lunedì 10 febbraio 2014

Il Ladro di Ledra



Il ladro: 3 (Senza sfumature)

Non posso dire di essere delusa... Contrariata, però, indubbiamente. Solitamente non commento mai i libri che mi hanno lasciata interdetta, ma questo è un caso particolare. “Il Ladro” è un racconto strano, particolare, a suo modo unico.
Strano, perché le scene si susseguono con un ritmo che non si riesce a definire incalzante o stimolante. Ogni situazione sembra a sé stante, come tante piccole storie auto conclusive messe insieme con gli stessi protagonisti a far da denominatore comune. Non vi è una vera traccia comune e l'oggetto del contendere, ciò che porta al titolo, è talmente portato all'estremo, per essere celato al lettore fino all'ultimo capitolo, che quasi perde di valore davanti alle scene descritte. Insomma non si riesce a entrare in empatia con i personaggi, nonostante ogni capitolo parli un linguaggio carico si sensualità, meritevole di essere letto e goduto.
Particolare, perché l'autrice, già dalla propria descrizione, lascia a intendere interessi differenti dalla moltitudine della società comune. Assistiamo a giochi estremi, per alcuni versi perversi, che stuzzicano delle vibrazioni forse sconosciute fino al momento in cui vengono provate. Feticismo, collezionismo inteso in senso sessuale, il legame profondo con la natura, proprio di una cultura pagana quasi sconosciuta ai più, e piacere estremo, ricercato in ogni modo possibile, senza ostacoli o preconcetti.

Unico. Non avevo mai letto nulla di simile, fino a ora, quindi non posso che essere soddisfatta dalla lettura. L'eccitazione nasce sottile, a ogni parola, e cresce con la fantasia sfrenata dell'autrice che conduce, mano nella mano, il lettore nei meandri di un universo nuovo, differente, esaltante. Perché, allora, sono rimasta contrariata, tanto da essere combattuta all'idea di parlare di questo racconto? Per gli errori che ho riscontrato nella lettura. Ci sono refusi che innervosiscono. La stessa discontinuità delle scene, seppur descritte in maniera seducente singolarmente, rende la lettura difficoltosa, ostica in alcuni punti. In alcuni punti non si riesce a capire se si sia alle prese con un flash back o se, invece, la storia stia continuando nel futuro. A differenza dei libri o dei racconti che ho abbandonato e di cui non ho parlato, per motivazioni simili, è il fatto che i refusi, per quanto presenti, non sono invalidanti; in più le scene erotiche descritte sono narrate in maniera talmente magistrale, da poter soprassedere alla discontinuità spazio temporale che si riscontra, tra un capitolo e l'altro. E poi il finale a sorpresa merita, assolutamente, la lettura di questo “Il Ladro”. Oh beh, io aspetto i vostri commenti e faccio i miei complimenti all'autrice per l'audacia; inoltre ho visto che è anche uscito un romance che acquisterò in giornata! Vi lascio il link, come sempre, all'acquisto: e non fate i “purciari” che un cappuccino costa alla stessa maniera, in aeroporto!

domenica 9 febbraio 2014

La Sala delle Punizioni di Letizia Draghi


La sala delle punizioni: 2 (Senza sfumature)


