Cosa avvenne negli anni 30? Ci avete mai pensato? Seriamente, intendo.
Be', vi stupirà sapere che avvennero tantissime cose, molte delle quali decidettero gran parte della modernità che viviamo ancora adesso a distanza di più di 80 anni... Sembra quasi surreale, vero? Eppure nel lontano 1930 venne scoperto, per esempio, Plutone, lo stesso pianeta nano che qualche mese fa ha così tanto fatto parlare di sé. Il pianeta dal grande cuore bianco che ha fatto sognare milioni di romanticone, scalzando quasi, per un momento, il più celebre Venere e il suo messaggio d'amore.
Che coincidenze, non è vero?
E pensate, sempre nel 1930 fu disputato il primo mondiale di calcio. Organizzato dall'Uruguay e vinto anche dalla sua nazionale. Uhm... questa è una grande coincidenza, ma non impossibile.
E il primo musical a colori? Sempre del 1930. Il re del Jazz, prodotto dalla Universal.
Pensate che sia finita qui?
No, assolutamente.
Lovecraft, il microscopio elettrico, la prima donna a sorvolare l'Atlantico e tante altre che hanno combattuto per un emancipazione che con la guerra imminente si andrà a far benedire per tantissimo tempo ancora...
Il decennio degli anni 30 ha segnato la storia, ha portato alla seconda guerra mondiale, ha deciso il destino di milioni di uomini...
E in tutto questo si colloca la storia di Flora e Fausto, il loro amore profumato di salsedine e illuminato dalla luce torrida del sole di agosto.
Volevo solo te non è solo un romanzo d'amore, non è solo un romanzo erotico.
Volevo solo te è ciò che siamo stati e che talvolta continuiamo a essere.
La saga di Dre Walker by CK.Harp
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lunedì 19 ottobre 2015
giovedì 20 marzo 2014
Europa di Francesco Grimandi
Herr Friedrich è in viaggio verso lo
strano maniero che lo attende, seguendo strade tortuose e
oltrepassando valichi interdetti ai non addetti. C'è un manipolo di
persone ad attenderlo, nella stanza buia del maniero, persone
importanti, persone dannatamente importanti. Lo vogliono, desiderano
i suoi servigi. Uno, in particolare, che crede fermamente nel suo
dono. Himmler, uno dei personaggi più in vista del reich, conosciuto
da Hitler nei giorni della Thule. Friedrich arriva, giunge al
cospetto di Karl e attende il lasciapassare per accedere alla
riunione. Ha l'impulso di tornare indietro, ma sa che non può. Deve
assolvere ai compiti per cui è stato convocato, pena la morte e lui,
come Karl, lo sa bene. È pronto, Friedrich, a “vedere”? È
pronto a darne notizia a chi pende dalle sue labbra, impaziente di
riferire tutto al grande cancelliere del reich più potente di tutti
i tempi? Francesco Grimandi lo svelerà, pagina dopo pagina,
rivelando, con un talento posseduto da pochissimi scrittori emergenti,
una sfaccettatura della seconda guerra mondiale davvero poco
conosciuta. Non si parla quasi mai della vena esoterica delle SS, dei
riti nei quali il nazionalsocialismo ha tratto le fondamenta
necessarie a proliferare in suolo tedesco, delle profonde credenze
proprie degli esponenti più importanti del partito. Nonostante ogni
fatto narrato da Grimandi sia il frutto di una fervida immaginazione,
atta a spalancare la conoscenza e lo studio di una materia tanto
vasta quanto inflazionata, il suo breve racconto riesce a colpire e
impressionare, spingendo il lettore a ricercare, nella storia e i
suoi meandri, appigli reali per poter ricondurre determinate scene
presenti tra le pagine di “Europa”. È così che, tramite
Friedrich, si conosce il destino di un'Europa incentrata e diretta
verso una violenza destinata a un ciclico ripetersi dell'agonia. È
così che si viene a conoscenza del desiderio del nazionalsocialismo
di trarre forza da un esoterismo in grado di fornire la sicurezza
necessaria a perpetrare il proprio credo, perennemente instabili e
insicuri circa il futuro di una nazione incline ai subdoli dei Denaro
e Potere. In maniera inquietante, Grimandi prospetta la visione di un
Europa passata simile a quella moderna. E se un Friedrich esistesse anche nei nostri giorni
e avesse già interpretato e intravisto il nostro destino? E se il
ciclo storico a cui il mondo è soggetto continuasse in eterno,
decretando la devastazione già vissuta dai nostri nonni e prossima a
un'ennesima rappresentazione?
