martedì 14 gennaio 2014

Il mestiere di scrivere contrapposto al mestiere di vivere... Difficile eh?


Cosa significa scrivere? Essere scrittore? Inventare storie?
Lo si fa soltanto per sé stessi, come molti sostengono, oppure è un modo per interagire con gli altri? E come mai, le stesse persone che sostengono di scrivere soltanto ciò che più li aggrada, provano l'irrefrenabile impulso di farsi pubblicare o di auto pubblicarsi, facendo in modo e maniera di raggiungere più persone possibili? Semplice vanagloria? Voglia di arricchirsi con qualcosa che potrebbe essere visto e intrapreso come un mestiere qualunque? C'è chi sostiene che scrivere per mestiere non sia così tanto bello, che una volta che si è costretti a farlo per vivere si perda tutto lo slancio proprio della passione che muove le mani sulla tastiera. O una penna su un foglio bianco. Credo che queste ultime persone siano ipocrite. Credo che si scriva perché si desidera esprimere concetti condivisi da più persone possibili. Credo che si cerchi di divulgare il proprio pensiero con gli intenti più differenti, ma sempre e comunque nel costante tentativo di farsi leggere da qualcuno. Ed essere apprezzati. Forse è per questo che, sovente, si attinge dalla propria vita, da quella di conoscenti e parenti, da alcuni particolari vissuti o ascoltati da terzi. Si vuole cercare un'approvazione, com'è insito nell'essere umano. Un approvazione di sé stessi nel riflesso altrui. È per questo che si rimane così male nel momento in cui si riceve una critica. Ma ancor di più quando il proprio lavoro viene denigrato solo perché, chi lo legge, non è in grado di comprendere quale sia il concetto di base che si è voluto esprimere. Non trovo affatto giusto criticare il lavoro altrui, giudicarlo o tentare di affossarlo senza giuste motivazioni. Anzi, per una cosa simile, non credo neanche che esistano motivazioni valide. Non si giudica il prossimo, e basta. Non giudico chi sente l'esigenza di pubblicizzare il proprio lavoro in ogni modo possibile. È come se una persona avesse bisogno di un lavoro e, per non invadere la privacy altrui, non andasse a cercarlo ma attendesse che questo andasse a bussare alla sua porta. Non giudico chi scrive cose in maniera non rispondenti del tutto alla grammatica italiana. Non tutti posseggono una laurea, ma molti sentono il bisogno di divulgare le storie che sentono nascere dentro. Nella stessa maniera, quindi, non denigro assolutamente il lavoro di chiunque. Punto primo perché non è il mio, punto secondo perché non so quale tipo di sacrificio ci sia dietro, punto terzo perché io non sono nei panni di quella data persona. Si tratta di rispetto per il sacrificio altrui, che questo sia oppure non sia in linea con il proprio gusto personale. Non sopporto l'ipocrisia o il brandire la spada della giustizia, quando non si ha il coraggio di guardare, per primi, nel proprio orto. Questo non è un articolo volto a osannare il mio lavoro, non so più neanche io quale sia, in realtà, il mio mestiere. Ma chiedo soltanto, alle persone di buon senso, di cercare di elevare il proprio essere di un gradino più alto, giorno dopo giorno, per cercare di essere persone migliori che valutano e riflettono prima di aprire bocca e giudicare il lavoro altrui. Il vero mestiere di un essere umano dovrebbe essere, in primo luogo, quello di tentare di essere persone migliori traendo giovamento da ogni piccolo particolare che orbita nella vita quotidiana. Lo scrittore, in fondo, cerca di fotografare, con le parole, proprio questo processo, rendendo omaggio a chi vince e testimoniando chi fallisce. Ma lo scrittore non sarebbe nessuno se non leggesse le varie esperienze del mondo che lo attornia. Nella stessa maniera l'uomo dovrebbe riflettere prima di agire in qualsiasi maniera desideri.  

