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venerdì 6 novembre 2015

Volevo solo te: i personaggi #1

Manca poco, ragazzi, una manciata di giorni.
A cosa?
Al cartaceo, al digitale... Volevo solo te è ormai una realtà e lo sarà per chiunque vorrà leggere una storia d'amore possibile in un periodo dimenticato da molti. Ma non da tutti, chiaro.

In ogni caso bando alle ciance, di storia ne abbiamo parlato fin troppo negli ultimi periodi (non credete... tornerò!) quindi direi di passare a presentare i personaggi principali che vi terranno compagnia nelle prossime settimane.
Parlare di tutti, oggi, sarebbe impensabile. Tanto il romanzo è breve quanto la psicologia di ogni singola persona ritratta tra le pagine è immensa. 
Inizieremo con calma e, oserei dire, dal più bello di tutti. L'ho creato io, so di che parlo. 
Partire "col botto"? E perché no? In fondo di un libro si può prendere ciò che si vuole e girarlo a proprio piacimento con la forza dell'immaginazione. La bellezza che risiede nella lettura coinvolge anche e soprattutto questo aspetto.
Be', che dire... Buon viaggio ;)

Fausto




Era lui ed era più bello di come lo avesse ricordato per tutta la notte. Il torso nudo riluceva sotto i raggi torridi del sole quasi allo zenit e i pantaloni gli cadevano larghi oltre le ginocchia, ma non sulle cosce, tornite, possenti e chiaramente intuibili sotto la stoffa leggera e aderente. Aveva un torace scolpito, tale da fare invidia alle statue che solo una volta Flora aveva visto in Piazza Venezia, e le braccia richiamavano pensieri oltremodo peccaminosi e dediti alla lussuria più sfrenata, di cui lei non conosceva nulla, ma che immaginava con la forza del desiderio appena natole in petto. Temette di morire di crepacuore, tanto quello correva forsennato fino alle tempie. Notò un sorriso buono, largo e sensuale dipingersi sul volto bronzeo del ragazzo e udì un coro di angeli, che nella realtà altro non era che il chiacchiericcio divertito delle donne di fianco a loro


«Sei venuta, allora» si sentì apostrofare da dietro le spalle, a bassa voce; una mano le sfiorò il braccio delicatamente. Il cuore le balzò in gola battendo all'impazzata, ma non osò muoversi. Lasciò che Fausto le si avvicinasse ancora di più, aderendo il corpo al suo.
Chiuse gli occhi, tentando di respirare per non svenire dalla gioia. Poteva sentire il respiro calmo del ragazzo lambirle l'orecchio destro, le sue braccia forti cingerle la vita, il cuore di lui suonare all'unisono col suo in una danza arcana e misteriosamente veloce.
«Non sai che regalo sia per me vederti qui. Non riesco a non pensarti dal primo giorno in cui ti ho vista» le sussurrò, scostandole i capelli dal collo e posandovi le labbra. Flora trattenne il fiato, mentre un liquido caldo le inumidiva le cosce nude. L'unico ostacolo tra il suo corpo e il buio della notte era la leggerissima camicia con la quale era solita dormire. Avvertì l'erezione del ragazzo spingerle contro le natiche e il suo cuore accelerò ancora, come se fosse in grado di farlo senza ucciderla. Avvertì le labbra morbide di Fausto baciarle timidamente la base del collo, facendola rabbrividire  al punto che si sentì tanto sfrontata da offrirgli maggior spazio inclinando la testa di lato. Senza volerlo gemette e questo risultò un chiaro invito a proseguire. Le braccia del suo moro la cinsero ancora più stretta, mentre i baci si facevano più audaci, risalendo lungo la curva dolce che portava dritta alle sue labbra dischiuse. Flora temette di accasciarsi al suolo, perché le sue gambe divennero tanto molli da non reggere il suo peso senza tremare.


«Stai tremando» le baciò addosso Fausto, e lei fu in grado solo di annuire lentamente portando le mani sopra quelle di lui, ferme ancora sul ventre. Erano calde, forti, grandi quel tanto che sarebbe servito ad amarla come aveva sognato durante le settimane passate. Si morse il labbro, desiderando fare la stessa cosa con la bocca di lui, tanto che si fece audace e mosse il volto verso la sua direzione. E lo trovò, pronto, conturbante, lo sguardo brillante nella luce della luna piena. Si fissarono e Flora seppe che non c'erano discorsi da fare, parole da cercare, frasi a effetto da cantare. Le loro labbra si cercarono nello stesso momento e si trovarono, di conseguenza, iniziando a rincorrersi in un gioco sconosciuto a entrambi, ma naturale come lo era bere. Flora fu la prima a dischiudere le sue, anelando qualcosa di più. Fausto rispose prontamente, leccandole via il sapore del timore, della vergogna, del piacere di saperlo vicino. E d'un tratto i loro corpi immobili presero vita, desiderando di comune accordo una vicinanza diversa

* Foto Web

giovedì 24 aprile 2014

Non c'è notte tanto lunga che tu non possa camminare ancora nel sole di Valerio Giovetti