Ma Grimandi, nel suo breve e-book, ci
regala un'ulteriore chicca imperdibile. Molto simile agli indovinelli
della Sfinge, il suo “Io sono e sempre sarò” rappresenta una
parentesi di intelligenza e maestria scrittoria impossibile da
ignorare. Dal linguaggio davvero elegante, così come lo è per
Europa, Grimandi riesce a incuriosire, coinvolgere, inducendo a una
lettura frenetica e spasmodica che prevede la sua interruzione solo
al termine della storia narrata. Che dire? Quando leggo Francesco
Grimandi io ringrazio i santi di averci concesso il lusso di poterci
godere una persona che può davvero fregiarsi del nome di scrittore!
lunedì 27 gennaio 2014
Il viaggio in carrozza
Gli occhi chini in terra, le mani
rigide ai lati del volto, nessuno si curava del signor Triponi.
Stipati come bestie da macello, ognuno perso nel proprio mondo
bislacco, viaggiavano ininterrottamente da tre giorni. Nella
carrozza, in quel momento, erano più di trecento, ma Chi di dovere
sapeva che, con la prossima fermata, si sarebbe arrivati a più di
cinquecento persone per carrozza. Persone... Animali. Chi di dovere,
nella prima cabina del treno merci, sorrise con disgusto al pensiero,
poi si voltò verso il macchinista e riprese il racconto della sua
notte brava di una settimana prima. Nessuno parlava, oltre i soldati,
e nessuno proferiva una parola di senso compiuto. Il signor Triponi,
meno di tutti. Perché lui neanche riusciva a pronunciare alcun
fonema. Era muto. E autistico. Un bel problema, come ne esistevano
tanti, del resto. La missione del nuovo regime era quello di ripulire
le strade dalla feccia ebrea, ma anche dei singoli scarti della
società ammassati nei manicomi. Già, perché non esistevano solo
gli sporchi ebrei. Quelli, Chi di dovere lo sapeva bene, dovevano
essere eliminati perché costante minaccia all'economia nazionale. Ma
gli altri... Gli altri erano semplicemente abomini naturali, aborti
non perpetrati per carità cristiana... Quei rincoglioniti di preti!
Che significato aveva lasciar vivere certi deformi, certi ritardati,
solo per la soddisfazione di dire “Se esiste un Dio, io ho fatto la
cosa giusta ai suoi occhi?” Non esisteva nessuno. Perché se fosse
esistito, non avrebbe permesso simili scempi nella razza umana. Nella
razza ariana, per meglio dire. Gli italiani, quegli insulsi, non
capivano che avrebbero fatto, prima o poi, la stessa identica fine
degli animali che contribuivano a deportare. Chi di dovere lo
sospettava da tempo. Il progetto finale era quello di lasciare in
circolazione solo la stirpe superiore, quella derivante da Odino. Era
una legge di sangue provata. Provata dal primo cancelliere, mica
bazzecole. Il signor Triponi, lo sguardo sempre chino a terra, si
accorse di essere bagnato, ma non se ne preoccupò. Sapeva che non
era sua l'urina che macchiava le sue natiche, ma in quel marasma non
importava. A chi importava di lui? Non era mai importato a nessuno.
Almeno, per quei tre giorni, non era stato esposto al vento gelido di
gennaio. Già, perché in manicomio erano soliti lasciarlo per notti
intere all'addiaccio, solo per vedere che fine avrebbe fatto. Il
signor Triponi era muto e autistico, mica stupido. Sapeva fare i
conti, nonostante nessuno glielo avesse mai insegnato. Era cresciuto
in manicomio. Portato li da sua madre, donna fragile, piccola e
ossuta, alla tenera età di quattro anni, era stato dimenticato tra
le braccia della suora che lo aveva afferrato senza tanti
complimenti. Era strano, il signor Triponi, perché non parlava. E i
suoi genitori avevano notato che non si voltava quando veniva
interpellato. Che fosse pure sordo? No, sordo no. Il signor Triponi,
Glauco all'epoca, ci sentiva bene, solo che non s'interessava del
mondo circostante. E guai a toccarlo. Era come se un fuoco vivo lo
devastasse in mille lingue. E i genitori, poveri cristi, non potevano
sopportare la sua vista. Chi avrebbe potuto? Chi avrebbe voluto un
ragazzino incapace di amare? Incapace di socializzare? Incapace di
essere di qualche aiuto all'economia familiare? Ed ecco che si erano
ritrovati al Santa Maria della Pietà, a consegnare quel pacco umano
alla mercé di sedicenti psichiatri che, per amore della scienza, lo
accolsero tra le loro elettriche braccia fatte di elettrodi. Brutti
ricordi, per il signor Triponi. Ora, nonostante fosse sporco delle
feci del suo vicino, o dei suoi vicini, sorrise, compiaciuto. A mai
più rivederci, dottor Udinetti. A mai più rivederci, suor Beatirce,
graziosa donna dalle mani lubriche e desiderose di cose da toccare.
