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venerdì 3 ottobre 2014

Lungo la via del pensiero di Andrea Franco

Lungo la via del pensiero: 4 (Serial Killer)
Una puttana. Abbordare una puttana è la scelta più semplice per un serial killer. In fondo, a chi importa di una puttana straniera? A nessuno! Ed è per questo motivo che Gianfranco Stavanin se ne va in giro per le strade, le sceglie e le porta a casa. Per scattare foto. Per fare filmati. Per avere quel sesso che ha conosciuto per caso e che lo pungola in maniera perversa. Per provare a sua madre che finalmente ha trovato la donna giusta.
La verità è che non sono solo puttane, le donne che cerca, e lo sa lui come lo saprebbe sua madre se non fosse morta. Sono tentativi. Ogni ragazzo porta a casa la propria fidanzata, sperando nell'approvazione e nell'accettazione della propria scelta. Ogni ragazzo cerca la conferma, nei suoi genitori, di aver fatto bene, di aver agito secondo coscienza e maturità. E Gianfranco è questo che ricerca in ognuna della sue “conquiste”. La tanto agognata approvazione di sua madre. Un'approvazione che, a quanto sembra dal numero di vittime crescente, non arriva mai. Ciò che pensa suo padre è secondario, perché in fondo non è lui quello che ha decretato un futuro perverso e ricco di insoddisfazioni e scatti d'ira nel suo animo. Gianfranco non cerca uomini su cui riversare la sete d'amore e accettazione di cui si sente colmo. Gianfranco cerca Maria Amelia, Donatella, sua madre...
Non è semplice entrare nella mente di un individuo squilibrato, preda dei suoi istinti più nascosti contrapposti a un'adolescenza ormonale ancora in pieno svolgimento nonostante l'età adulta. Non è semplice, eppure Andrea Franco ci riesce. E bene, aggiungo. In un romanzo si impiegano capitoli e capitoli per rendere la struttura della trama omogenea alla personalità del protagonista, mentre Franco riesce in poche righe a fornire qualsivoglia elemento per intuire e comprendere intrecci e passati. Mediante flash back ben cadenzati, seguendo un ritmo incalzante proprio del thriller, Andrea racconta e mostra quanto la mente dello Stevanin fosse immersa in un universo parallelo alla società che lo attorniava all'epoca dei fatti. E la cosa affascinante è che l'autore riesce ad accompagnare il lettore nei sentieri della storia quasi lo prendesse per mano addentrandosi in una casa degli orrori da luna park anni Novanta. Sembra, in effetti, di scorgere l'omicida mentre accosta l'auto al marciapiede, parlando con Gabriella e mostrando alla donna il lato innocente e quasi scialbo che lo contraddistingue agli occhi dei passanti. Persino quando viene fermato dalla polizia sembra di sudare con i poliziotti, in attesa del controllo di routine circa i suoi trascorsi e si impallidisce di stupore proprio come i due agenti nell'apprendere gli insospettabili reati di cui Gianfranco è colpevole. Interessante l'introspezione del personaggio secondo il quale si evince l'odio verso la figura oppressiva della madre e, nel contempo, la continua ricerca di approvazione quasi come se la morte di quest'ultima abbia posto fine alla possibilità di redenzione condannando lo Stevanin a una continua ricerca insoluta dell'essere accettato con le sue debolezze e i suoi difetti. Forse, alla fine, non si gioisce neanche tanto al pensiero che l'omicida sia stato catturato. Forse, alla fine, si prova compassione per un ragazzo oppresso le cui decisioni future sono state scelte dalla cattiva condotta genitoriale. Forse, alla fine, di prova pena per uno psicopatico reso tale dagli eventi. Però, proprio alla fine, forse si tira anche un sospiro di sollievo a saperlo in un luogo dove non potrà più nuocere a nessuno.
Il linguaggio utilizzato è diretto, senza parole arzigogolate per provare chissà quale bravura: il talento di Andrea Franco non ha bisogno di artefici di alcun genere, dato che riesce a emergere in maniera tanto lampante persino da un racconto lungo.