Non c'è notte tanto lunga che tu non possa camminare ancora nel sole


Finalmente il giorno della laurea è giunto. Ha studiato, è preparata e pronta a sostenere l'esame che l'ammetterà di diritto nella schiera dei vari dottori che popolano il nostro paese. Amelia si guarda alla specchio, termina di truccare l'occhio con la matita nera e pensa che, in fondo, tutto quella situazione non le interessa. Tutto è al di fuori della sua vita, del suo pensiero. Ha un marito. Ha una storia disastrata e disagiata alle spalle. È una vittima e non sarà certamente una laurea a colmare i numerosi vuoti che l'esistenza le ha inferto negli anni. Finalmente il giorno della laurea è giunto ed è anche terminato, perché è pronta, ora, a far ritorno a casa. O forse non proprio a casa. Accetta di bere un drink con un professore, Gianni Michelini, appena conosciuto, ma non è nel pieno delle sue facoltà mentali, no? No. In effetti quando squilla il cellulare, al tavolino del bar dove sta sostando con l'uomo, in attesa delle loro bevande, Amelia si desta, si alza e, dopo essere andata in bagno, se ne va. Solo un suo anello, appoggiato distrattamente sul tavolino, ricorda a Gianni, il professore, che lei è effettivamente esistita. Amelia scompare, ma nessuno sembra prestarvi attenzione, mentre Gianni ha perduto da poco sua figlia e, stranamente, viene folgorato da tale evento. Il tutto prende inizio da qui.

Strano romanzo, questo di Giovetti, “Non c'è notte tanto lunga che tu non possa camminare ancora nel sole”. Un romanzo dal titolo lungo ma dallo scorrere breve, scorrevole e affatto tedioso. La vicenda, pur partendo dal punto di vista di Amelia, ben presto si snoda tramite i gesti e i pensieri di Gianni, uomo profondamente colpito dalla brutalità che, alle volte, la vita è capace di infliggere a ignari esseri viventi. La perdita della propria figlia, del proprio sangue; il termine del proprio matrimonio in conseguenza di un evento scioccante come questo; il rifugiarsi in una religione non tanto per la comunità su cui è incentrata ma per la presenza univoca di un essere superiore in grado di governare le leggi del mondo. Forse Anna, la figlia di Gianni, ora, è da qualsiasi parte nel mondo a osservarlo, a guidare i suoi passi, o solamente a sfiorargli la mano nei momenti bui. Non è forse questo il pensiero che accompagna chi vive abbandonato dai propri affetti in maniera repentina, inaspettata e, a volte, brutale? Anna non è morta per una malattia, seppure anche questa comporti pensieri e tormenti, ma per una tragica fatalità che aumenta il senso di angoscia del padre, seppur egli tenti disperatamente, anche inconsciamente, di non pensarci. Ed è forse per questo motivo che Gianni decide di gettarsi a capofitto lungo la tortuosa strada della ricerca di Amelia, della sua salvezza, intuendone un dolore latente, strisciante. Dovuto alla solitudine, alle brutture di cui è stata fatta oggetto da un destino crudele che, a volte, si diverte ad accanirsi verso animi fragili. In questo romanzo molteplici sono le sotto trame che si diramano, sviluppandosi attorno alla narrazione centrale che è quella della ricerca di una persona scomparsa, ma anche del proprio animo. Forse, mediante gli altri, ognuno di noi ricerca una parte di se stesso. Per essere migliore, per comprendere in fondo cosa il nostro subconscio voglia comunicare al mondo. Indagando in una società variegata e dalle numerose chiavi di lettura, popolata dall'omosessualità come dall'omofobia, dalla velata pedofilia alla tanto osannata ricerca del bene, Gianni scopre di essere profondamente chiuso in se stesso. Trincerato dietro la routine che ostenta come una bandiera, la ricerca alla volta di Amelia rende possibile una sua introspezione. Dopo la separazione dalla moglie, infatti, l'uomo vive lasciandosi vivere, non essendo lui stesso l'artefice delle proprie giornate e delle proprie scelte. Rifiutando, come sovente accade alle persone toccate da gravi disgrazie o semplicemente dalla fine di relazioni che rappresentavano il loro normale iter giornaliero, qualsiasi contatto con il sesso opposto, con l'avventura, con ciò che rende solitamente una vita degna di esser vissuta. Non esistono relazioni, seppur di breve durata, perdurano tabù forti e costrizioni mentali che limitano ciò che dovrebbe esser vissuto con spontaneità priva di vergogna. Come, invece, dimostra di saper fare l'amico di Gianni, Andrea. Considerato per alcuni versi immaturo, Andrea rappresenta nel contempo l'angelo e il diavolo della coscienza di Gianni, o di tutti noi, volendo ampliare lo spettro d'indagine. Andrea sa e vuole divertirsi, ma è vittima di preconcetti latenti in ogni persona, nonostante questa si ostini a considerarsi migliore del prossimo. Numerosi i personaggi di Giovetti, ognuno però con una propria personalità e con un proprio ruolo ben definito, atto a testimoniare parte della società italiana in cui si vive. Forte si evince il contrasto tra i vecchi ancora in vita, quelli legati alla vecchia generazione fatta di politica e critica, carica di preconcetti e per nulla indulgente verso il diverso, e le persone che popolano il mondo moderno, così vario nell'accettazione del proprio io. In ogni paese vi sono tali concetti, sempre più evidenti nelle piccole frazioni di città. Ma tale contrasto è poi proprio solo di questo tempo? Oppure è una peculiarità riscontrabile nel mondo intero e nella storia passata e futura? I giovani di oggi saranno gli anziani di domani e i concetti che noi consideriamo moderni e pregni di significato all'avanguardia, saranno i pensieri obsoleti che insulteranno le menti giovanili del futuro. In fondo la vita è un cane in perenne corsa verso la propria coda, alla ricerca costante del dolore di azzannarla e la gioia di farlo. Gianni lo comprende, Amelia ne è ben cosciente, così come tutti noi, in fondo. Giovetti crea un mondo reale, nel suo “Non c'è notte tanto lunga...” e il significato del suo titolo così lungo e ostico, all'apparenza, risulta chiaro nelle ultime battute del romanzo. Un romanzo da leggere per indagare l'animo umano, comprendere qualcosa in più di se stessi e del mondo che circonda noi tutti, spingendo alla riflessione e all'accettazione del prossimo senza calcolare il proprio benessere. Perché tramite il bene, quello diviene conseguenza naturale.

