando quanto del romanzo lasci spazi alla fantasia e quanto del narrato risponda a verità. Stupendi i dialoghi tra i soldati, quasi che il Naspini fosse stato presente e si fosse trasformato in semplice cronista di eventi, quasi che l'Aretino, in fondo, si trattasse del suo alter ego. Le descrizioni sono talmente puntuali da rendere il panorama suggestivo e reale e i personaggi hanno una profondità tale, mediante il loro solo parlare, da renderli quasi conoscenti di vecchia data. Tramite gli scritti dell'Aretino, appunto, si è potuto evincere come in effetti fosse presente un serparo marsicano tra le fila delle Bande Nere, assoldato probabilmente in veste di negromante e stregone, e Naspini utilizza questo espediente per trasporre i pensieri e il carattere del Medici, altrimenti celati dalle sue più note gesta belliche. Donando una propria personalità e una propria storia a Niccolò Duranti, l'autore crea forse il carattere più interessante dell'intero libro, perché voce silente di un personaggio dalle sfaccettature vaste e di difficile interpretazione. Sconvolgenti i colpi di scena che, nonostante si tratti di un romanzo storico, riescono a spiazzare l'attenzione riuscendo a suscitare esclamazioni di stupore durante la lettura. Conoscevo Sacha Naspini mediante il romanzo I Cariolanti e avevo adorato il suo modo di narrare e costruire storie e personaggi duri, spietati, talmente crudi da essere dannatamente reali e ho avuto timore, a essere sincera, quando ho saputo del suo romanzo storico edito per Rizzoli. Ho avuto effettivamente paura che avesse sacrificato parte del suo talento in favore del grande salto. La curiosità è stata più grande e ne sono felice, dal momento che ho potuto appurare che quando uno scrittore è tale non esiste svalutazione o sconto al proprio stile. Naspini scrive in maniera sublime e ha dato prova, mediante il suo Gran Diavolo, di essere in grado di poter scrivere la storia di una bolletta della luce riuscendo a entusiasmare il lettore con lo stesso trasporto di sempre. Solitamente recensisco solamente romanzi di autori emergenti ed esordienti, ma concedetemi questa digressione dovuta. Perché Naspini è stato un autore emergente per tantissimi anni, perché ha fatto la gavetta (e che gavetta!) e perché ha dimostrato che sacrificio, costanza e talento ripagano. Dio mio se ripagano! Non posso far altro che consigliare la lettura di questo romanzo, pregando i lettori di fare in modo che il nome di Sacha Naspini emerga ancora di più nel panorama letterario italiano. Lo merita!