La Delos conferma la ricercatezza nello scovare autori validi e colmi di talento e io ho trovato un nuovo scrittore da seguire. E da consigliare!

http://www.amazon.it/Lungo-via-del-pensiero-Serial-ebook/dp/B00HUFHC72

lunedì 14 luglio 2014

Contrada di Anton Francesco Milicia



Il Fabbro. Un pazzo scatenato che con le sue frasette in latino lo sta facendo diventar matto. Vuole innalzarsi a qualcosa che non è, a qualcosa che si crede, ma che non riesce a raggiungere perché psicopatico. Ecco cosa pensa il maresciallo Pasquale mentre prende visione dell'ennesima vittima. Vittima, creatura, in qualsiasi si voglia chiamare quello scempio lasciato dal pazzoide di Locride. Che poi ha avuto il coraggio di telefonare durante la trasmissione di “Dove sei?” seminando il panico ovunque. Possibile che la sua terra natia abbia potuto partorire un personaggio simile? Convinto di essere nel giusto, di essere al di sopra delle parti e tronfio come il padreterno. Assurdo. Inoltre, a tutto, ci si aggiunge anche la voglia di mistero degli specialisti, neanche ci si trovasse nel mezzo di un thriller di Follet, dannazione! La realtà, lo sa bene il maresciallo, riesce a valicare i confini della fantasia in maniera talmente netta e insospettata da inquietare più di un romanzo di King.
Torna Anton Francesco Milicia, questa volta con il suo primo romanzo, di ampio respiro e dalle tinte forti, quasi accecanti. Se 5 morsi di morte aveva convinto, entusiasmando e lasciando una sorta di amaro in bocca per la brevità, Contrada sazia, disseta e rinnova nuovo languore di lettura. Un thriller in piena regola, l'opera dello scrittore calabrese, in terra del profondo sud il cui calore trasuda da ogni parola, ogni singoli punto o virgola. Partendo dal pensiero freddo, lucido e razionale dell'assassino, questa volta Anton Francesco getta il lettore in pasto alla pazzia, quella vera, quella che compie efferatezze scaltre e volute, senza ombre di rimorsi, eredità di un mondo proiettato a velocità inusitata verso il futuro e il progresso. Un futuro che inghiotte il passato senza pietà, che dimentica passioni perdute, amori infranti, morti devastanti e improvvise. Indagando il dolore, quello reale, capace di modificare l'ego di un individuo al punto di condurlo a un nuovo livello di consapevolezza, la pazzia appunto, Milicia intreccia le giornate di un maresciallo stressato, pur sempre ottimista, da un caso più grande di tanti altri passati. Come diamine si può pensare di ridurre un proprio simile a pasta modellabile per dar vita alle proprie frustrazioni e macabre fantasie? Eppure la mafia lo ha sempre fatto, per proprio tornaconto, nonostante lo faccia con il bene placido di uno stato silente, troppo spesso inerte davanti a tali nefandezze. Condannando duramente la 'ndrangheta e tutto ciò che ruota attorno ad essa, Milicia conduce per mano il lettore nelle strade della sua città, quasi facesse da cicerone in uno strano e devastante tour di crudeltà e sudore. Il sangue, che scorre quasi si trattasse di rivoli cristallini di acqua fluviale, delinea i contorni abbozzati di uno stile di vita sconosciuto ai più, più consono e familiare a chi in quelle terre ci vive ed è in grado, quindi, di descriverne gli effetti e le cause. Mediante dialoghi ben scritti, mai banali, colloquiali il tanto che basta a rendere i personaggi credibili e quasi conoscenti di vecchia data, l'autore esalta il suo amore per la propria terra, sì preda di cattiverie, come del resto ce ne sono ovunque, ma talmente bella da rimanere nel cuore anche di chi “osserva” il quadro di Milicia. Le pennellate, dai grumi di colore intensi che dona Anton Francesco alla tela che è il suo Contrada, riescono a far filtrare la luce degli eventi senza ombre, crescendo di profondità e spessore man mano che il suo thriller prende corpo e guadagna terreno nella mente del lettore. L'assassino, lucido, pazzo ma razionale, diviene quasi capro espiatorio di una società troppo concentrata nella fretta di vivere, dimentica della bellezza di un'amore vissuto, dell'intensità di un affetto paterno perduto troppo presto. Ma la denuncia di Milicia va oltre. La perdita di una cultura che sente il bisogno di mettere in evidenza tramite le frasi inquietanti dell'assassino, per l'autore, sembra un dettaglio da non trascurare e da portare alla luce tramite i segnali di pazzia, quasi se lo studioso moderno sia una sorta di psicolabile da temere e allontanare. E non è forse così, d'altronde? Tra i provini del grande fratello e i programmi insulsi trasmessi dalle reti televisive che tentano di annegare la psiche umana nelle quisquilie di poca importanza colpevoli, però, di porre in evidenza tutta l'ignoranza di cui la gioventù odierna sembra cibarsi, l'essere colto sconcerta e inquieta, contrariamente a ciò che dovrebbe essere.
Magistrali, anche se un poco dispersive a volte, le descrizioni accurate dei luoghi in cui si svolgono i fatti narrati, denotando ancora una volta il profondo legame che l'autore possiede con la sua terra, particolare che si riscontra molto spesso negli autori provenienti da piccoli paesi dove ancora si respira un senso di appartenenza estraneo ai nativi delle grandi città, inglobati in un'immensa giostra barocca di vizi inutili.
Preludio a Morsi di Morte, Contrada è la storia di una società ancor prima dell'assassino e della sua caccia; antitesi alla mostruosità narrata nel breve racconto edito su amazon, il romanzo di Milicia avvince, diverte ed entusiasma, quasi fosse, in fondo, l'autoritratto dell'autore stesso che, posso assicurare, è una gran persona ancor prima di essere un grande scrittore, per nulla improvvisato nonostante l'esordio.