mercoledì 26 marzo 2014

Passioni mortali di Isabel Heyers (nom de plume di Fabiola D'Amico)


Passioni mortali


L'amore coglie Matt impreparato, nonostante lo spinga a rivelare una parte del suo carattere così repentinamente da farlo dubitare addirittura del suo futuro. Mai aveva preso in considerazione la prospettiva di creare una propria famiglia, mandare al diavolo la sua imperitura carriera di accattivante gigolò assieme al suo collega e amico David donando il proprio cuore a una donna speciale. Ma, nel momento in cui vede per la prima volta Rebecca ogni sfaccettatura della sua vita passata perde di valore, intensità e i contorni dei ricordi vengono offuscati dalla bellezza e dalla dolcezza della donna. Il loro incontro avviene in maniera strana, totalmente inusuale, mettendo subito i due nella condizione ideale di provare una passione potente e impensata. Ma ben presto Matt e Rebecca comprendono quanto sia impossibile vivere il loro amore alla luce del giorno. Lei, assediata e oppressa da una sorella dalle forti turbe psichiche, possessiva in maniera totale e allucinante, e preda di un egoismo che raggiunge soglie di inimmaginabile cattiveria. Lui, preda della sua impulsività che lo rende incapace di attendere, comprendere, amare come dichiara di voler e saper fare. Questa volta la Fabiola D'Amico ci introduce nelle trame fitte di un thriller mozzafiato, carico di erotismo e note di ironia insospettabili, nonostante qualche avvisaglia lei stessa l'avesse lanciata nella stesura di “Una giornata da favola”. Fin dalle prime pagine si viene proiettati nei meandri di una narrazione avvincente, per le vie di Miami, fianco a fianco con la squadra Swat intenta a sgominare una banda di narcotrafficanti aiutati nei loro traffici da una talpa all'interno della squadra stessa. Insomma, i presupposti appaiono succosi fin dalle prime battute e la D'Amico non sembra più una scrittrice italiana, ma addentrata nella filosofia americana del genere, quasi stesse ideando la trama di una serie televisiva poliziesca di grido. Non esagerando mai, descrive in maniera minuziosa scene verosimili, addentrandosi nella psicologia dei personaggi permettendo al lettore di immedesimarsi nel migliore dei modi. La lettura risulta, quindi, avvincente da subito. In meno di un'ora si giunge a metà romanzo rendendosi conto di avere avuto la percezione di avere appena iniziato. Come detto in passato, la D'Amico, nonostante la sua ritrosia e timidezza con cui si schernisce nel definirsi scrittrice, peccando di eccessiva umiltà, fornisce le prove di essere degna di tale appellativo, dotata di un talento naturale nella scrittura e nella narrazione delle sue storie. La maniera in cui espone le scene erotiche non infastidisce mai, accattivandosi, invece, l'approvazione del lettore che appare, via via, più convinto di aver fatto la scelta giusta. Non riesco a comprendere, a volte, determinate dinamiche che creano dislivelli tali da rendere più famoso un autore piuttosto che un altro quando, a una semplice obiettività, apparirebbe chiara la differenza sostanziale tra i mediocri e i meritevoli. Inutile dire che la D'Amico entra a far parte, di diritto, nella fazione dei meritevoli. Non solo per la storia che, fino alle ultime battute, regala colpi di scena intelligenti e per nulla “gigioni”, anzi anche molto azzardati e audaci, ma per la sapienza che l'autrice dimostra nel saper narrare tali scene, non risultando mai noiosa, avvincendo, invece. Per questo motivo mi sento in dovere di consigliare la lettura di questo romanzo. Per godere di una buona storia, per saggiare la bravura della D'Amico nel sapersi addentrare, con talento, in nuovi filoni letterari fino a questo momento non sondati e per comprendere, una volta per tutte, la realtà sulla fucina di autori italiani: di bravi ce ne sono e se solo fossero pubblicizzati come meriterebbero, lo saprebbero in molti.  