Daniele Martini appare come un fulmine a ciel sereno, nella vita di Alessia Delfini, eppure sembra diventare, in un momento, il suo universo. Un universo ricco, bellissimo e tremendamente sexy. Possibile che un uomo del genere abbia, nel suo animo, ciò che nella società odierna viene definita “perversione”? Alessia non se ne capacita. E sulle prime, devo dire la verità, neanche il lettore. In poche righe, però, si evince una sensualità del protagonista talmente carica da annientare ogni remora nata nel cuore della donna... e in chi segue le sue vicissitudini. Forse la narrazione in prima persona, forse il trasporto da cui si lascia travolgere la nostra eroina, fatto sta' che Daniele Martini diventa il fulcro del desiderio nascosto di chiunque. Nonostante, nella vita comune, si sia portati a pensare al sesso come qualcosa di profondamente legato al sentimento fatto di carezze, baci, respiri trattenuti, sempre comunque confinati nel modo “standard”, bisogna ammettere che chiunque subisce il fascino della trasgressione, del proibito e di ciò che la società considera sbagliato, se per caso ne viene distrattamente a contatto. Ed è proprio questo fascino a rendere Alessia così affine al lettore e Daniele così vicino all'ideale di uomo da conquistare e amare o da interpretare. Si, perché la sua Sala delle Punizioni non è più solo il luogo in cui dar vita alle proprie fantasie più sfrenate, ma il nido di un amore che potrebbe sfociare, mediante esse. Devo dire che non sono particolarmente attratta dalla narrazione in prima persona, solitamente, nonostante riconosca che, in alcuni casi, aiuti a immedesimarsi molto meglio nella storia che si sta “vivendo”. Eppure ammetto che nel caso di Letizia Draghi e della sua “Sala delle Punizioni” la modalità scelta di narrazione è tremendamente azzeccata e giusta. L'empatia che l'autrice è riuscita a ottenere per i suoi personaggi è tale da rendere questo racconto non solo un erotico, ma anche un romance. Io ho amato Daniele, in alcuni punti. Ho sofferto con e per lui. E ho anche odiato la protagonista per non aver saputo, o voluto, cercare un modo di oltrepassare le barriere di un mondo differente dal consueto, nonostante alla fine si evinca come la porta sulla trasgressione sia stata aperta per non essere più richiusa. Forse avrei preferito una descrizione un poco più lunga di alcune scene, per entrare ancora più in sintonia con la storia narrata, ma nel complesso mi ritengo ampiamente soddisfatta dalla lettura. In questa settimana ho letto tre racconti e un libro... Questa, per ora, è l'unica vera storia che mi sento di recensire, consigliare vivamente e divulgare come un verbo. La Delos è una valida casa editrice, ma questa collana, nata da poco, è capace di regalare emozioni insospettate. Si è ancora agli inizi, e sono pochi i racconti raccolti e pubblicati. Dopo “La notte dei cristalli iridati” ho deciso di leggere tutti quelli fin'ora pubblicati e ho capito di aver compiuto la scelta giusta dopo aver letto “La Sala delle Punizioni”. E poi, parliamoci chiaro. Se di un racconto si riescono a scrivere più di dieci righe di commento, o si tratta di uno schifo assurdo, oppure di un capolavoro. Letizia Draghi ha scritto un capolavoro in poche pagine. Per questo motivo lascio di seguito il link all'acquisto, rinnovando i miei complimenti all'autrice, e vi prometto di tornare in un batter d'occhio con una nuova puntata della collana “Senza sfumature”.

sabato 8 febbraio 2014

Un racconto erotico horror... pubblicarlo? Ma si, fa parte di me!