Vivamente consigliato, Contrada delle Case Vecchie attende di emergere dal buio...     

domenica 29 giugno 2014

Il peccato della sirena di Maria Michela Di Lieto


Il peccato della sirena (History Crime)

Piove. Diamine, piove e il mare sembra ostacolare anche il suo cammino verso il rifugio sicuro e asciutto che è la grotta dei Cappuccini. Inoltre sembra che la sua fedele amica, ormai vuota dell'alcool che gli ha donato, abbia deciso di procurargli allucinazioni a non finire. Non può essere altrimenti. Con un tempo da lupi, come quello, nessuno uscirebbe in mare con una barchetta da pescatore senza neanche una luce a rischiarare la via. Si, decisamente ciò che Pino vede, nel suo arrancare verso il rifugio, non è altro che un sogno sfocato causato da quella dannatissima bottiglia. E forse è un 'allucinazione anche la donna che con lui divide il riparo asciutto e sicuro. I lampi ne delineano il profilo, ma è solo avvicinandosi un poco di più che Pino si rende conto che la donna è reale, livida, fredda e... morta! Dio, ci mancava solo questa! Una donna stupenda morta, probabilmente ammazzata, lì di fianco a lui... Saranno problemi del brigadiere, non suoi, eppure non riesce a reprimere un grido di profondo orrore.

Siamo ad Amalfi, nel 1817, e l'ignoranza e la povertà sembrano aver oscurato la bellezza del luogo esotico e pittoresco che è la cittadina del centro Italia. Nonostante la pioggia insistente, si riesce a percepire una sorta di afa che rende i movimenti e i pensieri pesanti, difficili e terribilmente faticosi. Ed è proprio questo che affascina, inizialmente, del “Peccato della sirena”. Prima ancora che Giovanni e Biagio si trovino a fare i conti con quell'ubriacone di Pino e il suo macabro ritrovamento, Maria Michela Di Lieto, infatti, riesce con pochissime parole a immergere il lettore nell'Amalfi criminosa che dipinge, nel buio della spiaggia, con la risacca e la lieve brezza portatrice di pioggia. Sembra di venir abbagliati dai lampi e, più tardi, di vedere chiaramente il volto della donna riversa sulla parete di pietra priva di vita e brutalmente uccisa. Un giallo prima ancora di un thriller, Il Peccato della Sirena sembra quasi uno spin off di un caso del commissario Montalbano. Narrato con la stessa semplicità, chiaro ed esaustivo in ogni sua parte, il racconto della Di Lieto fa comprendere in pieno perché un opera della sua autrice sia stata pubblicata, nel 2012, all'interno dei Gialli Mondadori. Bravura, talento, sapienza nella descrizione dei personaggi prima ancora che dei luoghi, fanno della Di Lieto un'autrice che non ha nulla da invidiare ai suoi colleghi più noti del genere. I suoi dialoghi non sono mai scontati, anzi ricchi di particolari in grado di fare di una semplice frase una scena precisa di un ipotetico lungometraggio. Si, perché diciamolo: Il peccato della Sirena è scritto quasi fosse una sceneggiatura. Il lettore ha perfettamente in mente i luoghi, i colori e le situazioni in cui si muovono i protagonisti del racconto, quasi in effetti lo stia vedendo proiettato su uno di quei muri con il proprio super8 d'epoca. Non dimentichiamo l'ambientazione storica, che solo accennata all'inizio del racconto riesce a donare una sfumatura color seppia all'intero contesto. L'autrice, purtroppo confinata nel limite delle battute prestabilite dalla collana della Delos, esplode in un piccolo capolavoro, creando un racconto in grado di donare molto, suscitando nell'animo il desiderio di leggerne ancora e ancora. Ci si chiede quando sarà possibile leggere un suo romanzo, data la bravura, ma ci si accontenta anche delle perle che dona, con saggezza e sapienza, testimoniando come non bisogni per forza scrivere 400 pagine per essere incisivi e profondi. Scrivere racconti non è semplice, e scriverne di tali lo è ancor meno. Decisamente consigliata a chiunque adori leggere e non soltanto ai fruitori del genere thriller o giallo, Maria Michela Di Lieto convince fin dalle prime battute. Insomma, il canto della sirena, per quanto peccaminoso, attrae di nuovo, come nella storia, senza però condurre alla sventura. La sirena, questa volta, è portatrice di una storia meritevole di esser letta e apprezzata.