martedì 25 marzo 2014

La recensione a L'Inferno di Rebecca a cura di Vittorio Xlater

rebecca
In teoria non dovrebbe esserci bisogno di assegnare un romanzo a un genere. Un autore scrive quello che si sente di scrivere, e non serve appiccicare un’etichetta per rendere un’opera di narrativa fruibile e apprezzabile al pubblico dei lettori.
Nella pratica le cose sono meno semplici. Perché l’appartenenza a un genere costituisce una forma di pre-comunicazione tra chi scrive e chi legge. Comporta delle aspettative, dei taciti accordi, un certo approccio, delle regole implicite.
Questo romanzo di Federica D’Ascani esce in una collana di narrativa erotica, e lo stiamo presentando su un sito che si occupa di letteratura erotica, ma non è, né voleva essere nelle intenzioni dell’autrice, un romanzo erotico. C’è del sesso, e non poco. Non è così centrale da poterne fare un romanzo erotico. Al tempo stesso forse ce n’è troppo per poter ospitare il romanzo in contesti diversi (e qui la colpa è nel miope bigottismo di editori di altri generi che hanno rifiutato il manoscritto per la presenza di troppo sesso).
In realtà non è facile assegnare questo romanzo univocamente a un solo genere, e non sono uno che ama particolarmente attaccare cartellini. Ma in una recensione va spiegato al potenziale lettore cosa deve aspettarsi. Allora direi che in questo romanzo ci sono molti elementi del thriller psicologico, ma ci sono anche molti elementi dell horror satanista.
Mischiare generi diversi è operazione delicata e rischiosa. Può funzionare inserire qualche elemento di un genere in un’opera di un altro genere. Ma deve esserci un genere che guida, con le proprie logiche, le proprie semantiche, i propri riti, le proprie regole. Altrimenti si rischia un po’ di confusione.
L’Inferno di Rebecca parte in modo molto interessante e ambizioso. Ci sono ben tre flussi narrativi paralleli: una sfida notevole per una scrittrice.
Su un primo flusso, la protagonista Rebecca racconta in prima persona la storia di una breve vacanza in Umbria con il proprio fidanzato, Stefano. Il rapporto tra i due è piuttosto problematico. Lui è arrogante, prepotente. Lei è combattuta tra una componente interiore che si sente irrimediabilmente succube di lui e un’altra componente che vorrebbe respingerlo e ribellarsi alle sue continue violenze psicologiche. Una situazione, ahimè, fin troppo comune anche nella realtà: troppe donne perdono la testa per il bastardo che le maltratta. Ma nel caso di Rebecca e Stefano ci accorgiamo che la bastardaggine di lui, tanto quanto l’essere succube di lei, vanno ben oltre ogni normalità, per sfociare direttamente nel patologico.
Nel secondo flusso narrativo, siamo in un momento futuro rispetto al primo flusso. Rebecca è in un casa di cura per malattie psichiatriche, dove un dottore sta faticosamente cercando di analizzarla. Capiamo che Rebecca è lì per aver tentato di uccidere il proprio ragazzo, Stefano, durante quella stessa vacanza di cui si parla nell’altro flusso. Il medico deve dare il suo responso per capire se in quel momento la ragazza, sicuramente un soggetto dalla mente “disturbata” con alle spalle un tentativo di suicidio, fosse in condizioni di intendere e di volere, o se possa valere per lei l’alibi dell’infermità mentale.
Con questi primi due flussi siamo in pieno thriller psicologico. Perché vediamo che la ragazza in realtà è solo una vittima che paga la propria fragilità, mentre ad apparire sempre più uno psicopatico è il suo Stefano, ed è abbastanza evidente che sono le continue angherie emotive e psicologiche che lui infligge alla ragazza a minare gli equilibri di quest’ultima. Ma vediamo anche che non tutti capiscono la situazione, anzi, per molti personaggi la “pazza” è Rebecca, mentre il ragazzo è una povera vittima, che per amore l’ha tenuta accanto nonostante gli acclarati disturbi mentali, fino a rischiare di essere ucciso durante un raptus di follia di lei.
Il terzo flusso narrativo è quello che ospita l’elemento horror satanico. Scopriamo che Stefano è un adepto di una certa setta satanista, devoto di un demone minore, ma molto potente. Si lascia intendere che la sua cattiveria, la sua bastardaggine, sono conseguenza della sua adesione al satanismo.
La chiave di ogni thriller psicologico è nell’implicita minaccia che contiene e che suona più o meno così: ogni persona, anche quella apparentemente più sana, nasconde nel proprio inconscio dei mostri, di violenza, o di qualche forma di follia, e ognuno di noi, se sottoposto agli stimoli giusti, può ritrovarsi schiavo di questi mostri interiori.
Ma i mostri che nel thriller psicologico sono annidati nel nostro inconscio e pronti a impossessarsi di noi, nell’horror satanico sono invece demoni esterni, dotati di vita propria, di un’esistenza oggettiva indipendente, che ci posseggono o che ci dominano togliendoci il controllo di noi stessi. Due visioni contrapposte, che possono essere conciliate in un solo modo, ossia dando ai demoni satanici una lettura simbolica. Come dire che l’adesione di Stefano alla setta satanica andrebbe interpretata metaforicamente come il suo cedere agli istinti più violenti e prevaricatori che albergano dentro di lui. Così come il demone che si insinua in Rebecca e la obbliga ad accetare in modo succube i soprusi che subisce da lui è in realtà quella strana molla ancestrale che lega il torturato al suo aguzzino e che genera le sindromi di Stoccolma e manifestazioni affini. E’ una lettura che, leggendo i primi capitoli, può starci e convince.