Proiettato verso l'infinito



A ben guardare, in fondo, non era poi tanto male. Il seno di una terza misura abbondante, le natiche sode e le labbra invitanti. Nel complesso non era da buttar via. Certo, i capelli biondi, poco puliti, e le unghie dallo smalto scrostato non erano certamente invitanti. Ma non odorava di cattivo, questo no. Le si avvicinò, lo sguardo lubrico, il pene duro nei pantaloni. Gli bastava così poco, ormai, per far si che l'eccitazione prendesse pieno potere dei suoi arti inferiori. Avvertì il classico pizzicore all'inguine, mentre il membro continuava a salire verso l'ombelico, sfiorando l'elastico delle mutande strette. Si sedette meglio sul sedile dov'era seduto, accostandosi ancora un poco alla ragazza. L'ondeggiare della metro aiutava il suo pene a distendersi, provocando una sorta di movimento propedeutico all'eccitamento progressivo. Un braccio sulla testiera del sedile di destra, si sporse a odorare la chioma poco fluente della ragazza. Ciò che sentì non era esattamente quel che avrebbe desiderato, d'altronde già il loro aspetto non gli aveva fatto sperare il contrario. Ma non importava. Lo sguardo gli cadde nuovamente sulla scollatura ampia della ragazza, ignara di essere diventata, d'un tratto, preda succulenta. Le cuffie del lettore mp3 alle orecchie, teneva gli occhi chiusi, battendo un piede a terra al ritmo incessante di quello che distinse come un rock duro. Duro, come il suo pene. Sorrise, sfiorando col ginocchio quello di lei. Solo quel contatto gli provocò una scarica di adrenalina pura e immaginò come sarebbe stato affondare le labbra nei seni prosperosi, infilare le dita nell'incavo delle cosce, leccando i capezzoli e risalendo, fino al mento. Si chiese, una mano a massaggiarsi il membro, come sarebbe stato insinuare la sua lingua tra le labbra lisce di lei, ascoltare il pulsare del suo pene nell'umida cavità del suo intimo, affondando una mano tra i capelli, afferrandole la nuca.
La ragazza aprì gli occhi, a controllare la fermata a cui erano giunti, e si accorse dell'estrema vicinanza all'uomo. Visibilmente imbarazzata, cercò di allontanarsi, accostandosi ancor più alla testiera. Erano soli nel vagone e la mano sul membro che ne massaggiava l'interno la spaventò ancor più del pensiero che le era sovvenuto alla mente. Lo osservò, cercando di respirare piano e di muoversi con estrema cautela. Non voleva che si destasse, non voleva attirare ancor di più la sua attenzione. Faceva caldo e i calzoncini che aveva indossato, per recarsi a lavoro, avevano fatto in modo che la pelle delle cosce si attaccasse al sedile. Cercò di alzarsi con estrema lentezza, ma avvertì un estremo dolore nel farlo. Troppo caldo, troppo calore. Timorosa di aver mosso troppa aria, si voltò a osservare il suo vicino. Non era brutto. Non era affatto brutto, e in un'altra circostanza gli avrebbe riservato un lungo sguardo, cercando una maniera per farsi abbordare. Ma non così, non con la sua mano che massaggiava l'evidente eccitamento che lei, o qualsiasi altra cosa, gli avevano procurato. Appoggiò la mano destra sul sedile a fianco e riprovò a muoversi, questa volta con più successo. Quel dannato trenino sembrava proiettato verso la fine del mondo. Non si fermava mai, in nessun posto, come fosse incantato. Avvertì la nausea bruciarle la gola, montandole direttamente dallo stomaco, mentre con orrore notava gli occhi cerulei dell'uomo aprirsi e guardarla. Lei non si era ancora mossa dal suo posto e la mano di lui, abbandonata alla testiera del suo sedile, dondolante al movimento ondulatorio del vagone, incombeva come un rapace sul suo seno. Si osservarono, il respiro di lei trattenuto nei polmoni, quello di lui corto. Un sorriso. La ragazza arrossì, immobile nel panico crescente.
Ora che la guardava la sua eccitazione era ancora più palpabile. Aveva gli occhi verdi. Peccato per i capelli poco curati, d'altronde fuori faceva un gran caldo e la giornata era volta al tramonto. O almeno credette fosse il momento del tramonto. La mano ancora a indugiare sull'inguine, si sentì umido delle poche gocce appena uscite. Le sorrise ancora, mostrando la sua dentatura perfetta. Sapeva di essere piacente, sapeva di potersi permettere qualunque ragazza avesse voluto. Ma possederne una, contro la sua volontà, madida del terrore procurato, era un afrodisiaco al quale non sapeva più rinunciare. Era come spararsi un ago in vena. Una volta provato non si era più in grado di rinunciarvi. Una droga, si, una droga. Sempre guardandola, spostò la sua mano sul seno, stringendo forte la carne tra le dita. La ragazza, colta di sorpresa, emise un gemito. Lui lo interpretò come piacere e la cosa non gli piacque. Si svestì del sorriso, appena indossato, e la afferrò per la vita con il braccio libero. La ragazza iniziò, lentamente, a reagire. Avvertì un pugno debole lanciatogli sulla spalla destra mentre se la portava a cavalcioni sulle cosce. Le afferrò le natiche con entrambi i palmi aperti e spinse l'intimo di lei verso la sua eccitazione pulsante. La ragazza gridò più forte, questa volta. Lui sorrise. Finalmente. Sibilò un invito a tacere, sporgendo le labbra scure in avanti, e la spinse nuovamente contro il suo bacino. La ragazza urlò, graffiandolo in faccia.
Bene. Il terrore, il panico strisciante, il veleno della paura le stava intossicando le vene. Si alzò di scatto, lei in braccio con le cosce ad avvolgerlo, e si gettò in terra, posizionandola sotto il proprio peso. Gemette di dolore.