lunedì 14 aprile 2014

Due di Andrea Biondi


Due

Romano? Si? Romano, ricorda le distanze.
E Romano alle distanze sta attento. Inizialmente, per lo meno. Il problema è che questa Giulia è così maledettamente bella. Anzi no, è proprio figa! E il fatto che dimostri di provare un qualche recondito interesse per lui è un evento a dir poco scioccante, sconcertante, se vogliamo. Potrebbe rovinare tutto, con il suo solito modo di fare, Romano. In fondo, però, a pensarci bene... Lui rischia di morire! Lui, diamine, rischia sul serio di morire. Questo è quello che gli ha detto la ragazza, questo è quello che gli indizi nella sua vecchia casa di montagna sembrerebbero confermare. Storie di fascisti, storie della sua famiglia, di cui lui sembra totalmente ignaro. Suo nonno come diavolo è morto? Possibile che lui non sappia in che modalità ha visto la sua fine il padre di sua madre? Impossibile, in effetti... Eppure questa Giulia sembra saperne più di lui. Ma poi, questa Giulia, chi è? Già, chi è Giulia?
Romano? Si? Romano, le distanze!

Come definire il romanzo di Andrea Biondi? Irriverente e ironico thriller? Inconsueto storico dalle tinte umoristiche? Come? Una vera definizione non c'è. Si può dire, però, che si tratta indubbiamente della meravigliosa prova scrittoria di uno autore, ora emergente, che al suo romanzo d'esordio dimostra una bravura inconsueta nel catturare il lettore incuriosendolo nel divertimento di scoprire i suoi personaggi. Diciamocelo. Solitamente solo i thriller d'oltreoceano fanno ridere, per lo più, oltretutto, quelli che vengono trasposti in versione televisiva o cinematografica. È raro che un autore italiano riesca in un'impresa tanto ardua e il fatto che, tra le righe di questo romanzo, sia rintracciabile ciò che della nostra Italia è ancora puro, il dialetto, è una marcia in più che non guasta assolutamente. Attingendo alle radice profonde facenti parte il lettore, infatti, Biondi consente a chi lo legge di immedesimarsi, calandosi nei contesti descritti, anche in quelli storici. Due non è solo un titolo per un romanzo ben scritto e talentuosamente intessuto, infatti, bensì rappresenta tutto il dualismo che la vita di una persona rappresenta. Due sono i contesti storici narrati, due le voci narranti, due le personalità di ogni personaggio, due i luoghi del passato e del presente. La voce di Romano, dissacrante e tremendamente divertente, si somma a quella più mite e insicura di Giulia, creando il look perfetto di una storia che affonda i ricordi in misteri di cui noi italiani siamo veramente poco informati. Italo Balbo, la sua morte, la guerra in Libia, il fuoco amico, i tesori nascosti dei fascisti che, forse, neanche saranno più trovati. Biondi riesce, in maniera semplice, quasi come bere un bicchiere d'acqua, a creare una storia avvincente, dalle tinte noir, con tanto di smilzo e ciccione, capo figo e sorridente dai vestiti dal taglio elegante e sofisticato, e vecchio misterioso a capo dei servizi segreti italiani. Una sorta di “Piazza delle Cinque Lune” in chiave romagnola, descritta però con un'ironia e una simpatia che hanno dell'incredibile. Sovente ci si trova a ridere di gusto davanti ai dialoghi interiori di Romano, così perfettamente naturali e giusti. E il dualismo espresso dal Biondi risiede anche in questo. Si evince, in effetti, quanto la voce interna della coscienza rispecchi in pieno il carattere reale di una persona e quanto, invece, sia differente dall'aspetto mendace di cui ci si vuole vestire in società. I pensieri di Giulia anche hanno lo stesso scopo, ma risultano meno incisivi, forse soltanto perché la personalità dell'uomo è semplicemente più interessante e accattivante. La storiografia del romanzo è ben delineata e si comprende lo studio dettagliato che l'autore ha condotto per donare al lettore un lavoro il più possibile corretto e pulito, riuscendoci per altro in maniera esemplare. Non c'è che dire, la lettura di Due è stata altamente piacevole, scorrevole ed estremamente divertente. Tutti noi vorremmo avere un Romano pronto a farci fare due risate, esternando quei pensieri che abbiamo, in effetti, all'interno delle nostre coscienze ma che difficilmente riusciamo a palesare con comportamenti e parole. Oltretutto con la capacità di sdrammatizzare situazioni difficili, al limite della sopportazione psicofisica. Ma quel Romano, in fondo, potrebbe essere chiunque, se solo ogni persona riuscisse a non commiserarsi, piangendosi addosso per ogni minimo ostacolo, trovando il lato ironico e, mediante questo, riuscire a godere di ogni istante della vita come se fosse l'ultimo. Arrendersi mai, provare sempre una via di fuga, un modo di risolvere i problemi prendendoli di petto e non aggirandoli o scappando. Perché scappare non è mai una soluzione e il Biondi, in questo, è chiaro. L'ironia e la simpatia, con un sorriso a far da sfondo, possono più di un cazzotto ben assestato. Poi certo, la fortuna è sempre ben accetta! Davvero un'ottima prova d'esordio, questo Due, al quale, potete starne certi, seguiranno altri mirabili lavori. Per il momento credo proprio che leggerò il secondo romanzo di Biondi, uscito nel 2013, rimanendo in attesa di quello di quest'anno. Perché un autore così non credo abbia la possibilità di fermarsi qui, avendo il compito sacrosanto di continuare a scrivere per i lettori che lo hanno letto, apprezzato e che desiderano seguirlo.   

venerdì 11 aprile 2014

Morsi di morte di Anton Francesco Milicia


Morsi di Morte

Padre Matteo è un pretucolo di campagna, assegnato al gregge sparuto e incanutito di un piccolo paese della campagna calabrese. Beh, non è proprio una chiesa canonica immersa nel clima gioviale della gioventù in boccio, quella in cui serve messa, ma i patti con i superiori sono stati chiari e concisi. Pur di salvarsi la pelle, infatti, Padre Matteo è scappato dalla grande città e da un'accusa infamante e dannatamente seria. Abuso sessuale, gente. E che abuso. E mica solo di un minore... No, di ben diciassette ragazzini. Solo uno di loro ha sempre insistito a dichiarare la sua innocenza, pur remando contro la moltitudine di coetanei che invece proclamavano l'abominio ricevuto. Ma tant'è... Padre Matteo, resistendo strenuamente contro l'impulso malato della sua mente, continua a sopravvivere in quella piccola chiesa di campagna. Però qualcuno sa, qualcuno ha capito... E non solo in città.