lunedì 13 gennaio 2014

Un racconto sull'Anticristo, tanto per proseguire in bellezza la giornata

Oggi voglio farvi leggere il racconto con il quale ho partecipato al concorso “Anticristo” indetto dal sito horror DarkVeins. Grazie ad esso ho trovato persone veramente splendide, quindi sponsorizzare il loro spazio, per me è un piacere. Oltretutto spero vi piaccia il mio racconto, che comunque era arrivato tra i cinque racconti finalisti (fino a che c'è stato un rimontaggio di altri facendomi scalare di una postazione) ma è andata benissimo ugualmente. A me il racconto piace, non perché sia mio, ma perché... Beh, è venuto bene. In più chi mi conosce sa perfettamente che non sono io a decidere le varie storie che racconto, quando scrivo, ma loro a voler essere narrate.



Nel sorriso del Signore (racconto in 600 parole)


Brasile, 25/10/1905 ore 19,00

Il corpo della bambinetta di cinque anni giaceva, come una di quelle bambole di pezza che solo i figli delle famiglie facoltose dell'epoca possedevano, riverso supino sul selciato. Per rapprendersi il sangue avrebbe impiegato ore; era troppo e usciva direttamente dall'incavo delle gambette livide, scendendo lungo le caviglie.
L'uomo si guardava intorno, in ginocchio li accanto, in preda al terrore. C'era metà paese a fissarlo, e volevano il suo sangue. Lo avrebbero aperto come un maiale, lo vedeva nelle loro orbite cieche di rabbia. Forse era anche la veste clericale a istigare il loro rancore. Si guardò le dita, intrise di innocenza, i pantaloni ancora slacciati e il membro floscio e sporco di terra alla mercé degli sguardi morbosi del pubblico. Non sarebbe uscito vivo da quella situazione. Deglutì, cercando la saliva, ormai arsa dall'ansia pulsante. “Voi... Voi non capite. Non capite. Era cattiva, questa che voi credete fosse una bambina, voi...” cercò di affermare l'uomo, il dito indice tremante puntato verso il fagotto in terra, gli occhi annacquati di lacrime rafferme. “L'anticristo, è l'anticristo, era... Io dovevo salvare la sua anima, io dovevo... Perché mi ha tentato, perché lei era troppo... Poi è passato in me...” Ma era tardi, i primi della fila già si erano sporti, il coltello tra le mani e la bava grondante agli angoli delle labbra dischiuse. “Voi dovete... I vostri figli... I vostri figli qui non sono al... Il demonio, si è il demonio a guidare le loro menti, loro devono...” Ma non terminò, il capo improvvisamente rivolto a terra, la polvere alta sulla sua testa, mentre i piedi e le mani della folla, armi forti, lo calpestavano, lo percuotevano; il corpo della bimbetta, nella foga, non venne rimosso e rimase muta testimone della furia, vittima degli stessi calci che percuotevano l'uomo e che calpestarono anche le sue fragili dita, spezzando le ossicine deboli e friabili. Come se la polvere avesse dato vita a una sorta di macabra magia, la folla si diradò, lasciando l'uomo a terra, evirato, il pene floscio tra le labbra a dimostrare che il perdono non sarebbe mai arrivato, negando un'indulgenza impossibile da accordare. La bimbetta, gli occhi ancora aperti e la boccuccia deformata in un ghigno di dolore, fissava esanime la terra e il sangue che attorniavano il suo corpo.