Bene. Portò una mano all'ampia scollatura e tirò la maglia verso il ventre, scoprendo un seno pieno. Si gettò, famelico, a divorarle il capezzo, succhiando avidamente, mentre con l'altra mano tentava di arginare i movimenti frenetici delle sue braccia, travolte dal panico. Non disgusto, panico irrazionale. Il seno in bocca e il collo della maglia bloccato sotto di esso, utilizzò la mano libera per slacciarsi i pantaloni, lasciando respirare il suo pene, desideroso di avventura. Poi abbassò quelli di lino di lei, non trovando alcuna resistenza. Lei gemeva, mugolava e urlava a tratti, come volesse richiamare l'attenzione di qualcuno. Nessuno, però, l'avrebbe ascoltata. Quel vagone era proiettato verso l'infinito e oltre. Un vagone fantasma, giunto alla fermata giusta nel momento giusto. Secondo i punti di vista, certo. D'un tratto la metro sussultò, cigolando sui binari. La ragazza, suo malgrado, sorrise, esclamando un singhiozzo umido di saliva e lacrime. Incurante, lui la penetrò, continuando a suggere dal suo seno scoperto, emettendo versi gutturali di un'oscenità rivoltante. La ragazza urlò il suo disgusto, nonostante sapesse che la salvezza era vicina, nonostante pregustasse il sangue zampillare dalla pelle lacerata di lui, una volta fatto preda dei pendolari. La metro si fermò, le porte del vagone si aprirono e salirono quattro uomini, tre donne, e cinque adolescenti. Nessuno la guardò, nessuno ne ascoltò le grida, insistenti, di aiuto. Le porte si richiusero, lei gettata a terra mossa dai colpi della violenza incalzanti, mentre gridava il dolore sordo e inascoltato. Lo sentì ridere, lo sentì gemere e avvertì la saliva colarle lungo un fianco. Poi, mentre i colpi di bacino si facevano più violenti e i loro gemiti riempivano lo spazio vuoto, sovrastando il tramestio del mezzo, l'uomo abbandonò il seno e portò la bocca al suo orecchio, mordicchiandole il lobo, viscido di sudore, per sussurrarle “Tesoro, non l'hai ancora capito? Questo vagone è proiettato verso l'infinito, e noi due siamo solo anime affini unite nella morte.” Lei sgranò gli occhi, la certezza di non aver colto la propria fine. Urlò, chiedendo un muto e inutile aiuto ai pendolari, mentre l'uomo le esplodeva dentro e riarmava le proprie forze per ricominciare da capo.