Inizia così il breve racconto di Antonio Francesco Milicia, autore esordiente ma dalla penna straordinariamente colma di talento. Si, ragazzi, talento. Perché non è semplice tessere la trama fitta di una storia intricata come quella che ha descritto, nel suo “Morsi di morte”. Come in una ragnatela, come lui stesso definisce il mondo in cui si muove uno dei personaggi chiave della narrazione, Milicia produce, a ogni piccolo passo, un filo di seta capace di intessersi perfettamente, creando ricami senza difetti alcuni, non lasciando assolutamente nessun dettaglio al caso. Il lettore è portato a leggere febbrilmente pagina dopo pagina, non subendo per nulla la brevità del racconto. Come se fosse riuscito a costituire, grazie alla penna, un piccolo mondo, Milicia riesce ad accattivare, esaltare e incuriosire, trasmettendo ansie e angosce proprie delle vittime descritte. La denuncia della pedofilia clericale, argomento purtroppo in auge nei tempi moderni, riesce a essere incisiva per quanto l'autore non si soffermi affatto sui particolari scabrosi che, sovente invece, tendono a tempestare le pagine dei quotidiani nazionali interessando per la loro morbosità più che per l'evento in sé. È possibile riscontrare, inoltre, la testimonianza di come lo sconforto e il danno mentale e psicofisico di tale reato siano in grado di insinuarsi nell'abusato, creando un mondo parallelo di realtà distorte, capaci di giustificare in qualche modo gli impulsi primordiali di una voglia di rivincita sull'aguzzino, agognando a una sua fine in maniere insospettate e insospettabili. È sconvolgente come, in effetti, Milicia riesca in sole ventiquattro pagine a rendere il senso di ansia, di ingiustizia, di pazzia latente e conseguente a un abuso infantile. È sconvolgente come un autore esordiente riesca laddove molti suoi colleghi di più elevato spessore e con mezzi altamente superiori a disposizione hanno fallito in passato. Un thriller, dai risvolti fantastici con brevissimi accenni all'universo horror, solo accarezzato, quest'ultimo, nonostante, forse in un contesto più ampio, sarebbe entrato di rigore e diritto nella narrazione sposandosi perfettamente al contesto socio culturale descritto. Magistrali le frequenti metafore utilizzate che riescono a rendere perfettamente determinate scene altrimenti scomode e crude nel contempo. Insomma, al suo primo lavoro Milicia dimostra di avere tutte le carte in regola per sfornare un lavoro di più ampio respiro, come un romanzo, non deludendo, comunque, sul genere breve del racconto. In attesa di prossimi sviluppi futuri, che so per certo sono in arrivo a breve, non posso far altro che consigliare la lettura del suo “Morsi di morte”, complimentandomi con lui e con il fato che ogni tanto col suo zampino riesce a mettermi sulla stessa strada di validi autori.  

mercoledì 26 marzo 2014

Passioni mortali di Isabel Heyers (nom de plume di Fabiola D'Amico)


Passioni mortali