In particolare riveste fascino la figura di Dalia. Viene presentata come una persona realmente esistente ma la si riconosce presto come la personificazione di una componente dell’animo di Rebecca: è la sua parte forte, la sua femminilità indomabile. E’ la componente che più si oppone alla sudditanza di Rebecca nei confronti di Stefano. Nel flusso horror satanico le si riconosce lo status di una figura metafisica, una specie di semidea pagana, ma è perfettamente coerente con la lettura simbolica.
Questo inizio a tre flussi è tanto ambizioso quanto esaltante per chi legge, anche perché l’autrice sembra padroneggiarne la complessità con estrema disinvoltura. Ma soprattutto si percepisce molto coinvolgimento nella scrittura. Non c’è solo mestiere in quello che leggiamo, ma anche passione che viene dal profondo. E’ evidente che gli argomenti trattati toccano qualche corda sensibile nell’autrice.
Andando avanti nella lettura, ci accorgiamo che il flusso narrativo “satanico” a un certo punto si inabissa e scompare. Rimane pertanto una storia che si dipana sul piano del puro thriller psicologico. Man mano scopriamo dettagli della vacanza in Umbria. Man mano vediamo il medico scoprire sempre qualche dettaglio in più della psiche tormentata di Rebecca. Vediamo anche cosa succede nel frattempo fuori dalla casa di cura. Stefano che si consola con altre due ragazze (anche loro succubi della sua prepotenza), Serena e Tania. Scopriamo la famiglia di Stefano, i genitori di Rebecca sull’orlo della separazione, quelli di Tania che ha un momento incestuoso con il padre. Situazioni tutte psicologicamente complesse, in cui ogni personaggio viene descritto con mirabile profondità, nei suoi pregi, nelle sue tare, nei suoi demoni latenti. Troppi personaggi, forse. Talvolta è faticoso seguire i mille rivoli in cui si frammenta la narrazione, ma la storia di ognuno di questi personaggi ha un proprio pathos, una propria complessità, una propria drammaticità. Si sussguono momenti tragici, da vari punti di vista, e Federica è bravissima a creare ogni volta la suspance appropriata per descrivere le cose che accadono sempre suscitando il giusto brivido e la giusta ansia.
Quando si arriva agli ultimi capitoli, succede una cosa un po’ inaspettata. Il flusso narrativo  horror satanico, che per parecchi capitoli era del tutto scomparso, riemerge e monopolizza prepotentemente il finale. Tutto quello che era stato il plot fino a quel momento viene asservito ai capricci di una complicata gerarchia di diavoli, e gli eventi che vengono rappresentati da lì in poi sono perfettamente in linea con il genere, con tanto di persone possedute che camminano sui muri e sui soffitti, corpi squartati e divorati, sangue che schizza dappertutto, esorcisti (sic!) inviati direttamente dal Vaticano, pagine del Vangelo che vengono lette per cercare di debellare i demoni.
Dal punto di vista del genere horror satanico sono pagine assolutamente magistrali, tali da emozionare e coinvolgere anche chi non è un fan di tale filone. Non si può negare che la lettura sia suggestiva, appassionante e giustamente terrorizzante, e si apprezza moltissimo la tecnica dell’autrice nel gestire la tensione e l’intensità.
Tuttavia non riusciamo a convincerci che questo finale non alteri l’equilibrio complessivo del romanzo e non distrugga in qualche modo tutto quello che si era creato nella parte centrale dell’opera. Tutti questi demoni che salgono sulla ribalta rendono impossibile, o perlomeno estremamente ardua e contorta, una lettura simbolica. La stessa figura di Dalia viene completamente distorta da quello che sembrava essere all’inizio. Il contrasto ideologico tra il thriller psicologico e l’horror satanico, viene risolto decisamente a favore di quest’ultimo, e non è una scelta che ci convince fino in fondo.
I meccanismi che fanno emergere i mostri dall’inconscio umano, nei thriller psicologici, seguono delle regole e richiedono una loro coerenza. I capricci dei Demoni immaginari sono invece del tutto arbitrari, e laddove ci si guadagna nel gusto splatter di certe scene (per chi le apprezza, perlomeno) ci si perde in pregnanza, in profondità, in sostanza.
Erano gli autori meno fantasiosi e creativi quelli che nell’antica grecia facevano sbloccare le situazioni più complesse e intricate dall’intervento del famoso deus ex machina, che arbitrariamente sistemava le cose come meglio voleva. Si potrebbe dire che Federica fa la stessa cosa, lasciando risolvere una situazione complessa e intricata di un thriller psicologico a dei diabuli ex machina.
Tuttavia trovo ingeneroso pensare a questo finale come un escamotage furbetto per dare una chiusa d’impatto a un plot che era cresciuto di complessità sin forse ai limiti dell’ingestibilità. Preferisco pensare che nel delineare una storia scritta con l’anima, in cui Federica ha fatto vivere propri fantasmi, paure, terrori, forse ricordi, ci sia stato il momento in cui è stata pervasa da un’istinto di distruzione, un cupio dissolvi, una smania di esorcizzare, in un bagno di sangue e di morti, tutta la costruzione. L’esigenza psicologica di annientare il castello dei propri incubi ha prevalso sulla coerenza narrativa. La passione per l’horror satanico e l’indubbia padronanza narrativa hanno fatto il resto.
Forse la gestione di un’architettura così complessa avrebbe richiesto una distanza e una freddezza che non si potevano pretendere da Federica per una storia nella quale è impossibile non percepire una qualche forma di coinvolgimento profondo. In compenso non si può negare che la lettura di questo romanzo sia sempre avvincente, palpitante e spesso capace di lasciare chi legge col fiato sospeso. Leggere questo romanzo è un’esperienza che non lascia indifferenti e sicuramente non annoia. Non è un romanzo erotico, ma vale sicuramente la pena leggerlo.

