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lunedì 19 ottobre 2015

Viaggio in un passato ancora recente...

Cosa avvenne negli anni 30? Ci avete mai pensato? Seriamente, intendo.

Be', vi stupirà sapere che avvennero tantissime cose, molte delle quali decidettero gran parte della modernità che viviamo ancora adesso a distanza di più di 80 anni... Sembra quasi surreale, vero? Eppure nel lontano 1930 venne scoperto, per esempio, Plutone, lo stesso pianeta nano che qualche mese fa ha così tanto fatto parlare di sé. Il pianeta dal grande cuore bianco che ha fatto sognare milioni di romanticone, scalzando quasi, per un momento, il più celebre Venere e il suo messaggio d'amore.
Che coincidenze, non è vero?

E pensate, sempre nel 1930 fu disputato il primo mondiale di calcio. Organizzato dall'Uruguay e vinto anche dalla sua nazionale. Uhm... questa è una grande coincidenza, ma non impossibile.
E il primo musical a colori? Sempre del 1930. Il re del Jazz, prodotto dalla Universal.

Pensate che sia finita qui?
No, assolutamente.
Lovecraft, il microscopio elettrico, la prima donna a sorvolare l'Atlantico e tante altre che hanno combattuto per un emancipazione che con la guerra imminente si andrà a far benedire per tantissimo tempo ancora...

 Il decennio degli anni 30 ha segnato la storia, ha portato alla seconda guerra mondiale, ha deciso il destino di milioni di uomini...
E in tutto questo si colloca la storia di Flora e Fausto, il loro amore profumato di salsedine e illuminato dalla luce torrida del sole di agosto.

Volevo solo te non è solo un romanzo d'amore, non è solo un romanzo erotico.
Volevo solo te è ciò che siamo stati e che talvolta continuiamo a essere.

giovedì 20 marzo 2014

Europa di Francesco Grimandi


Europa
Herr Friedrich è in viaggio verso lo strano maniero che lo attende, seguendo strade tortuose e oltrepassando valichi interdetti ai non addetti. C'è un manipolo di persone ad attenderlo, nella stanza buia del maniero, persone importanti, persone dannatamente importanti. Lo vogliono, desiderano i suoi servigi. Uno, in particolare, che crede fermamente nel suo dono. Himmler, uno dei personaggi più in vista del reich, conosciuto da Hitler nei giorni della Thule. Friedrich arriva, giunge al cospetto di Karl e attende il lasciapassare per accedere alla riunione. Ha l'impulso di tornare indietro, ma sa che non può. Deve assolvere ai compiti per cui è stato convocato, pena la morte e lui, come Karl, lo sa bene. È pronto, Friedrich, a “vedere”? È pronto a darne notizia a chi pende dalle sue labbra, impaziente di riferire tutto al grande cancelliere del reich più potente di tutti i tempi? Francesco Grimandi lo svelerà, pagina dopo pagina, rivelando, con un talento posseduto da pochissimi scrittori emergenti, una sfaccettatura della seconda guerra mondiale davvero poco conosciuta. Non si parla quasi mai della vena esoterica delle SS, dei riti nei quali il nazionalsocialismo ha tratto le fondamenta necessarie a proliferare in suolo tedesco, delle profonde credenze proprie degli esponenti più importanti del partito. Nonostante ogni fatto narrato da Grimandi sia il frutto di una fervida immaginazione, atta a spalancare la conoscenza e lo studio di una materia tanto vasta quanto inflazionata, il suo breve racconto riesce a colpire e impressionare, spingendo il lettore a ricercare, nella storia e i suoi meandri, appigli reali per poter ricondurre determinate scene presenti tra le pagine di “Europa”. È così che, tramite Friedrich, si conosce il destino di un'Europa incentrata e diretta verso una violenza destinata a un ciclico ripetersi dell'agonia. È così che si viene a conoscenza del desiderio del nazionalsocialismo di trarre forza da un esoterismo in grado di fornire la sicurezza necessaria a perpetrare il proprio credo, perennemente instabili e insicuri circa il futuro di una nazione incline ai subdoli dei Denaro e Potere. In maniera inquietante, Grimandi prospetta la visione di un Europa passata simile a quella moderna. E se un Friedrich esistesse anche nei nostri giorni e avesse già interpretato e intravisto il nostro destino? E se il ciclo storico a cui il mondo è soggetto continuasse in eterno, decretando la devastazione già vissuta dai nostri nonni e prossima a un'ennesima rappresentazione?