L'amore coglie Matt impreparato, nonostante lo spinga a rivelare una parte del suo carattere così repentinamente da farlo dubitare addirittura del suo futuro. Mai aveva preso in considerazione la prospettiva di creare una propria famiglia, mandare al diavolo la sua imperitura carriera di accattivante gigolò assieme al suo collega e amico David donando il proprio cuore a una donna speciale. Ma, nel momento in cui vede per la prima volta Rebecca ogni sfaccettatura della sua vita passata perde di valore, intensità e i contorni dei ricordi vengono offuscati dalla bellezza e dalla dolcezza della donna. Il loro incontro avviene in maniera strana, totalmente inusuale, mettendo subito i due nella condizione ideale di provare una passione potente e impensata. Ma ben presto Matt e Rebecca comprendono quanto sia impossibile vivere il loro amore alla luce del giorno. Lei, assediata e oppressa da una sorella dalle forti turbe psichiche, possessiva in maniera totale e allucinante, e preda di un egoismo che raggiunge soglie di inimmaginabile cattiveria. Lui, preda della sua impulsività che lo rende incapace di attendere, comprendere, amare come dichiara di voler e saper fare. Questa volta la Fabiola D'Amico ci introduce nelle trame fitte di un thriller mozzafiato, carico di erotismo e note di ironia insospettabili, nonostante qualche avvisaglia lei stessa l'avesse lanciata nella stesura di “Una giornata da favola”. Fin dalle prime pagine si viene proiettati nei meandri di una narrazione avvincente, per le vie di Miami, fianco a fianco con la squadra Swat intenta a sgominare una banda di narcotrafficanti aiutati nei loro traffici da una talpa all'interno della squadra stessa. Insomma, i presupposti appaiono succosi fin dalle prime battute e la D'Amico non sembra più una scrittrice italiana, ma addentrata nella filosofia americana del genere, quasi stesse ideando la trama di una serie televisiva poliziesca di grido. Non esagerando mai, descrive in maniera minuziosa scene verosimili, addentrandosi nella psicologia dei personaggi permettendo al lettore di immedesimarsi nel migliore dei modi. La lettura risulta, quindi, avvincente da subito. In meno di un'ora si giunge a metà romanzo rendendosi conto di avere avuto la percezione di avere appena iniziato. Come detto in passato, la D'Amico, nonostante la sua ritrosia e timidezza con cui si schernisce nel definirsi scrittrice, peccando di eccessiva umiltà, fornisce le prove di essere degna di tale appellativo, dotata di un talento naturale nella scrittura e nella narrazione delle sue storie. La maniera in cui espone le scene erotiche non infastidisce mai, accattivandosi, invece, l'approvazione del lettore che appare, via via, più convinto di aver fatto la scelta giusta. Non riesco a comprendere, a volte, determinate dinamiche che creano dislivelli tali da rendere più famoso un autore piuttosto che un altro quando, a una semplice obiettività, apparirebbe chiara la differenza sostanziale tra i mediocri e i meritevoli. Inutile dire che la D'Amico entra a far parte, di diritto, nella fazione dei meritevoli. Non solo per la storia che, fino alle ultime battute, regala colpi di scena intelligenti e per nulla “gigioni”, anzi anche molto azzardati e audaci, ma per la sapienza che l'autrice dimostra nel saper narrare tali scene, non risultando mai noiosa, avvincendo, invece. Per questo motivo mi sento in dovere di consigliare la lettura di questo romanzo. Per godere di una buona storia, per saggiare la bravura della D'Amico nel sapersi addentrare, con talento, in nuovi filoni letterari fino a questo momento non sondati e per comprendere, una volta per tutte, la realtà sulla fucina di autori italiani: di bravi ce ne sono e se solo fossero pubblicizzati come meriterebbero, lo saprebbero in molti.  