Di seguito il link al blog  di Vittorio Xlater:

venerdì 14 marzo 2014

Luci rosse riflesse nel tempo di Marco Rossi Lecce





C'è una strana donna seduta tutti i pomeriggi al bar frequentato da Marco. Una donna dai tratti e dai lineamenti delicati, eppure decisi, tali da far intuire una bellezza mozzafiato perduta, ma non del tutto sopita dagli anni. La donna è anziana, è solita bere un bicchiere di vino bianco e leggere un libro. La donna è terribilmente interessante e Marco non riesce a non notarla, durante i suoi pomeriggi seduto allo stesso bar, al tavolino di fianco al suo. Spinto da una curiosità latente, l'uomo cercherà di trovare un appiglio, un pretesto, per fare in modo di entrare in contatto con quell'animo profondamente conturbante, in grado di destare curiosità al minimo battito di ciglia. E inaspettatamente la donna, accantonando il libro per un momento, presterà lui attenzione. Un'attenzione volta a scoperchiare un mondo perduto e interessante. Un mondo fatto di passione travolgente ed emozioni a fondo vissute. La donna, Sara, confiderà a Marco la sua vita, le sue gesta, riversando una memoria densa di immagini, suoni, colori e amori. Amori per gli altri, amori di altri, amori e passioni di e per sé stessa. Sara diverrà una fonte preziosa di vita, ma anche una sorta d'amante, per Marco, avvinto a doppio filo e attratto, senza apparente motivo, dal ricordo di ciò che non può conoscere, ma solo immaginare. Marco Rossi Lecce torna, dopo il suo “Gli anni confusi”, con un nuovo romanzo dalle note autobiografiche. Dal linguaggio accattivante, raramente spinto, descrive sapientemente la vita di una donna decisa a raccontare di sé, forse per svuotare l'anima, forse per solitudine, forse per semplice voglia di vicinanza. I personaggi del romanzo, tutti abbastanza credibili, si susseguono naturalmente, senza forzature, senza che il ritmo della storia risenta della moltitudine di immagini evocate o di frammenti storici narrati. Partendo da una Dresda degli anni '30, Rossi immerge il lettore in un viaggio lungo anni, passando per la Francia del '68, attraversando gli scontri armati della Roma degli anni '70 fino ad approdare, addirittura, a Bali, terra che, negli anni '80, conobbe i primi rudimenti del turismo ed espansione economica. Ma l'autore tratta anche i temi propri degli anni e dei luoghi da lui descritti, come la guerra e la deportazione, l'avvento della cocaina, la libertà sessuale e tutte le sue relative sfaccettature, non prive di cadute sociali di stile, per approdare, infine, nel mondo dell'industria cinematografica pornografica. Apparentemente fluido e semplice “Luci rosse riflesse nel tempo” tenta di spiegare, in davvero troppe poche pagine, il contesto storico e culturale dell'Europa post bellica, decifrando il moderno stile di vita del nuovo secolo. Pur riuscendoci in parte, facendo fede a connotati storici ben descritti che denotano non solo una ricerca accurata dell'autore, nonché la sua esperienza personale in taluni episodi, Luci rosse non riesce a impressionare fino in fondo. Attenendosi strettamente a narrare le vicende della donna, il romanzo non indaga fino in fondo nei sentimenti provati, non riuscendo, così, a creare la giusta empatia con il lettore verso le scene narrate, nonostante accarezzi la meta più volte. Favorendo una descrizione lineare di avvenimenti realmente accaduti, dei quali comunque è emerso tanto negli ultimi anni, Luci rosse perde un poco di entusiasmo privando il lettore di un emozione che, invece, richiede perché avvinto dai frammenti immaginati, lievemente accennati. Sara è una donna dalla carica esplosiva, capace di donare molto più di ciò che è riuscita, in effetti, a fare durante la narrazione, e non la salvano le descrizioni accurate dei suoi amplessi, che risentono comunque di un susseguirsi troppo ravvicinato nel tempo, perché troppo dettagliati ma privi di spessore emotivo. Ed è un vero peccato, perché si evince la passione, invece, propria dell'autore nel voler chiaramente raccontare una vita che lo ha affascinato e che vorrebbe affascinasse anche altri. Risulta un peccato, inoltre, perché il linguaggio non è mai volgare, estremamente scorrevole e ricco del talento proprio di chi riesce a insinuarsi in una mente inducendola a raggiungere la fine di un libro, sottilmente, senza spiazzare con enormi ed eclatanti colpi di scena, ma solo con la sapienza di una cultura latente e che è possibile evincere in ogni frase. Se, un giorno, l'autore decidesse di ampliare il suo romanzo, arricchendolo con ciò che veramente lo ha colpito, con ciò che davvero avrebbe voluto trasmettere, Luci rosse sarebbe davvero un romanzo impossibile da non leggere, per il linguaggio e per le vicende narrate, testimonianza di un bel mondo perduto e relegato ai ricordi di pochi. Nonostante l'empatia, comunque, ho letto questo romanzo in mezza giornata, segno evidente che la scrittura di Rossi Lecce è davvero buona, dannatamente “adulta”. Per una giovane come me, accanita lettrice, è possibile intravedere, tra le righe, l'esperienza di Marco e il suo profondo rispetto verso i temi trattati. Non c'è nulla da fare, la classe è classe e, nonostante lui voglia apparire un poco più greve, nella sua pagina facebook, per me rimane un gran signore e un valido autore. Curiosa di immergermi nella lettura del suo “Gli anni confusi” intanto invito tutti ad acquistare “Luci rosse riflesse nel tempo” romanzo erotico partecipante al contest indetto dalla casa editrice Damster edizioni ed acquistabile in tutti gli store on line. Seguendo il link riportato di seguito sarà possibili leggere le prime pagine del romanzo, votarlo e acquistarlo.