Vaticano 25/10/1944 ore 19,00


Il Cristo era lì, immobile nella sua posa crocifissa, inchiodato al muro bianco della camera, a contemplare il tempo che trascorreva, insensibile alle emozioni del mondo. Il camerlengo passò lì davanti, nel pieno della sua giornata lavorativa, senza prestargli attenzione alcuna e uscì dalla stanza del Papa. Una radio, in lontananza, venne accesa, la voce di un telecronista prese a narrare notizie estere, notizie di cronaca, brutte e cattive nuove da luoghi lontani. Le menti ascoltarono, ignare. Commenti di sgomento per l'ennesimo scandalo cristiano si levarono nelle stanze attigue, mentre i dettagli venivano eviscerati dal giornalista in un vomitevole monologo privo di sentimento alcuno. Scene di orrore vennero evocate dalla fantasia e lampi di colori accesi balenarono nelle coscienze.
Fu in quel momento che accadde, che il Cristo prese vita. Fu allora che le sue labbra si schiusero in un sorriso rosso di pittura, scoprendo denti mai creati dalle mani dell'artista, e le sopracciglia si incresparono in un espressione di puro e insensato godimento. Fu allora che il demonio ebbe il suo momento di ilarità, nella casa del Signore, nella casa del bene...
Nella Sua casa il demonio sorrise, soddisfatto, e rimase in attesa, paziente, che suo figlio tornasse in camera per conversare delle ultime notizie dal mondo.






domenica 12 gennaio 2014

Identità Criminali di Sonia Caporali (o Sarah McClane)

Identità criminali (Crime & Killers US)


Partiamo da un semplice presupposto. Io commento solo i libri che mi piacciono, ovvero quelli che riesco a leggere fino alla fine senza metterci un'eternità. Soprattutto, ragazzi, commento solo quelli che riesco a leggere, a prescindere. Ho scartato libri dopo le prime dieci pagine, anche di autori molto famosi, perché proprio all'antitesi del mio gusto personale. Ma i gusti cambiano: bene. Li ho tenuti da parte e li ho riletti. Nulla. Non sono tantissimi, ma devo essere sincera, sono ben pochi quelli che mi fanno fare le quattro di notte per finirli, una volta iniziati.
Se, quindi, oggi ho deciso di parlare di un libro, è perché questo mi ha colpito, mi ha emozionata e incuriosita. Mi sono ritrovata a sorridere, a sbattere le mani sul divano in segno di disapprovazione, a ignorare i richiami di mio marito che, rendendosi conto di essere ancora solo in piena notte nel letto, mi diceva di intimava di andare a dormire. Non importa che abbia accettato di leggerlo per scriverne una recensione, non sarei stata affatto magnanima, se non avessi provato qualcosa nel leggerlo. Identità criminali è davvero un libro. Un romanzo. Una cosa, formata da 308 pagine (297 in epub), che può essere definita ROMANZO THRILLER. Perché utilizzo le lettere maiuscole? Per sottolineare il fatto che l'autrice, Sonia McClaine, o per altri, Sonia Caporali, ha centrato l'obiettivo e ha dimostrato che saper scrivere bene non è un mestiere che chiunque può fare. L'ho già detto in passato e posso ripeterlo all'infinito: io non sono un recensore. Però... Però mi sento in dovere, dopo aver letto questo libro, di consigliarne la lettura a tutti. Come già detto per la Risoli poco tempo fa, alcune volte incontro scrittori emergenti che pubblicano le proprie opere autonomamente ed è un peccato. Non perché abbiano commesso chissà quale corbelleria. Solamente perché, in confronto a molti altri sponsorizzati da valide case editrici, queste autrici hanno una marcia in più che le colloca di diritto nell'albo degli scrittori. Non è semplice eccitare il lettore. Ragazzi, avete letto bene: eccitare. Non è semplice neanche farlo ridere o riflettere. Neanche invogliarlo ad andarsi a rileggere un po' di mitologia, eppure la Caporali è riuscita in tutto questo. Oh si. Cominciato ieri mattina, non sono riuscita a fare a meno di finirlo nell'arco delle 24 ore, perché troppo curiosa. Identità criminali ha tutto ciò che si può richiedere a un thriller: sadismo, tensione, adrenalina, un po' di sano erotismo, ironia e colpi di scena. A dire il vero ce n'è solo uno, di colpo di scena, ma tanto valido da essere notato. Nonostante si subodori chi sia il colpevole, si sente il dovere di arrivare fino alla fine per appurare se effettivamente si ha avuto ragione oppure no nelle proprie supposizioni. Abbiamo un tenete super figo, scorbutico, alto una quaresima, dal fisico forte e prestante, che si può tranquillamente denominare lo stronzo della situazione. Della serie “Sono figo, sono cosciente di esserlo, eppure mi piace pensare che non posso essere all'altezza di amare nessuno. Il lavoro è la mia priorità.” Non ultimo, il fatto che ha un'enorme cicatrice sul volto, misteriosa e sessualmente attraente (l'abbiamo capito, questo ci da' sotto come pochi!) Abbiamo una detective formosetta, abbastanza nella media, con un culo alla Beyoncé che non passa inosservato e che rende infatuato chiunque lo rimiri per più di un minuto (il sogno di tutte noi mortali). Però... Però abbiamo un serial killer con le palle, uno che in quanto a sadismo non ha nulla da invidiare a nessuno. Che c'entra la mitologia greca? E che devo svelarvi tutto io? So solo che Identità criminali è un romanzo da leggere. Punto. Non posso aggiungere altro, mi ritroverei a raccontare tutta la trama e non mi pare proprio il caso. E poi ho sonno, ho fatto le 4 stanotte! Beh, vi lascio il link per l'acquisto! Buona lettura, gente!