Ma Grimandi, nel suo breve e-book, ci regala un'ulteriore chicca imperdibile. Molto simile agli indovinelli della Sfinge, il suo “Io sono e sempre sarò” rappresenta una parentesi di intelligenza e maestria scrittoria impossibile da ignorare. Dal linguaggio davvero elegante, così come lo è per Europa, Grimandi riesce a incuriosire, coinvolgere, inducendo a una lettura frenetica e spasmodica che prevede la sua interruzione solo al termine della storia narrata. Che dire? Quando leggo Francesco Grimandi io ringrazio i santi di averci concesso il lusso di poterci godere una persona che può davvero fregiarsi del nome di scrittore!

lunedì 27 gennaio 2014

Il viaggio in carrozza

Gli occhi chini in terra, le mani rigide ai lati del volto, nessuno si curava del signor Triponi. Stipati come bestie da macello, ognuno perso nel proprio mondo bislacco, viaggiavano ininterrottamente da tre giorni. Nella carrozza, in quel momento, erano più di trecento, ma Chi di dovere sapeva che, con la prossima fermata, si sarebbe arrivati a più di cinquecento persone per carrozza. Persone... Animali. Chi di dovere, nella prima cabina del treno merci, sorrise con disgusto al pensiero, poi si voltò verso il macchinista e riprese il racconto della sua notte brava di una settimana prima. Nessuno parlava, oltre i soldati, e nessuno proferiva una parola di senso compiuto. Il signor Triponi, meno di tutti. Perché lui neanche riusciva a pronunciare alcun fonema. Era muto. E autistico. Un bel problema, come ne esistevano tanti, del resto. La missione del nuovo regime era quello di ripulire le strade dalla feccia ebrea, ma anche dei singoli scarti della società ammassati nei manicomi. Già, perché non esistevano solo gli sporchi ebrei. Quelli, Chi di dovere lo sapeva bene, dovevano essere eliminati perché costante minaccia all'economia nazionale. Ma gli altri... Gli altri erano semplicemente abomini naturali, aborti non perpetrati per carità cristiana... Quei rincoglioniti di preti! Che significato aveva lasciar vivere certi deformi, certi ritardati, solo per la soddisfazione di dire “Se esiste un Dio, io ho fatto la cosa giusta ai suoi occhi?” Non esisteva nessuno. Perché se fosse esistito, non avrebbe permesso simili scempi nella razza umana. Nella razza ariana, per meglio dire. Gli italiani, quegli insulsi, non capivano che avrebbero fatto, prima o poi, la stessa identica fine degli animali che contribuivano a deportare. Chi di dovere lo sospettava da tempo. Il progetto finale era quello di lasciare in circolazione solo la stirpe superiore, quella derivante da Odino. Era una legge di sangue provata. Provata dal primo cancelliere, mica bazzecole. Il signor Triponi, lo sguardo sempre chino a terra, si accorse di essere bagnato, ma non se ne preoccupò. Sapeva che non era sua l'urina che macchiava le sue natiche, ma in quel marasma non importava. A chi importava di lui? Non era mai importato a nessuno. Almeno, per quei tre giorni, non era stato esposto al vento gelido di gennaio. Già, perché in manicomio erano soliti lasciarlo per notti intere all'addiaccio, solo per vedere che fine avrebbe fatto. Il signor Triponi era muto e autistico, mica stupido. Sapeva fare i conti, nonostante nessuno glielo avesse mai insegnato. Era cresciuto in manicomio. Portato li da sua madre, donna fragile, piccola e ossuta, alla tenera età di quattro anni, era stato dimenticato tra le braccia della suora che lo aveva afferrato senza tanti complimenti. Era strano, il signor Triponi, perché non parlava. E i suoi genitori avevano notato che non si voltava quando veniva interpellato. Che fosse pure sordo? No, sordo no. Il signor Triponi, Glauco all'epoca, ci sentiva bene, solo che non s'interessava del mondo circostante. E guai a toccarlo. Era come se un fuoco vivo lo devastasse in mille lingue. E