mercoledì 26 febbraio 2014

L'Inferno di Rebecca - edizioni Damster - un romanzo mio!




Oggi parlerò dell'Inferno di Rebecca. Non per vana gloria. Non per farmi pubblicità, anche se sarebbe del tutto normale, trattandosi del mio libro, ma perché voglio spiegare il contenuto del romanzo, non lasciando al lettore l'arduo compito di farlo o di comprenderne il significato non facile. Negli ultimi tempi si parla moltissimo della violenza sulle donne, della loro sudditanza di fronte ad aggressori in grado di manipolare e aggirare una mente che, fino all'incontro con lui, era sana e colma, sicuramente, di una gioia di vivere pari a quella degli altri. La violenza, non solo fisica, ma soprattutto quella psicologica, si insinua nella mente della vittima, comincia a logorarne le pareti e a scavare una voragine dalla quale risulta quasi impossibile risalire. La coercizione di un essere che si ritiene inferiore,, perché magari avvinto da un sentimento che dovrebbe essere amore ma, nel più delle volte, si tramuta in una sottomissione totale, reca all'aggressore un potere difficile da scalfire. Il carnefice inizia a sentirsi Dio in casa, tra le pareti, continuando a subissare la propria compagnia con cattiverie gratuite, accentuando un'insicurezza nata proprio dalle sue parole. Nessuno è al riparo da tale giogo, e nonostante si pensi che le vittime designate debbano essere donne deboli, inclini a un comportamento simile, molto spesso con un passato triste, ci si deve ricredere. La realtà è che l'arma del fascino e dell'amore è molto più forte di un carattere, se utilizzato con l'intenzione di brandire e fare male. Rebecca è una persona indubbiamente normale, prima di conoscere Stefano, con la propria vita d'adolescente e le inclinazioni sessuali proprie di una ragazza della sua età. Stefano, invece, si dimostra una persona disturbata, dalla spiccata perversione sessuale, affetto probabilmente da quella che si potrebbe definire satiriasi. La sua curiosità verso l'oscuro lo porterà nelle mani di demoni potenti, in grado di esaudire i suoi desideri sessuali nuocendo gravemente a tutti coloro con i quali verrà in contatto, facendolo sentire onnipotente e sprezzante delle regole. Ma i demoni delle regole le hanno e, nonostante si stia parlando del male puro, atto a soverchiare la coscienza umana a qualsiasi costo, le regole devono essere rispettate, pena la morte. Ma non una morte indolore, priva di sofferenze. Una morte al “Monaco di Lewis”, alla “Doria Gray”, atta a punire insubordinazioni, atta a far comprendere cosa significhi vendere la propria anima in favore della realizzazione del proprio ego. E metaforicamente, la morte è atta a provare come la violenza generi violenza. Perché di questo si parla, nell'Inferno di Rebecca. Di violenza, di squallore, di sesso perverso, di sottomissione. Esistono personaggi positivi? Si, ma come nella realtà di chi vive una violenza, non emerge. Tutto il mondo sembra ignaro alla sua sofferenza. Quale scappatoia, se non rifugiarsi in un mondo fatto di dualismi, dove il proprio doppio è in grado di agire per proprio conto? L'unica via di salvezza sembra la pazzia. Se di pazzia si può parlare. La realtà dell'Inferno è il voler sondare e spiegare come una persona, apparentemente sana e lucida, possa essere soggiogata dalla scaltrezza e furbizia di un'altra, magari dotata semplicemente di una personalità più forte. L'inferno è un intreccio di vite di esperienze, di sensazioni e, in taluni casi, di una normalità sconcertante. Volete scoprire un mondo sotterraneo che, ultimamente miete vittime come mosche? Leggete L'Inferno di Rebecca. Ma non se avete uno stomaco debole. Perché i demoni sanno essere lussuriosi, ma l'essere umano è capace di una fantasia ancora più feroce e lubrica.
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martedì 25 febbraio 2014

In Paradiso di Antonella Aigle


In Paradiso (Damster - Eroxè, dove l'eros si fa parola)