venerdì 7 febbraio 2014

Vaneggiamenti n. 2 il ritorno





Chissà cosa passa nella mente dell'adolescente? Davvero, non me lo spiego. Lo sono stata, me lo ricordo, tanto tempo fa, e non sono stata neanche troppo difficile da gestire. Almeno credo, di non essere stata complicata. Non ero tipa da canne, da birra a fiumi e da taccheggio all'Oviesse. Sono stata messa in punizione, ma non mi sono mai ribellata, andando contro i consigli comuni dei miei coetanei, rispettando sempre i miei coprifuochi imposti da mamma e papà. Insomma, ero una tipa ok, una tipa introversa, a volte, un po' nerd, a mio modo, ma ok. Eppure c'erano momenti in cui mi lasciavo andare a un pianto irrefrenabile, chiusa nei bagni del liceo, confidando alla mia migliore amica di allora di essere convinta di morire giovane. Non vedevo futuro, non riuscivo a immaginarmi sposata, incinta, con un lavoro o con una casa mia. Perché? Voi lo sapete? Io no. Non mi mancava nulla. Certo, avrei capito istinti suicidi durante gli anni delle scuole medie, per me davvero insidiosi, ma non negli anni del liceo. Avevo un lavoro estivo, avevo due sorelle, una famiglia normale, un po' severa, ma mi ha reso ciò che sono quindi andava bene. Avevo un ragazzo all'epoca che mi adorava, nonostante non sia andata affatto bene con lui, e ho conosciuto colui che, a distanza di quindici anni, sarebbe diventato mio marito. Insomma, cosa avevo che non andava, che mi faceva vedere il buio totale lungo un cammino di certo impervio ma primo di sostanziali difficoltà? Non me lo so spiegare. Proprio per questo motivo provo una profonda paura nell'affrontare la maternità. Non perché sarò costretta a dormire poco, come molti sostengono, non perché farò meno sesso con mio marito o perché non riuscirò a uscire di casa per trecento anni, stando a ciò che dicono i promulgatori del terrorismo psicologico post parto. No. Ho paura perché dalle conoscenze che fornirò al mio bambino, assieme a suo padre, dipenderà la struttura mentale con la quale lui affronterà il mondo, le delusioni, le gioie e i tormenti della vita. Quante persone si soffermano a pensare a tutto ciò? Molte, credo. Sarebbe bello pensare che tutti gli aspiranti genitori si pongano domande simili, dimostrando una lungimiranza nell'educazione che svilupperà il giovane di domani, ma non pretendo tanto. Però... Però mi capita, ancora adesso, di ascoltare storie di ragazzi morti suicidi a causa di un brutto voto a scuola, di una delusione d'amore, o di una gita andata male. Ci sono anche quelli che decidono di ammazzare i propri genitori, amici o fidanzati. Perché? Possibile che tutto dipenda dalla società cattiva? Possibile che tutto dipenda dai genitori che non riescono, a volte, a sopportare la pressione del loro ruolo? Possibile che dipenda da icone negative presenti nelle vite quotidiane del nostro tempo? E se, invece, dipendesse, semplicemente, dal fatto che gli adolescenti sono adolescenti? Facilmente influenzabili da tutto, inclini al melodramma più spinto, raramente empatici, estremamente narcisisti. Gli adolescenti, quelli che se ne vanno in giro, con le cuffiette, a cantare storie di amori infranti, credendo che l'universo sia racchiuso in un gruppo musicale. Allora, forse, la vera educazione di un genitore sta nell'accettare il carattere del proprio figlio, rimanere concentrato nel proprio ruolo senza cedere alla tentazione di essere amico, anziché guida, e sostenere, comprendere e punire nella giusta misura, in modo che il proprio figlio riesca nel difficile compito della transizione verso l'età adulta. Gli errori ci sono e ci saranno, è inutile negarlo, ma è anche inutile dare la colpa dei fallimenti alla società, alla musica o ai libri. Gli adolescenti sono adolescenti. Punto. E continueranno a piangere, nei bagni di scuola, senza motivo, blaterando di aver paura di morire giovani. Nonostante tutto. E i genitori devono fare i genitori. Ed essere obiettivi. E basta.   