Di corpi, da toccare. A mai più rivederci, carta incerata marrone
sporca di urina cinque giorni su sette. Ora si viaggiava, ora si
andava all'avventura. Chi di dovere sapeva il destino di quel treno
di ritardati. Già, perché tutti i passeggeri presenti provenivano
dai manicomi italiani disseminati per la penisola. Ed erano tanti, oh
se erano tanti. Il signor Triponi era solo un piccolo ago
nell'immenso pagliaio dei dimenticati, dei deformi, degli storpi.
Down, cerebrolesi, carrozzati, autistici, sordi, muti, sordomuti
(addirittura!) e chissà che altro si era inventato il mondo pur di
infestare le strade ariane... Perché tutte le strade, erano ariane.
E che non stessero molto tranquilli, quelli dei paesi oltreoceano,
perché, prima o poi, sarebbero arrivati anche li. Chi di dovere lo
sapeva benissimo, mentre parlava di zoccole e vino umbro. Mancava
ancora tanto, alla meta, ma il signor Triponi lo ignorava. Gli occhi
chini a terra, le mani sempre sollevate, rigide, ai lati del viso,
era seduto nella stessa posizione da tre giorni. Ci aveva persino
dormito, seduto, come i muli. D'altronde, era impossibile sdraiarsi.
Erano ammassati come i tasselli di un mosaico. Una volta, al signor
Triponi, una suora aveva insegnato ad attaccare i tasselli colorati
su un pezzo di legno. Quella donna era scomparsa, dal manicomio, dopo
appena tre settimane di servizio. Il signor Triponi c'era rimasto
male, aveva pianto dentro, ma non lo aveva dato a vedere. O a
sentire. Ora, al ricordo, aveva i crampi ai gomiti, ma di abbassare
quelle braccia proprio non se ne parlava. Non poteva, era il suo modo
di tenerle lungo i fianchi. E il viaggio proseguiva, la meta era
lontana, la prossima tappa vicina. Chi di dovere lo sapeva bene,
molto bene. Il signor Triponi chiuse gli occhi, i pantaloni, ora,
completamente bagnati, avvertendo i morsi della fame, ascoltando i
mugolii dei vicini, parenti nella tragedia. Chissà che fine avevano
fatto i suoi genitori? Un padre, di cui non rammentava il volto, la
madre ossuta che lo aveva consegnato a quel postaccio. Chissà? Li
avrebbe trovati, una volta sceso da quel treno? E i suoi occhi, si
sarebbero riaperti, al suo risveglio? O non si sarebbe più
risvegliato? Chi di dovere sapeva che, se si fosse risvegliato, ci
sarebbe stata comunque la morte ad attenderlo. Altro che genitori.
Altro che affetto. Solo gas. In fondo, il signor Triponi era solo un
ritardato. Un muto del cazzo da sterminare, da eliminare. Il signor
Triponi non era un signore, non aveva nemmeno cognome, per la legge.
Era un essere con le braccia perennemente alzate, le mani rigide, la
bocca serrata, allargata in un sorriso ebete, lo sguardo a fuggire
quello degli altri. E non sarebbe stato neanche un numero, non ne
avrebbe avuto il tempo. Quell'essere sarebbe stato polvere, gas, se
avesse avuto la sfortuna di risvegliarsi, dopo il viaggio. Non
sarebbe stato più nessuno, benché, già ora, non possedesse
identità. Il signor Triponi.
Racconto in memoria delle vittime dei campi di sterminio. Per ricordare anche loro, quelli che non hanno la memoria di molti.
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