sabato 11 gennaio 2014

Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana... Quando i film ci insegnano la storia!


Un ferroviere anarchico, un commissario che sembra l'emblema della giustizia, e un Italia alle porte di una guerra civile già annunciata. Chi era Pinelli? Chi era il commissario Calabresi? E Valpreda? Io non lo sapevo, non prima di aver visto il film “Romanzo di una strage”. Mastrandrea come commissario, Favina nei panni dell'anarchico, Tirabassi alle prese con un personaggio squallido come il dottor Allegra, responsabile dell'ufficio della questura. Sembra allucinante che io confessi la mia totale ignoranza in materia, ma è così. E come me, sono convinta che moltissime persone ignorino quali orribili avvenimenti si succedettero nel periodo che vide il forte contrasto tra anarchia e stato. Stato... Si parla spesso del caso Moro, delle Brigate Rosse, molto blandamente della strage di Piazza Fontana (forse i milanesi sono più ferrati in materia, ne sono certa) e poi della guerra di mafia e così via... Ma dei gruppi anarchici che, probabilmente, furono “messi in mezzo” per favorire l'accelerazione a un colpo di Stato voluto anche da note fazioni politiche, del suicidio/omicidio di un ferroviere trattenuto illegalmente in una questura, costretto a un interrogatorio lungo tre giorni, a stomaco vuoto e senza riposo; e ancora della diffamazione di un commissario di città, buttato in pasto ai gruppi carichi di sete di vendetta per la morte inspiegabile del loro compagno... Chi ne parla? Praticamente nessuno. Nelle scuole il programma di storia, solitamente, si fermava alla fine della seconda guerra mondiale. Ora, addirittura, alle elementari già è tanto se il programma prevede la storia dell'impero romano d'occidente in quinta! Quella, per lo Stato, è ancora considerata storia contemporanea. Ma ce ne sarebbero di cose da far studiare agli studenti... A partire da tutta la storia della prima e della seconda Repubblica.
Mi sento, quindi, di consigliare la visione di questo film come una prima infarinatura, per chi non conosce questi eventi, e come memoria per chi, invece, quegli episodi li ha studiati o vissuti. Quando si studiano determinati argomenti, come normale dovrebbe essere, rimane sempre un senso di ingiustizia, tristezza e mancanza della verità. Anche cercando su internet, tra i vari documenti e testimonianze, non si riesce a giungere a una conclusione dell'intera vicenda svoltasi tra Roma, Napoli e Treviso. Gli anni bui italiani? Troppi ce ne sono stati.... e troppi ancora ce ne saranno, solo che non si saprà se non tra qualche anno. A differenza di allora, adesso i personaggi influenti, addetti alla salvaguardia del potere, hanno talmente tanti mezzi da non doversi più preoccupare di nulla, quindi non devono uccidere per creare terrore. Credo che gli ultimi morti ammazzati siano stati Biagi e D'Antona. Ora si può, semplicemente allontanare e diffamare una persona nel pieno svolgimento del proprio “sporco” lavoro. Ultimamente hanno indagato persino Ultimo, figurarsi... Tutti sanno, ma tutti fanno finta di non sapere. Non è un discorso che riguarda solo l'Italia, è ovvio, ma è inquietante valutare che, per un paese così piccolo, ci siano stati, e ci siano ancora, tanti complotti... Sarà per deformazione familiare, ma per quanto mi dispiaccia per il povero ferroviere Pinelli, voglio ricordare quel commissario che, purtroppo, è caduto vittima, probabilmente, dei giochi di potere di altri. Si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato? Può darsi, anzi sicuramente. Moro sapeva, Moro è morto. Tutti sapevano, tutti hanno taciuto e continuano a rimanere in silenzio. E a tenere il futuro popolo italiano nell'ignoranza della propria storia.