i genitori, poveri cristi, non potevano sopportare la sua vista. Chi avrebbe potuto? Chi avrebbe voluto un ragazzino incapace di amare? Incapace di socializzare? Incapace di essere di qualche aiuto all'economia familiare? Ed ecco che si erano ritrovati al Santa Maria della Pietà, a consegnare quel pacco umano alla mercé di sedicenti psichiatri che, per amore della scienza, lo accolsero tra le loro elettriche braccia fatte di elettrodi. Brutti ricordi, per il signor Triponi. Ora, nonostante fosse sporco delle feci del suo vicino, o dei suoi vicini, sorrise, compiaciuto. A mai più rivederci, dottor Udinetti. A mai più rivederci, suor Beatirce, graziosa donna dalle mani lubriche e desiderose di cose da toccare. Di corpi, da toccare. A mai più rivederci, carta incerata marrone sporca di urina cinque giorni su sette. Ora si viaggiava, ora si andava all'avventura. Chi di dovere sapeva il destino di quel treno di ritardati. Già, perché tutti i passeggeri presenti provenivano dai manicomi italiani disseminati per la penisola. Ed erano tanti, oh se erano tanti. Il signor Triponi era solo un piccolo ago nell'immenso pagliaio dei dimenticati, dei deformi, degli storpi. Down, cerebrolesi, carrozzati, autistici, sordi, muti, sordomuti (addirittura!) e chissà che altro si era inventato il mondo pur di infestare le strade ariane... Perché tutte le strade, erano ariane. E che non stessero molto tranquilli, quelli dei paesi oltreoceano, perché, prima o poi, sarebbero arrivati anche li. Chi di dovere lo sapeva benissimo, mentre parlava di zoccole e vino umbro. Mancava ancora tanto, alla meta, ma il signor Triponi lo ignorava. Gli occhi chini a terra, le mani sempre sollevate, rigide, ai lati del viso, era seduto nella stessa posizione da tre giorni. Ci aveva persino dormito, seduto, come i muli. D'altronde, era impossibile sdraiarsi. Erano ammassati come i tasselli di un mosaico. Una volta, al signor Triponi, una suora aveva insegnato ad attaccare i tasselli colorati su un pezzo di legno. Quella donna era scomparsa, dal manicomio, dopo appena tre settimane di servizio. Il signor Triponi c'era rimasto male, aveva pianto dentro, ma non lo aveva dato a vedere. O a sentire. Ora, al ricordo, aveva i crampi ai gomiti, ma di abbassare quelle braccia proprio non se ne parlava. Non poteva, era il suo modo di tenerle lungo i fianchi. E il viaggio proseguiva, la meta era lontana, la prossima tappa vicina. Chi di dovere lo sapeva bene, molto bene. Il signor Triponi chiuse gli occhi, i pantaloni, ora, completamente bagnati, avvertendo i morsi della fame, ascoltando i mugolii dei vicini, parenti nella tragedia. Chissà che fine avevano fatto i suoi genitori? Un padre, di cui non rammentava il volto, la madre ossuta che lo aveva consegnato a quel postaccio. Chissà? Li avrebbe trovati, una volta sceso da quel treno? E i suoi occhi, si sarebbero riaperti, al suo risveglio? O non si sarebbe più risvegliato? Chi di dovere sapeva che, se si fosse risvegliato, ci sarebbe stata comunque la morte ad attenderlo. Altro che genitori. Altro che affetto. Solo gas. In fondo, il signor Triponi era solo un ritardato. Un muto del cazzo da sterminare, da eliminare. Il signor Triponi non era un signore, non aveva nemmeno cognome, per la legge. Era un essere con le braccia perennemente alzate, le mani rigide, la bocca serrata, allargata in un sorriso ebete, lo sguardo a fuggire quello degli altri. E non sarebbe stato neanche un numero, non ne avrebbe avuto il tempo. Quell'essere sarebbe stato polvere, gas, se avesse avuto la sfortuna di risvegliarsi, dopo il viaggio. Non sarebbe stato più nessuno, benché, già ora, non possedesse identità. Il signor Triponi.


Racconto in memoria delle vittime dei campi di sterminio. Per ricordare anche loro, quelli che non hanno la memoria di molti.