giovedì 6 febbraio 2014

Vaneggiamenti di una sera di inizio febbraio, aspettando le tenebre




Non è altro che un percorso. Un lungo percorso, la vita, ma breve, a pensarci. Si nasce, ignari di ciò a cui si sarà esposti. Si nasce e si viene portati a credere che la vita è unica, speciale, differente per ognuno. Lo scopo è sempre lo stesso, però. Procreare, dare altra vita. Tanto che ci si chiede cosa accada dopo aver donato un pezzo di sé stessi ad altri individui. E tale scopo non viene ascoltato solo dall'animo del genitore, ma anche da chi non lo sarà mai. Amando altre persone, preoccupandosi per il prossimo, cercando il buono in sé stessi e in altri, provando un sentimento che oltrepassa il proprio ego. Non servono pezzi di dna per raggiungere lo scopo che la nascita ha donato all'uomo. Ma la domanda vera è: cosa accade dopo? Dopo aver provato l'amore puro, il sentimento perfetto, quello in grado di muovere massi, il proprio io che fine fa? Dove va a finire la propria identità? Sarà perduta per sempre? Ci sarà, ma vivrà nascosta sotto gli strati del nuovo essere che ha preso le sembianze dell'individuo adulto? Oppure sarà presente, semplicemente arricchito, come una sorta di macchina base dotata di optional? Non è forse vero che, a volte, un individuo perda il lume della ragione, non riconoscendo più ciò che l'ha aiutato a divenire quel che è divenuto, nel tempo? Non è forse vero che in alcuni è forte il desiderio di regredire ai tempi in cui era possibile solo ascoltare sé stessi, completamente ignari del futuro? Si vive nella costante ricerca di una metà da amare. Lo scopo della vita parte anche da questo: trovare la metà adatta a procreare. Conoscendo l'amore, nell'età adolescenziale, si percepisce la sensazione che quello sarà l'unico motivo che muoverà i passi del proprio corpo, da quel momento in poi. Ma il sentimento evolve, si tramuta in desiderio di essere ancora più uniti. Dall'unione spirituale si passa a quella carnale, per dar vita, infine, a quel che tutti considerano essere la gioia più grande. Un figlio. E lo è, la gioia più grande. Si riconosce un nuovo tipo di amore, ma questo non è possibile se prima non si sono compiuti i passi adatti, per non implodere, per non esplodere. Come accade. Sovente. Riflessione. Ci vuole riflessione. Donare la vita non è semplice, non è un meccanismo puramente fisico. È facile, nella natura, creare. Più difficile accettare il cambiamento che esso comporta. Più difficile ancora accettare che la creatura a cui si è donato la vita non sia il proprio specchio, ma un vetro grezzo a sé stante. Un piccolo pezzo di vetro, pronto a essere modellato, fortificato, con la capacità di crescere nel tempo. Un pezzo di vetro grezzo con una propria identità, ma pur sempre facente parte del vetro madre. E padre. Il tempo. Manca il tempo utile. Ogni essere umano necessiterebbe di una vita intera solo per comprendere il proprio animo, un'altra per essere pronti allo spettacolo della vita. Un'ulteriore per creare una vita mediante l'esperienza accumulata. Queste tre vite sono compresse nelle tre stagioni dell'essere umano, ma non sono sufficienti. E a volte non bastano. Non bastano per comprendere l'universo devastante e infinito che è un neonato, che è un figlio adulto, che è un amico bisognoso d'affetto, o semplicemente uno sconosciuto giunto sul proprio cammino. La vita, a volte, non basta per comprendere in pieno lo scopo che racchiude in sé. Ma il percorso, nel tempo, serve a tentare di indagare. E capire. E amare. Amare chiunque, indistintamente. Anche sé stessi. Soprattutto gli altri. E sarà, allora, come morire e rinascere, per morire e rinascere ancora. È bello pensare che chi non ha avuto questa possibilità è stato erudito in un universo parallelo. E magari sarà così anche per chi, invece, le tre stagioni della vita le passerà tutte. E magari ci si incontrerà tutti, dopo, senza vincoli parentali, senza sotterfugi o rancori. Magari sarà possibile accedere a una luce intensa, colma solo della conoscenza ancora negata. Perché ancora non è dato di comprendere lo scopo puro della vita, solo di intuirlo. Intuirlo e vivere di quella percezione.    