Medaglia d'oro al merito civile a Luigi Calabresi
«Fatto oggetto di ignobile campagna denigratoria, mentre si recava sul posto di lavoro, veniva barbaramente trucidato con colpi d’arma da fuoco esplosigli contro in un vile e proditorio attentato. Mirabile esempio di elette virtù civiche ed alto senso del dovere.
Milano, 17 maggio 1972



venerdì 10 gennaio 2014

Tolleranza? Provate a impararla dalle persone diversamente abili...


Nei giorni scorsi, durante una delle mie solite navigate per la rete, mi sono imbattuta in questa simpaticissima foto e non ho potuto far altro se non condividerla con tutti i miei contatti di facebook. Mi sono domandata se avessi avuto sempre il cuore tenero, se fossi stata sempre incline a determinati sentimenti nei confronti dei più deboli. In un certo si, per altri versi no. Sono cresciuta con una madre insegnante di sostegno, che, come ogni mamma, mi portava con sé a lavoro se c'erano dei problemi logistici su dove collocarmi in concomitanza col suo lavoro. Sono vissuta, pertanto, a contatto con molte realtà della sfera umana... molto più di altri bambini, comunque. Sono stata educata a portare rispetto alle persone diverse da me, con dei problemi non derivanti da una propria o altrui colpa. Purtroppo, come ogni bambino che si rispetti, per quanto comprendessi, nel mio piccolo, l'enorme vastità di quell'universo fatto di carrozzelle, brail, linguaggio dei segni o lezioni diversificate, avvertivo una sorta di malizia crescere nel mio animo. Non me ne vergogno, ero una bambina. I bambini normodotati, proprio perché nel pieno del proprio sviluppo intellettuale, avvertono il bisogno di camminare con persone come loro, è la legge del branco, per così dire. Nelle classi di scuola elementare ancora non esiste in maniera preponderante questo fenomeno, che già, comunque, inizia a manifestarsi in alcuni, ma nelle classi di scuola media noterete come le persone più deboli, non necessariamente portatrici di handicap, vengano emarginate dal gruppo preponderante. Io, per mio conto, non sono mai stata bulla, nonostante alle scuole elementari le maestre parlassero con mia madre dicendole che non volevo avere rapporto alcuno con i bambini portatori di handicap. Non era così. Il problema di alcuni adulti, nel cercare di fare del proprio meglio, è affidare troppa responsabilità a una persona sola. Questo è un vizio che ricorre anche nell'età adulta! Dal momento che avevo una mamma insegnante, per le mie maestre era scontato il fatto che io fossi una specie di Maria Teresa. Ero una bambina... Quindi, di conseguenza, se cercavo di far integrare taluni alunni nel gruppo classe, alla fine mi stancavo di provarci e desideravo un po' di pace. Egoistico? Forse, ma calcoliamo che ero una bambina di sette/otto anni. Durante gli anni delle scuole medie, invece, ero diventata talmente accondiscendente con tutti, vivendo come una ragazzina semplice, senza trucchi o malizia, che venni presa di mira e vessata continuamente. Ebbene si, ero una specie di piccola nerd. Non avevo nessun handicap, eppure alcuni si accanivano su di me perché era facile: non reagivo. Così funziona la legge del branco. Bisogna che qualcuno emerga e per farlo si ha sempre bisogno di una persona più debole. Ora, il discorso qual è? Che alle media, forse in maniera precoce rispetto ad altri miei coetanei, mi interrogai seriamente su cosa avesse reso così differenti da “noi” le persone “diverse”. Perché era capitato ad alcuni di avere dei difetti fisici o mentali, invece che ad altri? Per quale motivo c'era una sorta di selezione tra i feti? Era come dicevano in chiesa, ovvero che quelle persone erano state scelte da Dio per soffrire le pene altrui affinché gli altri potessero imparare? Cosa? Perché loro