lunedì 24 marzo 2014

Week end tra amici, film di Stefano Simone

WEEKEND TRA AMICI


Un fine settimana tra amici, due giorni da trascorrere, di rito, insieme alle vecchie conoscenze con cui si è cresciuti. Rivangando ricordi, condividendo una passione che accomuna quelle menti che, in gioventù, si unirono per alchimia o, forse, soltanto per circostanze fortuite. Gianni, Stefano, Fabrizio e Marco si ritrovano, quindi, in un casolare fuori città, isolati, per assistere alla proiezione televisiva del quadrangolare di calcio che coinvolge le loro squadre del cuore. In un crescendo di dissidi, ben presto, ciò che apparirà chiaro e cristallino sarà la totale mancanza di interesse per il pretesto iniziale, il calcio, in favore, invece, di uno scontro sistematico tra personalità distanti, differenti e in competizione fra loro. Dando ampio margine e spazio ad alterchi sistematici, la situazione andrà degenerando, rovinando pericolosamente verso situazioni fin troppo reali e moderne. Un “Weekend tra amici” narra, in effetti, proprio dell'aspetto sociale che ben contraddistingue il mondo odierno, ovvero l'ipocrisia e la voglia imperitura di mantenere una facciata distante dalla realtà, dipingendo la propria vita agli altri in maniera tale da suscitare pietà per non si sa bene quale scopo. Forse per dimostrare una fragilità che, in realtà, non si possiede davvero al solo fine di essere compatiti e protetti, come una mamma amorevole farebbe con il proprio figlio. Una denuncia, questa, atta a dimostrare quanta poca maturità caratterizzi l'animo umano moderno. Sovente si ascoltano notizie ai telegiornali riportanti fatti di cronaca allucinanti, intrisi di una violenza difficile da comprendere, ma propria dell'essere umano. E nel lungometraggio di Stefano Simone è facile carpire le motivazioni che, solitamente, spingono verso il sangue e la violenza. Non si parla mai di come le amicizie nascano, ma molte volte sono eventi distanti e improvvisi a unire delle persone nettamente distanti tra loro per personalità e stile di vita. Nel film presentato da Stefano Simone, infatti, gli amici non sono altro che persone totalmente differenti per carattere e status sociale, uniti da una gioventù lontana che non ha forgiato la loro personalità, bensì solamente creato le basi affinché sfociasse nel carattere di latente insofferenza ed egoismo che si evince nel presente. E sovente, bisogno dire, accade proprio così. Quante persone hanno tra le proprie amicizie individui che mal sopportano, ma che dichiarano di tenere in considerazione come fossero fratelli solo per convenzione sociale e abitudine temporale? Moltissime, anzi quasi tutte. Ma “Week end tra amici” non è soltanto questo. È denuncia verso la violenza immotivata, verso l'indifferenza che molti dimostrano ai problemi altrui, verso discussioni sterili che troppo spesso sfociano in alterchi esagerati in grado, addirittura, di causare gravi danni al prossimo, se non proprio la morte. Stefano Simone, e lo sceneggiatore Francesco Massaccesi, hanno voluto denunciare la scarsa considerazione della vita altrui per lasciar ampio spazio alla ragione del proprio essere. I frequenti omicidi di cui sono colmi i notiziari, d'altronde, non riescono a sfatare questo mito che, anzi, cresce di giorno in