martedì 4 febbraio 2014

La notte dei cristalli iridati di Sapphire Diamonds


Verità. Verità è il fatto che ho trovato questo lungo racconto un oceano da bere rapidamente. Verità è il fatto che ho goduto della storia come raramente accade. Verità è l'innegabile constatazione che l'autrice di questo piccolo capolavoro sia davvero scrittrice sopraffina. Verità è il nome dell'eroina, protagonista di un avvenimento erotico dalla profondità abissale. Seppur di genere, questo lungo racconto della Diamonds sa essere godibile anche a un pubblico vasto, pudico e poco avvezzo alla lettura di erotismo fine a sé stesso. La realtà è che, in questo racconto, tutto è presente, tranne il sesso inteso come atto fisico e meccanico. In poche pagine l'autrice è riuscita a trasmettere il disgusto della guerra, di un'ideologia balzana che tutti, ormai, conosciamo a menadito, portando l'occhio indagatore della sua fedele penna a descrivere un punto di vista completamente differente dal consueto. Facile, oltremodo semplice, catturare frammenti erotici di un gioco sessuale. Altamente difficile trasmettere, mediante questi, sentimenti forti e decisi, volti a testimoniare un amore desueto, ostacolato dalla morale imperante nel 38, scoppiato durante una delle più sanguinose notti mai esistite. La notte dei cristalli, ore buie di una società ripiegata nell'odio e nell'ignoranza. L'autrice, mediante il mestiere più vecchio al mondo, riesce, in poche battute, a catturare un vasto mondo, a dipingere con fedeli sbuffi di colore, un unione bandita dalla legge, dalle ideologie, capace di oltrepassare convinzioni radicate nel tempo. Non ho molte altre parole. Perché sarebbe riduttivo cercare di confinare tutto ciò che ho provato nel leggere le parole ben dosate di un'autrice sconosciuta. Perché sarebbe dannoso, ai fini di una buona comprensione, tentare di spiegare le intenzioni già ben chiare di un racconto che ha l'obbligo di essere letto. Questo è un piccolo capolavoro che testimonia come un autrice, alle prime armi con un genere a lei poco consono, sappia dimostrare talento e classe nell'eviscerare temi delicati e profondi come quelli che scossero la società mondiale dell'epoca. Odio il fatto di non conoscere la Diamonds, per il semplice fatto di non poterle dimostrare la stima che ho nei suoi confronti. Ho provato invidia, in un certo senso, perché ho trovato uno stile fantastico di narrazione. Insomma, ho adorato questo racconto, ho adorato il fatto che in poche pagine mi sembra quasi di aver letto un libro di 200 pagine, e ho adorato il bisogno di leggerne ancora. Se un autore riesce nell'impresa di saper catturare l'attenzione del lettore in maniera così repentina, significa solo che è un vero autore, degno di essere chiamato scrittore. Consiglio vivamente l'acquisto di questo piccolo gioiello, augurandomi che l'autrice, volutamente celata dietro un nome fittizio, venga alla luce per raccogliere l'applauso che merita. Per chi mi conosce sa che non parlo per piaggeria. Se una cosa non mi piace non ne faccio mistero alcuno. La notte dei cristalli iridati mi ha decisamente colpita, al di là di un erotismo sapientemente descritto, mai volgare, ma solo deliziosamente allusivo, per la cura con cui tutto è stato ben dosato, a partire da una scrittura fluida, mai noiosa, decisamente diretta. Complimenti all'autrice!

http://www.delosstore.it/ebook/45500/la-notte-dei-cristalli-iridati/  

lunedì 3 febbraio 2014

Voglio fare l'ingegnere nucleare, guarda un po'!