La vera bellezza di frequentare facebook, piattaforme sociali in generale e amazon è il continuo ricercare, scovare e godere di nuovi autori, validi. Utilizzare ciò che la rete mette a disposizione per arricchirsi culturalmente credo sia la cosa migliore che si possa fare, specialmente in un periodo in cui l'italiano è sempre più messo alla berlina in favore di un estremo amore per lo straniero. Perché ti fanno credere che straniero è bello. Che le uniche letture che valga la pena fare siano quelle oltreoceano, o comunque oltre il nostro paese. Poi, invece, capita di imbattersi in romanzi come “In Paradiso” e finalmente uno squarcio arriva a frammentare quel lugubre e grigio panorama letterario fatto solo di sfumature di rosso, viola, grigio, nero... Insomma quello che volete, pur che sia non italiano. Diamine, abbiamo fior fiori di scrittori scalpitanti e in attesa che qualcuno creda in loro e che li legga, e noi ce ne andiamo in giro sfarfallando, magari dicendo anche che qui in Italia non si è in grado di scrivere erotico come all'estero? Allora Antonella Aigle, edita da Damster, che ha scritto un romanzo in grado di farsi leggere in una mezza giornata, non è forse degna di attenzione? Io dico di si. Inizialmente, come al solito, sono andata a leggere le recensioni e i commenti su Amazon, tanto per farmi un'idea. E tra i “superlativo”, solitamente non troppo veritieri, mi sono imbattuta nel “non lo comprate, per carità di Dio”. Inutile dirlo, mi sono incuriosita ancor di più, chiedendomi come si potesse avere pareri tanto contrastanti. Dal momento che qui in Italia vige la moda di voler essere ciò che non si è, quindi: scrittore, recensore, allenatore e qualsivoglia mestiere, magari facendo tutt'altro, ho soprasseduto a tali commenti, decisa a farmi un'idea mia del tutto. All'ora di pranzo mi son messa comoda sul divano e ho iniziato a conoscere Francesca, la protagonista. In pochissimo tempo sono arrivata al cinquanta per cento del romanzo domandandomi circa l'identità di talune persone in grado di definire “In Paradiso” assolutamente da non leggere. Giunta, subito dopo cena, alla fine del romanzo, mi sono chiesta se, per caso e come sempre, non ci fosse lo zampino di qualche autore invidioso dietro ai nick fantasiosi volti a sminuire il lavoro della Aigle. È indubbio il fatto che ci si trovi davanti al romanzo d'esordio di una scrittrice con poca esperienza, lo dimostrano gli errori dovuti alla disattenzione oppure ad alcuni particolari quali tre punti esclamativi consecutivi, il ripetere il nome dell'interlocutore nonostante sia ben chiaro di chi si tratti. Ma, ragazzi, come ho già tenuto a sottolineare in precedenza, un autore è un autore e il suo mestiere è quello di scrivere storie che riescano a coinvolgere, ad emozionare, a trasmettere. E la Aigle tutto ciò lo ha fatto. Leggendo e andando avanti, magari documentandosi, dal punto di vista di qualche particolare in più sulle regole dell'editing, sicuramente perfezionerà ciò che “In Paradiso” è ravvisabile come refuso, ma in quanto a talento nel voler esprimere concetti non ha certo di che giustificarsi con nessuno. Le si è imputato il fatto di descrivere il rapporto anale al secondo giorno di conoscenza con l'uomo dei suoi sogni, nonostante la protagonista non ne avesse mai fatto “uso”. Ragazzi: succede. E neanche così poco spesso. Certo, io avrei ridotto i numerosissimi amplessi, cosa magari non proprio veritiera, ma si tratta di un romanzo, non di vita vera. E ogni uomo, così come ogni donna, sogna notti di interminabile e fantastico sesso, anzicheno! Le si è imputato il fatto di aver parlato della protagonista intenta a bere, e cito testualmente, sperma come fosse cocacola, cosa non solo non vera, dato che l'autrice non ha mai utilizzato neanche lontanamente un espressione volta a pensarlo, ma, comunque, possibile. Vorrei ricordare che i pensieri che possono scattare nella mente di una ragazza come quella descritta nel libro sono molteplici e non per forza confinati in una morale imperante nella società perbenista che vige ai giorni nostri. Su questo punto, oltretutto, avrei molto da dire, dal momento che nessuno ne parla, ma chissà come mai, i romanzi erotici vanno a ruba. È stata altresì mossa l'accusa di ripetere l'espressione “raggiunse l'orgasmo gridando il suo nome” addirittura con il supporto di una cifra. Il commentatore si è messo a leggere il romanzo contando le prole... Queste sono le critiche assolutamente inutili di cui nessuno ha bisogno. Non ci sono molti modi per esprimere determinati concetti, e per quanti se ne possano trovare, si risulterà sempre poco originali. Siamo nel 2014, non nel 1900, e come la musica, molto è stato già scritto e divulgato. La maestria di un autore sta nel creare una storia coinvolgente e narrarla nella maniera più empatica possibile. E la Aigle, questo, lo ha fatto. Leggendo un romanzo erotico io mi aspetto di avvertire un brivido di eccitazione, una sorta di divertimento o di coinvolgimento emotivo. Bene, nel “In Paradiso” non manca nulla di tutto ciò. Non posso che ritenermi soddisfatta della lettura, e posso asserire, senza ombra di dubbio, che attenderò maggio per leggere il secondo romanzo di Antonella, già nella programmazione della Damster edizioni. Spero si giunga, prima o poi, al bando di questa esterofilia dilagante. Gli americani non sono migliori di noi, ragazzi, hanno solo mezzi più potenti per arrivare nelle nostre librerie. Punto. Di seguito lascio il link al romanzo di Antonella Aigle, “In paradiso”, invitandovi al suo acquisto:http://www.amazon.it/In-Paradiso-Damster-Erox%C3%A8-parola-ebook/dp/B00GG2JEX0/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1393244665&sr=1-1&keywords=in+paradiso