erano costretti a soffrire per noi? Chi eravamo noi, così importanti, rispetto a loro? Arrivata alle scuole superiori, dove raramente approdano le persone con handicap, non ebbi la possibilità, o il tempo, per interrogarmi ulteriormente circa la questione. Fino al secondo superiore, momento in cui mia madre venne in casa, un giorno, annunciando che una bimba con sindrome di Down era stata disconosciuta qui a Roma. Beh, ragazzi, io in quel momento non ero in casa, ma ci volle esattamente una settimana perché l'intera famiglia si mobilitasse e decidesse di presentare domanda di adozione. Il resto è storia, quell'adozione l'abbiamo ottenuta, dopo quattro anni di affidamento, ma la cosa più importante, sulla quale vorrei soffermarmi, è il fatto che da lei, da mia sorella, ho imparato talmente tante cose che a elencarle non basterebbe mezza giornata. Ovviamente per una ragazzina di quattordici anni, nel pieno della sua adolescenza, non è semplice accettare una situazione simile. Per molti potrà essere esagerato, ma posso assicurarvi che un'adozione non è semplice da digerire per un figlio. E non per questioni legate all'affetto dei propri genitori, proprio no. Con l'adozione, nel nostro caso, lampo, non si ha il tempo di abituarsi all'idea di una nuova sorella o fratello. Abbiamo “preso” mia sorella a tre mesi, uno scricciolo, e fino al suo primo anno di età io mi sono chiesta come avrei fatto ad amarla quanto amavo mia sorella più grande. Giorno dopo giorno, però, quell'esserino mi è entrato nel cuore e mano a mano che cresceva, mi insegnava piccole verità. Mi ha insegnato a essere più tollerante, ad essere più amorevole, a cercare di vedere oltre le apparenze, a provare amore dove, invece, sembra vivere solo odio. Ho scoperto l'intolleranza di molti, l'ignoranza che gravita intorno a lei. Mi sono commossa, durante le sue recite scolastiche, nel notare che non tutti i bambini sono maliziosi, ma che alcuni di loro sono pronti a sacrificare la loro bella figura per aiutare chi è in difficoltà. Mi sono commossa nello scoprire che, ora che è approdata alle scuole medie, ha un'intera classe che la ama, l'aiuta e la rispetta. Ora, poi, che ha scoperto i trucchi e che ha ricevuto una bicicletta lo scorso Natale è una ragazza adolescente a tutti gli effetti. Pur rimanendo pura. Ci sono stati dei lutti, nella mia famiglia, e lei, più di altri, ha dimostrato cosa significhi veramente amare e rispettare. Tutti questi eventi mi hanno segnata, hanno mutato in maniera netta la concezione che avevo della vita. Mi ci è voluto del tempo, ma ora che sto per dare al mondo un nuovo essere umano, mi impegno a farlo crescere nel pieno rispetto del prossimo, sia esso normodotato o diversamente abile. Le cose sono cambiate, non del tutto, ma posso avere speranza nel futuro. Ho scoperto che si vivrebbe molto meglio, e in pace, se tutti noi avessimo anche mezzo del cromosoma in più che possiede mia sorella. Come lei, tanti altri. Come tanti altri, una moltitudine di persone con altri handicap, molto più gravi e invalidanti. La sindrome di Down non è il termine che indica la presenza di handicap. La sindrome di Down è un handicap. Ve ne sono tantissimi altri, tutti derivanti da difetti genetici avvenuti durante lo sviluppo del feto... Se le persone fossero un poco più attenta al prossimo, curiose di indagare circa il proprio sviluppo e quello altrui, invece che immergersi totalmente nello zappettare il proprio orticello, ci sarebbe un poco più di dignità... E rispetto. Ovviamente, questo vuole essere un monito verso chiunque pratichi l'esercizio della propria ignoranza verso il prossimo, sia questo diversamente abile, sia questo gay, sia questo di colore, sia questo di un'altra religione. Tolleranza...