giorno. Il calcio, così come altre motivazioni inutili, non sono altro che un espediente per esprimere una violenza repressa e insita nell'animo di molti, bisognosi forse soltanto di un ascolto perduto nel tempo. La suspence cresce, da metà film, per esplodere in un susseguirsi di colpi di scena che, effettivamente, appaiono totalmente inaspettati e spiazzanti. Il regista è molto bravo, mediante le inquadrature, supportate dalle musiche di Auriemma, a creare il clima di tensione necessario al thriller cui ha dato vita, nonostante la recitazione degli attori, molto spesso al di sotto dell'ambizioso progetto che invece è stato portato avanti grazie a una buona sceneggiature e a delle ottime riprese. Forse la ripetizione di alcune scene, durante i momenti morti, crea qualche sorriso di troppo, nello spettatore, ma nel complesso il lungometraggio di Stefano Simone lascia il segno, decretando come, anche in ambito cinematografico, l'Italia abbia ottime risorse non sfruttate nel migliore dei modi. Perché un “Week end tra amici” risente del basso budget a disposizione, purtroppo, pur dimostrando una bravura in grado di superare tale ostacolo. Ci si chiede come mai si prediliga la proiezione di film stranieri favorendo l'esterofilia anche in tale ambito, piuttosto che supportare giovani registi con la stoffa adatta a raggiungere livelli molto più alti dai quali son costretti a partire. Stefano Simone di gavetta ne sta facendo, e ne ha fatta. Nato a Manfredonia nell '86, esordisce alla regia con il cortometraggio “Il delitto di classe” nel 1999, cui seguiranno numerosi altri progetti simili, principalmente orientati verso un contesto horror che, ahimé, poco paga nel nostro paese. Successivamente decide di rendere la sua passione un vero e proprio lavoro, iscrivendosi all'istituto Fellini di Torino, città in cui si trasferisce proprio grazie a questo progetto, conseguendo il diploma di “Operatore della comunicazione visiva”. Da lì in poi la strada comincia a essere in continua salita. Dai cortometraggi passa ai film per il cinema e grande distribuzione, esordendo con “Una vita nel mistero” nel 2010, cui seguirà il lungometraggio “Unfacebook” tratto da un racconto inedito di Gordiano Lupi “Il prete”. “Week end tra amici” è il suo ultimo lavoro, ma è certo che il regista non ha minimamente intenzione di dormire sugli allori, proseguendo in un lavoro instancabile e certosino atto a esprimere in toto il suo talento fin troppo represso dalle dinamiche di falsa meritocrazia che caratterizzano l'Italia, troppo incentrata a dar merito a persone fin troppo spesso sopravvalutate dai media. Distribuito da Running tv International, presto in TV, VOD e in home video, “Week end tra amici” è il lavoro di un ragazzo colmo di talento che scalpita per uscire dall'underground. E secondo me, con la tenacia che dimostra e l'indiscusso talento, ce la farà!  

Regia: Stefano Simone. Scritto da: Francesco Massaccesi. Editing & Colour correction: Stefano Simone. Musiche: Luca Auriemma. Arredamento: Dino D’Andrea. Effetti Cg: Andrea Ricca. Interpreti: Matteo Perillo, Michele Bottalico, Filippo Totaro, Peppe Sfera, Tonino Potito, Nicla Loconsole, Michela Mastroluca, Raffaella Piemontese, Adolfo Renato, Tecla Mione. Origine: Italia. Anno: 2013. Durata: 62’.