Complice la totale mancanza, ieri, di programmi o film interessanti, ho incastrato i pochi neuroni rimasti liberi dalla gravidanza nella visione di Lucignolo 2,0. Tolta l'ignoranza allucinante che impera, inesorabile, e tolti i commenti degni di bimbi di dodici anni (per i quali ho pregato i santi affinché mio figlio fosse evoluto, durante la sua crescita) ho capito una cosa importante. Durante la messa in onda del servizio sulle “malate di fama” una tizia dalle tette molleggianti ha dichiarato di voler scrivere un libro erotico, dopo la realizzazione del suo primo calendario, perché sprovvista della necessaria esperienza in altri campi. Complice anche la domanda che due giorni fa mi era stata posta “ma se uno non conosce bene la grammatica italiana, può comunque scrivere un libro? Tanto qualcuno che lo corregge c'è, no?” ho capito che la situazione letteraria italiana è grave. Perché la concezione dello scrittore è talmente astratta che è paragonabile al mestiere della telefonista hot. Non hai esperienza, non hai le conoscenze adatte, ma ti han detto che puoi farlo, quindi alza la cornetta e smignotteggia a gogò. Da dove proviene la convinzione di poter scrivere un libro senza il necessario studio, senza il talento, la lettura, la conoscenza? Ultimamente si assiste alla pubblicazione selvaggia di libri e racconti, di saggi, di poesie... Ma chi scrive è effettivamente in grado di faro? Prima le case editrici a pagamento, poi il print on demand... Chiunque, oramai, può realizzare il proprio “libro” senza una reale bravura nel farlo. È un po' come se, da domani, chiunque possa professarsi architetto e disegnare il progetto di un grattacelo. “Sono capace di disegnare, posso realizzare ciò che voglio, i sogni son desideri bla bla bla... Quindi a che mi serve studiare la matematica e roba simile, se basta solo disegnare un tronco di cemento con quattro finestre sopra?” Il mondo crollerebbe in un momento, un po' come sta effettivamente accadendo in questi giorni a seguito della pioggia incessante (grazie comuni che avete investito i fondi stanziati nella ristrutturazione delle nostre strade invece di mangiarveli tutti, a proposito!) Mi chiedo, allora, come mai io non posso improvvisarmi architetto ma tutti possono improvvisarsi scrittori? E la stessa cosa vale, ultimamente, per i cuochi, per i pasticceri, per i presentatori (cioè... un pugile che presenta mistero è da applauso!) per i politici... Tutti possono fare tutto perché... perché si. Non esiste più lo studio, la ricerca della qualità. Nulla. Esiste solo la ricerca di cosa è in grado di far guadagnare qualcosa, non importa bene cosa. Io non sono laureata, ma mi sono fatta un mazzo tanto per studiare per conto mio. Non ho frequentato l'università, ma ho letto tutto e continuo a farlo, studiato manuali di grammatica in modo da poter evolvere la passione in mestiere... Questo non significa che io sia una scrittrice, ma neanche che non mi stia impegnando nel diventarlo (nel diventarlo, non nello scriverlo sulla carta d'identità per vezzo). E permettete se avverto un pizzicore, dove non batte solitamente il sole, nell'ascoltare tizie che sono indecise tra il fare la velina o la scrittrice, o leggere tizi che scrivono “capolavori” senza né capo né coda... E permettete che io sia indispettita se leggo gente veramente cazzuta, costretta ad auto pubblicarsi per affermare il proprio talento, e gente pagata profumatamente per scrivere due stronzate in croce, sconclusionate, prive di logica o dinamica e ricche di errori. Della serie: hai serie difficoltà nel valutare di utilizzare una virgola o un punto, figurarsi un punto e virgola... E, nel constatare, una volta in più, che ho scelto il percorso più sputtanato al mondo, dopo la prostituzione, ascolto ancora, in lontananza, la domanda che mi rimarrà attaccata all'anima e che un giorno tramanderò ai miei figli “Ma se uno non conosce bene la grammatica italiana, può comunque scrivere un libro, no?”