giovedì 9 gennaio 2014

Concorso fotografico Dark Venus... perché non partecipare?



Ragazze, questa volta mi rivolgo esclusivamente a voi! Volete mettervi in gioco con una fotografia? Tirate fuori tutto lo spirito horror che avete in voi, afferrate un amico munito di macchinetta fotografica e fatevi scattare una o più foto. Poi andate sul sito di Darkveins, registratevi e postate le vostre opere. Alla più meritevole spetterà un premio coi fiocchi. Pensate stia scherzando? Neanche per sogno! Darkveins è un forum di genere dark horror, dedicato a tutte quelle persone che, amanti di questi generi di nicchia, cercano chi condivida la propria passione. Aldilà della competizione, che sovente esce fuori tramite i concorsi che partorisce il Cerbero (entità non astratta, che ha anche un volto, invece di tre, ma abbastanza inquietante da poter raggiungere parimenti terrore nel cuore di chi lo ascolta) troverete, nelle anime che abitano queste lande, valide persone con le quali poter conversare non solamente di musica, cinema e letteratura, ma di tutto ciò che vi passa per la testa. Non ci sono giudizi, ban indiavolati o etichette rigide da dover rispettare (tolta la decenza e il rispetto per una blanda morale sociale, ovvio, ma questo spero sia sotto inteso...) Ad accogliervi, come ogni buon inferno, ci sarà appunto il Cerbero, che per quanto incuta soggezione sa essere estremamente divertente, e Lady of Sorrow, una donna splendida, dall'animo gentile, pronta a rispondere a ogni dubbio e, soprattutto, a farti sentire a tuo agio in un mondo ancora sconosciuto. Questo forum è la classica prova che l'abito non fa il monaco, che dark non significa deficiente, che metal non significa Satana, che horror non significa depravato. Cosa? Non conoscete la musica metal? Beh... Sarebbe ora di porre rimedio all'ignoranza no? Io ne sto studiando di cosette, lì dentro... Comunque, per tornare al concorso, fighissimo evento rivolto SOLO alle ragazzuole di tutta Italia... C'è una modella, tra di voi? Non siete modelle ma pensate di avere qualcosa di macabro da poter esternare alle folle? Avete in mente un'idea per un'immagine che sarebbe fantastica per l'evento, alla quale nessuno ha mai pensato fin ora? Bene... Intanto vi lascio qualche link, tanto per farvi un'idea... Io approdai in questo forum tramite il concorso letterario dell'anticristo, dove ritrovai anche qualche mia vecchia conoscenza, chissà che anche con voi non accada la stessa cosa. Ah, uomini, non siete esenti dal post. Se conoscete qualche ragazza che pensate sia perfetta per questo contest, non esitate a divulgare!

Dal sito leggi il bando:


mercoledì 8 gennaio 2014

Perché piace l'horror?


Come già accennato nei giorni scorsi, in concomitanza con l'avvento del nuovo anno, il 2013 per me è stato pessimo. Perché pessimo? Mi sono sposata, sono rimasta incinta, a lavoro ho avuto le mie soddisfazioni, nonostante a mio personale giudizio mi sia guadagnata tutto, e ho ricominciato a scrivere seriamente, terminando un romanzo e vedendo la riedizione del mio primo lavoro. Il 2013 è stata una totale ecatombe. Sono venute a mancare molte persone, tra familiari e amici, e non credo ci sia evento più irreparabile della morte. Molti mi chiedono cosa ci trovi nello scrivere horror, perché mi entusiasmi così tanto vedere o leggere di un vampiro (e non parlo dei vampiri swarosky alla Twilight) o di una persona indemoniata. Beh, a mio avviso il genere horror è una manifestazione dei propri sentimenti, né più né meno del genere rosa, fantastico, giallo ecc. Si evade dalla realtà, si dà spazio alla fantasia, attingendo a leggende più o meno note, succhiando voraci storie di epoche passate che avevano la decenza di tentare di dare un significato alle brutture della vita. Mi spiegate cosa di reale c'è nella morte di una persona sola, che non è riuscita a costruirsi una famiglia sua, che ha dedicato la propria esistenza ai suoi familiari e che si è spenta, inaspettatamente, nel suo letto accanto alla madre molto più anziana di lei? Nessuno può darsi una spiegazione, i preti dicono semplicemente che”Se una regola c'è, non la chiedere a me” parafrasando Nek. Insomma, almeno l'horror mostra il lato oscuro della vita dichiarando apertamente che è fantasia, che la realtà sarà sempre peggio. Un film, un libro, puoi rivederli in continuazione, una persona cara passata “a miglior vita” non la rivedrai più. Chi ha dato ha dato? Così sembra. La verità è che la morte segna il vivo, colui che rimane in terra con mille interrogativi, mille rimpianti. Non ci sarà mai una soddisfazione in ciò che si è detto e in ciò che si è dimostrato verso la persona che ci ha lasciati. Il sentore che ho è che “a chi tocca non se ingrugna” come si dice a Roma, ovvero che a chi capita di morire è inutile che si disperi o arrabbi perché tanto non ha soluzioni di sorta per risolvere la situazione. Allora ben venga un racconto horror, dove è possibile far ricadere la “colpa” di una malattia, di una morte improvvisa, di una mutilazione a un essere non umano, a una creatura del male. Se non esistesse l'horror bisognerebbe interrogarsi seriamente sulla giustizia divina, e non tutti hanno voglia di scavare in fondo a questo aspetto del trascendente. Comunque, come accennato, ho perduto molte persone care, tra cui mio nonno. Non starò qui a elencare i suoi pregi e i suoi difetti, per quanto avessi voluto non si conosce bene una persona e il suo passato, specialmente se ci si fa assorbire dalla vita di ogni giorno. Quanti possono dire di conoscere la vita passata dei propri nonni? Quanti hanno avuto la possibilità di conoscere aneddoti? Io qualcuno l'ho ascoltato di prima mano da lui, qualcosa so dai racconti di mia nonna che è venuta a mancare qualche anno prima, qualcosa da mia madre, ma... N on si conosce mai bene una persona nella misura adatta a descriverne i pregi e difetti. Ho voluto, però, cercare di immaginare quali fossero gli ultimi pensieri che lo hanno accompagnato prima di lasciare questa vita, ormai priva di ogni stimolo. Mi piace pensare si sia riunito a mia nonna, unico grande amore della sua vita. Vi lascio un racconto, postato su 20lines della Fabbri, affinché ognuno di voi possa riflettere su ciò che comporta l'essere anziani, deboli e non più autosufficienti. I ricordi avvolgeranno in pieno le nostre menti, impedendoci di continuare a scrutare il mondo reale? Ah, beh, io vorrei giocare a carte tutto il giorno, come la nonna di mio marito, concedermi un bel bicchiere di vino rosso a ogni pasto e ballare finché mi reggeranno le gambe!